The Farewell – Una bugia buona (2019)

Difficile riassumere in poche righe The Farewell, ma al contempo si può classificare quale commedia (sofisticata) degli equivoci vecchio stile, molto articolata, seppure inquadrata in una struttura narrativa rigorosa. Per i personaggi esiste il prima e il dopo un dato evento: ossia la scoperta di un segreto che crea la possibilità dell’incontro di persona – dopo anni di presenza via telefono – tra Billi, una trentenne sinoamericana che abita a New York da quando aveva sei anni, e la nonna ottuagenaria, Nai Nai, che vive nella nativa Cina. Un incontro che è l’occasione per un addio definitivo, visto che Nai Nai è gravemente malata. Il punto è che la nonna è l’unica componente della sua famiglia a non conoscere la diagnosi.  Nel contempo Nai Nai progetta di organizzare il matrimonio di un giovane nipote che abita in Giappone, il quale si sposa con una ragazza del posto, ma appunto in Cina. La cerimonia è creata ad arte, a quanto si capisce, e diviene una scusa per radunare la diaspora familiare senza destare sospetti nell’energica nonna. Ciò genera una catasta di menzogne, piccole ed enormi, ma a fin di bene. Al di là di questo parziale riassunto si può, invece, tentare una sintesi estrapolando un dato positivo e uno caratteristico (più una congettura).
Un dato positivo. L’elemento più vivace – parte di un film che vuole essere una favola a lieto fine – si trova nella di per sé pericolante costruzione e nel mantenimento della menzogna creata dai figli, sorella e nipoti di Nai Nai. La bugia è, infatti, nota al pubblico, il “divertimento” è sostenuto dall’osservare di volta in volta in che modo essa venga tutelata, così come dalle altre bugie di corredo concepite da tutte le parti in causa. Ho visto il film in lingua originale sottitolata (cinese mandarino, inglese e un po’ di giapponese): la buona recitazione aiuta una sceneggiatura che è sostenuta soprattutto sui dialoghi, sui primi piani dei volti, sul non verbale, più che sugli eventi, di per sé fatti di incontri. Ma la menzogna si manifesta già nella prima telefonata intercontinentale tra New York e un angolo di Cina (la nonna chiede a Billi se indossa un berretto, quest’ultima mente per evitare eventuali rimproveri), grazie a ciò la nipote può mentire a Nai Nai senza essere “scoperta”. Quindi la bugia è una possibilità praticabile in un legame comunque forte nonostante le distanze e i tanti anni di lontananza. In seguito questo legame tra due generazioni rappresentate tra donne vissute in luoghi differenti ha la possibilità di evolvere ulteriormente, in presenza, ma sempre tra menzogna e una vaga aspirazione – frustrata – alla lealtà. Mentre tutti i parenti accettano di salvaguardare la serenità della nonna, Billi è l’unica che si pone un problema etico, che diviene un rovello, ed emerge a partire dal suo volto ineluttabilmente triste. Espressione che Nai Nai non riferisce mai a sé, tranne che per i saluti finali, attribuendo ad altro la causa di questa malinconia così plastica. Piccoli ma eloquenti tratti di una maschera che una regia attenta ai dettagli, ai singoli caratteri, ai simboli, ai contrasti e alle contraddizioni, coglie e amplifica senza eccedere.
Una caratteristica. Una caratteristica che ho trovato importante riguarda la cultura del pianeta cinese in rapporto a un supposto mistero, mistero per gli spettatori occidentali ovviamente. Siamo messi a parte di una famiglia di emigranti di successo, integrati nonostante le difficoltà. Conosciamo un poco i due figli di una matriarca che si sono realizzati il primo a New York – ossia il padre della giovane protagonista – mentre il secondo lavora come artista in Giappone. Il film gioca e rafforza due luoghi comuni o presunti tali: da un lato l’orgoglio nazionale cinese (la matriarca che in fondo rappresenta la madrepatria che offre i propri figli migliori per il progresso del mondo, leggi: mondo occidentale e capitalista), da un altro la mentalità statunitense che fa sentire parte di una seconda patria chi non vi è nato, ma ecco che una terza opzione si affaccia nell’acuirsi del nazionalismo – un po’ poser, visto in chiave ironica – di chi, invece, vive nel “rivale” Giappone. C’è da dire che il film è diretto da una regista statunitense di origini cinesi e ciò si sente nell’apparente superficialità con la quale viene liquidata l’integrazione a New York e con essa gli eventuali problemi relativi. Così come tutto infine viene edulcorato, gioie e fallimenti, paure e drammi all’orizzonte, per arrivare a sfumare nella favola dei buoni sentimenti e dei valori fondanti della famiglia, ipocrisie, follie e rituali compresi: purché l’ecumenismo vinca. Se in prima battuta questo confronto cinese con la cultura statunitense e giapponese affascina, d’altro canto lascia a bocca asciutta chi invece vorrebbe magari per contrasto conoscere un po’ anche l’enigma-Cina che, viceversa, rimane tale, sfumato in un’accozzaglia di riti importati, stile di vita occidentalissimo, sviluppo ostentato, abnormi e anonimi palazzoni in costruzione, globalizzazione e vicinanza alle radici mantenuta grazie a smartphone performanti e relativamente poco costosi e voli intercontinentali.
Una congettura. La congettura riguarda il sottotitolo italiano. Difficile capirne l’esigenza, al di là del riscontro della trama. Il titolo originale, ossia l’addio, di gran lunga più funzionale con la costruzione del mistero, prepara il pubblico a quel che i personaggi devono cercare di elaborare. Il sottotitolo italiano svilisce e svela senza aggiungere nulla al sollecito titolare originale, proprio perché è senza appello. Forse l’ufficio marketing temeva un effetto boomerang per un film che vuole essere una favola arcinatalizia, anche senza riferimenti dichiarati alla festività cristiana.

 

 

locandina

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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