Tolo Tolo (2020)

Buon ultimo, ho visto e scrivo pure io (sia mai) sul primo film di Luca Medici/Checco Zalone in veste di factotum: interprete principale, regista, autore delle musiche. Il soggetto e la sceneggiatura li ha firmati assieme a Paolo Virzì.
“Tolo tolo” mette il dito nella piaga, senza troppi eccessi e proclami mostra ciò che sappiamo bene, ossia mostra ciò che succede a chi, da immigrato “clandestino”, intraprende il cosiddetto grande viaggio. Zalone cioè affronta il tema dei temi del nostro paranoico presente, servendosi del filtro di una commedia più leggera rispetto ai precedenti.
La paranoia principale del nostro tempo emergeva già nel furbo e provocatorio trailer diffuso rapidamente sui social, sul quale molti hanno fatto a gara a chi ne capiva di meno, spesso non in buona fede. Ad esempio qualcuno ha vestito il tutto con la felpa di Salvini pensando a un endorsement di Zalone, parimenti altri hanno preferito arrendersi a una supposta evidenza arrivando a dire che Zalone giocava facile coi luoghi comuni razzisti per mero cinismo commerciale. Ecco che il film, viceversa, ha confermato l’indirizzo di fondo, fuori da eventuali zone grigie. Zone che non esistevano nemmeno nel trailer citato.

Il film riesce a non divenire una scontata operazione marchiabile da Destra quale “cattocomunista/buonista” magari con sacche moralistiche pronte all’uso quando si esagera con le battute. Zalone è corrosivo, solo più moderato rispetto a un tempo, ma pone alcuni punti fermi senza ambiguità. Scherza ancora una volta su quel che rischia di diventare un tabù da politicamente corretto (giocando sul colore della pelle, evocando banane, zampe, luoghi comuni…). E’ anche uno Zalone meno bambinesco degli altri film, invecchiato nel corpo (ecco forse perché del riferimento insistito all’uso dell’antirughe, di per sé un po’ giustapposto), ma ancora sufficientemente ignorante, egoista e menefreghista, tutt’uno con la società che lo circonda e che manda attraverso il voto a Palazzo Chigi chi “sa sognare”, pur conservando intatta ignoranza e incapacità (è una gustosa parodia di Di Maio/Conte/Salvini e di tutta la schiera di “statisti” naif e miracolati che oggi occupano ruoli di responsabilità da far tremare le vene ai polsi). “Tolo Tolo” è un riflesso della corrente negativa che scorre forte nella fogna dei social, la quale ha permesso che nell’ultimo decennio emergessero impunemente razzismo, violenza verbale, odio ignorante, paura ingiustificata, cancellando così la soglia minima della vergogna. Non era facile per Zalone, anzi era rischioso per il golden boy della commedia cinematografica italiana, guardare negli occhi Medusa e uscirne indenne. E’ stato coraggioso, niente da dire, avrebbe potuto fare l’ennesimo film sui vizi furbetti italici invece ha indicato la luna, sta al pubblico capirlo o scegliere di limitarsi al dito. Nonostante i rari distinguo di politici di Destra il film è infine tollerato, grazie alla grande popolarità e ai numeri del botteghino; dopo l’uscita in sala ha però galvanizzato quella critica di Sinistra (o tendenzialmente tale) che in qualche caso si è coperta di ridicolo tentando di mettere il cappello su tutta l’opera di Zalone, sin dalla sua infanzia televisiva pugliese: a dir poco imbarazzante.

Un po’ di predica non manca e lo spettro di “La vita è bella” aleggia lungo tutto il film, sia per forma del racconto sia sostanza dei fatti, ma la predica anche qui è bilanciata dall’esorcismo del sogno, della favola, ed è contrappuntata da pochi momenti in cui si ride forte. Altre risate si manifestano spesso a denti stretti, un po’ amare, pensose.
Dato della sala: gli strafalcioni lessicali, la manifesta ignoranza storico-culturale, le citazioni letterarie e cinematografiche corrette (a un certo momento compare “Mamma Roma”), le insistite parodie mussoliniane, oltreché i tempi verbali sbagliati non hanno fatto troppo scomporre il pubblico, non come ai tempi di “Fantozzi”, un segnale tutto da interpretare.

L’intreccio del film ricorda da molto vicino “Quando sei nato non puoi più nasconderti” (2005) di Marco Tullio Giordana e “L’ordine delle cose” (2017) di Andrea Segre, entrambi film di finzione drammatici, con un investimento retorico e ideologico di altra risma, ma che stanno dalla medesima parte di Zalone (e vorrei ben vedere, peraltro), condividendo con quest’ultimo qualche malcelata speranza di progresso sociale.

Dal punto di vista dell’edizione il missaggio pietoso rende incomprensibili alcune battute dette a mezza voce o mentre persiste la base musicale (e a suo modo “Tolo Tolo” è un musicarello, con Nicola Di Bari come testimonial della pugliesità assieme a un autoironico Nichi Vendola). La regia non si limita a descrivere e sottolineare l’azione scenica, ma si inventa anche qualche movimento che non ti aspetti. Il cast è in funzione del protagonista (cfr. Benigni), niente di nuovo, purtroppo.
In breve “Tolo Tolo” è più importante, oltre che per le motivazioni economiche (che per il cinema italiano non è un particolare), per questioni massmediologico-politiche, anche se convincerà temo solo solo (anzi tolo tolo) chi è già convinto di suo.

P.S. E per il nostro naturale e candido riflusso di fascismo speriamo basti un po’ di Gentalyn, come suggerisce Checco medesimo.

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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