Il terzo omicidio (2017)

Qual è la verità? “Il terzo omicidio” risponde più volte, troppe volte, a questa domanda, e lo fa da un punto di vista diverso, se non opposto. Il film di Kore’eda Hirokazu, prodotto nel 2017 ma distribuito solo ora in Italia, è caratterizzato da una luce algida, metallica. È la freddezza che corrisponde al carattere generale dei personaggi, un paesaggio invernale talvolta illuminato da una fiamma tragica, una pira che ritorna, ma che non rischiara, contribuendo alla persistenza di un buio fitto.

“Il terzo omicidio” è un film sul dubbio, che intrecciato diviene un tessuto rigoroso il quale via via espone costruzione e decostruzione di fatti, e in ciò pare ispirarsi a film come “Rashomon” (1950), celebre opera di Akira Kurosawa, dedicato alla relatività e poliedricità del punto di vista, nonostante riguardi uno stesso fatto di sangue.

Kore’eda dà vita a un legal drama montante che è al medesimo tempo una riflessione sul concetto di indagine, e sullo sfondo rimane aperta una questione giudiziaria, il tutto mentre sul presunto assassino e unico imputato incombe la minaccia della pena di morte, ancora vigente in Giappone. Ma la vicenda tragica rimane immersa in una sostanziale ambiguità dove anche le immagini (mnemoniche?) raccontano una verità sempre prossima a essere smentita da un nuovo elemento di disturbo aggiuntivo, da nuove immagini.

Tutto diventa plausibile se il movente cambia di volta in volta a seconda del singolo personaggio messo sotto la lente di ingrandimento: così il sistema entra in crisi, ma è un sistema condannato a sopravvivere a scapito del più debole. Le sempre nuove ipotesi verisimili sono viziate anche da vecchi pregiudizi, da pose, da menzogne, da sospetti che sono destinati a rimanere tali. Così diviene emblematico il rimpianto del vecchio giudice che non condannò alla pena capitale l’imputato consentendogli di uccidere ancora. Questo è quanto, secondo la sua senile lettura, e con ciò si attribuisce una responsabilità grave, che in realtà sembra una posa affatto sincera. Ambiguo è anche il lavacro delle coscienze di chi rimane ai margini pur avendo il potere di agire (i giudici, il procuratore, i difensori, i familiari della vittima), e via via l’anima forcaiola e sbrigativa emerge anche nei personaggi apparentemente più specchiati, che dovrebbero essere depositari del diritto, contagiando tutti, come un morbo ineluttabile. Un rogo che brucia qualunque cosa in nome di una supposta giustizia.

Dal punto di vista della messinscena il regista gioca spesso sulla sovrapposizione dell’identità (così come ha fatto nel recente “Le verità”): il presunto omicida e il presunto uomo probo si sovrappongono sempre più, combaciando in un riflesso sul cristallo che diventa specchio, riflesso altrettanto raggelante, sintomo di una solitudine senza fine, che lega gli uomini in un apparente destino intrecciato, tanto quanto l’assassino (chiunque esso sia) è legato indissolubilmente alla vita che ha spezzato. Ciò culmina nelle due mani che idealmente si toccano nonostante l’impedimento, come mostra una memorabile sequenza. Anche i simboli insistiti sono importanti: ad esempio le croci, o gli uccelli in gabbia e quelli uccisi, l’uccello che sfugge alla morte e vola libero, mentre il suo proprietario finisce in cella e lo attende per offrirgli un nuovo pasto.

Altro gioco di corrispondenze è giocato sul confronto generazionale. Di genitori che non lo sono, che non sanno essere tali, di figli che si ribellano all’indifferenza, di adozioni simboliche e pretestuose, pretesti per farsi giustizia da se stessi medesimi. Un ennesimo gioco delle parti che non risparmia nessuno, che coinvolge chi è all’indice della giuria così come l’incensurato.

Nella ragnatela della ricostruzione, dei cavilli (siamo dinanzi a una rapina con omicidio o altro?), rispetto a un fatto di sangue pesa il sospetto, la possibilità pilatesca di passare sopra ai fatti reali, per un doppio delitto relativo al passato che non va a favore dell’imputato a causa del terzo omicidio titolare. Una storia tragica che si ripete, nonostante tutto, dopo trent’anni. O così pare.

Nelle molte false piste è celata, forse, quella “vera”, mentre lo spettatore è condotto verso l’epilogo a ciglio asciutto, qualità corrispondente al rigore d’autore proprio di Kore’eda Hirokazu che qui si conferma tale.

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...