Tesnota (2017)

Opera prima del regista di La ragazza d’autunno in questi giorni in sala, da non perdere (contiene spoiler)

Tesnota (2017)

Di recente Chili, piattaforma streaming a pagamento, ha finalmente rilasciato “Tesnota” – purtroppo solo nell’edizione doppiata – l’opera prima del talento cabardino Kantemir Balagov (classe 1991), allievo di Sokurov. Il film è prodotto nel 2017, l’anno seguente vince a Cannes il premio della critica, ma è circolato in Italia solo alla fine del 2019. Il titolo nella versione internazionale è tradotto con “Closeness”, ma il film evolve in qualcosa di più di una vicinanza: si tratta di un vero corpo a corpo, talmente ravvicinato da farti percepire respiro e pensieri dei personaggi.Il film è ambientato nel 1998, presso la città di Nal’čik, Repubblica Autonoma Cabardino-Balcaria, parte della Federazione russa, situata nel Caucaso ai confini con la Georgia. Balagov si presenta in prima persona attraverso una didascalia («Il mio nome è Kantemir Balagov. Sono un cabardino. Sono nato nella città di Nal’cik, nella regione russa del Caucaso del nord. Questa vicenda è accaduta a Nal’cik nel 1998») che dà la misura della partecipazione in spirito associato a un vago senso di appartenenza. Balagov mantiene una sorta di equidistanza narrativa, sintomo drammaturgico di estrema maturità, pur dando rilievo alla vicenda personale di Ilana, la protagonista. Egli mette in scena una storia raccontatagli dal padre, avvenuta quando il regista aveva circa sette anni. In sostanza “Tesnota” è la narrazione dell’ennesima persecuzione ai danni di una minoranza religiosa, una persecuzione parassitaria, cioè a sfondo economico che si manifesta con il rapimento a fini estorsivi di una coppia di giovani promessi sposi di religione ebraica. Il delitto è perpetrato da una forza ostile che rimarrà senza nome. Ostilità e violenza che saranno all’origine di una nuova diaspora per una famiglia di ebrei, iterazione di una storia sempiterna. Oltre all’episodio scabroso, Balagov riesce a relativizzare a ciglio asciutto ammettendo senza manicheismi che la natura umana è rapace e meschina al di là delle appartenenze, al di là della retorica della fratellanza, della tribù, ossia che il marcio è per tutto. Per questo motivo la famiglia di Ilana (interpretata da una bravissima Darya Zhovnar come del resto il sorprendente cast) scopre di essere parte di un insieme che non è tale, con esponenti della comunità ebraica che a loro volta approfittano della disgrazia per ottenere vantaggi individuali, vestendo gli ipocriti panni dei salvatori.Poco più in là, gli echi della prima guerra cecena, ufficialmente terminata nel 1996, non sono affatto sopiti e già si sta preparando l’inizio del decennale conflitto, nel mentre si diffondono nei vari angoli della regione caucasica videotape clandestini, testimonianze di azioni abiette barattate per eroismo. Quello russo-ceceno è conflitto che è in parte innescato dal nazionalismo, ma veste ormai i panni del fanatismo religioso, il tutto raccontato dall’occhio freddo di una videocamera (il filmato, agghiacciante snuff movie, è un documento originale che indugia mostrando torture perpetrate da guerriglieri ceceni ai danni di soldati russi e culmina in una esecuzione capitale compiuta a sangue freddo). Il video è guardato in soggettiva dallo spettatore attraverso gli occhi di alcuni ragazzi disorientati, sconvolti da eccessi e droghe, figli di un’epoca in attesa di qualcosa di ignoto, epoca post ideologica che rischia di divenire pane per radicalizzazioni sbandierate in nome di altrettanto rivendicazioni indipendentiste antirusse. Ma che alla bisogna, in mancanza d’altro, diventano pretesto per rinverdire discorsi antisemiti contro il solito supposto nemico interno.