Mad Men (2007-2015)

Tra le produzioni seriali riproposte da Netflix, al di là dell’eventuale nostalgia, brilla la saga di “Mad Men” che a tredici anni dal debutto e a quasi cinque dall’epilogo (l’ultima – memorabile – puntata è stata trasmessa negli Usa nel maggio 2015) ha tra i meriti involontari anche quello di ricordarci quanto sia, nel frattempo, divenuta sacrificabile la cura (sceneggiatura, dialoghi, regia, ecc…) nelle produzioni seriali odierne. Per alcuni serial recenti – anche di successo, cfr. la parabola di “The Crown”, ma non solo – la questione centrale pare riguardare la quantità (aumento del numero di puntate, della durata della puntata, del numero di stagioni) che, assieme alla corsa alla saturazione di un dato genere o sottogenere di successo sulla scorta del caso mediatico, è un processo che ha generato un sostanziale caos produttivo. Caos che, sempre più sotto gli occhi di tutti, ha il demerito di seppellire quel che di buono c’è sotto una coltre di mediocrità, che magari emerge solo perché è pubblicizzata meglio. Ecco che la mediocrità e/o le riduzioni di budget in corso d’opera impoveriscono e condizionano via via serie promettenti, impoverimento che spinge il pubblico in fuga dalla Tv generalista (e che non va al cinema abitualmente) ad accontentarsi di quel che passano Netflix e Prime Video. Perciò, rivisto oggi, “Mad Men” (così come “Breaking Bad”, “The Sopranos”, ecc…) ci svela attreverso il confronto un ulteriore ribasso generale che talvolta ci fa accettare di andare a patti con plot miserandi destinati a sgretolare di puntata in puntata tra sciatteria o assenza di coraggio, conformismo narrativo e della messinscena.

Mentre “Mad Men” nella sua complessità, nella sua coerenza (ad esempio, sono molti gli archi narrativi secondari che si chiudono a distanza di anni), nella capacità di giocare con la Storia e con le storie vince la sfida di fidelizzare il pubblico senza uscire da una consuetudine forte dell’impianto, sorta di telaio portante che regge a distanza di tempo. Il punto di forza del racconto, infatti, si riscontra nella ripetitività di situazioni cui sono sottoposti i personaggi tra tradimenti, bugie e meschinità e che si intrecciano a un momento importante nel quale la nostra epoca prende una forma assai familiare. Un momento storico dove essa si forgia, tra conformismo e consumismo sfrenato e corrisponde a un modello di produzione mediale che oggi pare appartenere a pochi esemplari, svincolati dalla corsa alla satutazione perché legati all’autoralità (vedi gli ultimi Lynch, Refn, ma pure Gilligan e Matthew Weiner stesso con l’esperimento antologico “The Romanoffs” del 2018, e ancora in produzione, per me comunque sia un po’ problematico).

“Mad Man” è, se si vuole, l’ennesima rivisitazione di “Pinocchio” sotto mentite spoglie: Don – ricostuito nelle sue tappe di emancipazione a partire dalla propria assenza di radici – infine, se proprio non diviene un bambino buono, di certo impara a galleggiare in ogni occasione e nonostante tutto, sino a ottenere un successo di casta che lo colloca in alto nella catena alimentare: è tra i predatori più scaltri e in questo riconosciuto, adorato, ammirato e celebrato. Don, che in realtà è Dick, figlio di una prostituta presto orfano e adottato da una famiglia disagiata del Midwest che lo maltratta, coglie la propria occasione di svolta approfittando di un tragico incidente di guerra, in Corea, a causa del quale assume fraudolentemente l’identità di Don Draper. Da qui in poi, grazie a un talento innato (questo è un elemento essenziale), incarna la quintessenza del sogno americano, ossia della costruzione di un successo individuale, eppure tossico e basato sulla menzogna, ma che, nonostante tutto, tiene nel tempo.
Difficile oltreché inutile tentare di sintetizzare la giostra di comprimari e deuteragonisti che via via crescono e svaniscono attorno al carismatico e tenebroso Don. L’elemento più importante e costante della serie è la sfida (cupio dissolvi) del protagonista con se stesso medesimo, il quale attraverso dipendenze di ogni genere (sesso, alcol, fumo) pare misurare giorno per giorno – calvinisticamente – un supposto favore divino nei suoi confronti che si determina attraverso il successo e la ricchezza. Don/Dick la sfanga sempre e non è solo merito della propria intrarprendenza, spesso il merito è della sorte che lo tutela. In questo Don assomiglia in tutto e per tutto alla New York degli anni Sessanta, anni di cambiamenti, paura, disastri, delusioni, opportunità, sviluppo, degrado, ricatti e progresso.
Infine, sorprende come il termine della serie fissato nel rapporto con la contestazione di fine decennio, ossia con la generazione successiva a Don (e nella fattispecie le donne: la giovane seconda moglie, la figlia preadolescente e la nipote acquisita fricchettona), che ormai si vede quale relitto di una guerra che pensa di aver perso definitivamente, proprio in quel vulnus egli trovi la chiave per infilzare le nuove istanze, le aspirazioni utopiche allora emergenti tra i giovani. Nuove istanze, nuove aspirazioni, utopie ben presto frustrate, ovviamente, ecco che subito dopo la sbornia sesantottina Don, il camaleonte, riesce a trovare una nuova, ennesima quadra, decifrando il rebus giovanile e avviando una addomesticazione delle masse giovanili pacifiste ed ecumeniche a favore del capitale e in particolare favorendo uno dei suoi simboli più chiari del neocolonialismo dei consumi: la Coca Cola.
Raramente un finale di serie – intendo gli ultimi minuti dell’ultima puntata dell’ultima stagione – è riuscito a dare un nuovo, più ampio, senso a un intero piccolo grande mondo costruito di volta in volta per quasi otto anni.
Da rivedere.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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