“Tesnota” ci rende partecipi di una vicenda individuale accaduta in un un angolo di mondo, al di fuori della cronaca internazionale consueta, ma che è parte una più grande, rinnovata e tragica contrapposizione tra religioni ed etnie, da sempre contermini, porta a porta: contrapposizione più antica di ogni ideologia novecentesca. Ma a ben vedere è anche la rivisitazione della tragedia che investe i Montecchi e Capuleti, di qua e di là della linea di demarcazione tra amore corrisposto (e non corrisposto, sullo sfondo rimane il gesto di Rafa, generoso quanto drammatico), il supposto senso di appartenenza a una tribù, etnia, religione, per riscoprire a proprie spese una nuova definizione e dimensione di dignità, coraggio, orgoglio o rassegnazione.Pace, diritti, regole di convivenza civile sono parole svuotate di senso, governate altresì dalla corruzione dilagante e dall’assenza delle autorità che dunque permettono lo scempio e gli abusi ai danni dei più deboli. Così la guerra sognata da giovani annoiati e disorientati si sposta nel rapporto più intimo di odio e amore tra madre e figlia ribelle, mentre quest’ultima tenta di rivendicare la propria unicità, al centro di una società patriarcale, ottusa, prona a obblighi che non lo sono e non potrebbero certo esserlo per nessuno. Un cinismo strisciante nel quale tutti possiamo riconoscere noi stessi e il nostro precario presente, realtà composta da garanzie appese a un filo, dove schemi e confini sono assai labili e si possono trasformare in abissi. Solchi profondi, insanabili, tra comunità, amanti, genitori e figli.Il film offre una corposa traccia simbolica attraverso l’uso “parlante” dei colori (espediente che Balagov utilizzerà, se possibile con maggiore profitto, nel successivo “La ragazza d’autunno” del 2019, in questi giorni in sala), soprattutto il verde dei vestiti dei promessi sposi rapiti, pare rappresentare una speranza che resiste nonostante l’orrore e la precarietà. Pare essere parte di una ricerca pittorica ed evocativa che valorizza ruoli e vuole influenzare il pubblico a livello visivo e, forse, inconscio. Un dialogo che prosegue muto poiché fatto di corrispondenze (il vestito a righe indossato da Ila che rimanda al turbante della madre, tessuto che veste da un lato e dall’altro corpo e testa, proprietà ed estraneità, bisogno di autodeterminazione e possessività), così come nei gesti evocativi, contorti, eppure spontanei, parto di una mente in sofferenza, che si manifesta nell’abbraccio materno alle spalle di entrambi i figli, che è anche un tentativo disperato e inutile di arrestarne aspirazioni, emancipazione, bisogno di spiccare il proprio volo, e che appare in due momenti diversi e, comunque, altissimi. Un abbraccio che nega gli sguardi reciproci e diventa sintomo di una madre in crisi di identità a propria volta, ma in fondo molto più dei suoi determinati figli. I simboli si rinnovano nelle effigi del leone e del lupo riprodotte in altrettanti abiti che Ilana indossa, dotandola di una evocazione che corrisponde al carattere ribelle e risoluto.L’estetica minima e datata dei titoli di testa e di coda sembrano giungere proprio dagli anni Novanta, dall’epoca del lungo – quanto supposto ‒ disgelo post-sovietico nel quale è ambientato “Tesnota”, e pare originare da quel videotape terribile che fa da spartiacque simbolico nel film, che crea un prima e un dopo, che è parte dell’acquisizione di una consapevolezza nuova, di acquisizione della perdita, per usare un ossimoro. Coscienza nuova che porta i protagonisti a perdersi per ritrovarsi, a smarrirsi per rinnovarsi, a partire per poter sopportare il peso della sconfitta genitoriale, lontano da sguardi che comunque non si incrociano più, di una vicinanza che non è sempre tale, da inquadrature che escludono lo sguardo sul circostante, incentrate sui primissimi piani talvolta claustrofobici, attratte da dettagli di volti che non possono escludere però i rumori, le voci, il mondo che prosegue la sua corsa indifferente e travolgente.

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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