The Crown 3 stagione (2019)

In breve: un po’ deludente, nonostante qualche scelta felice che riporta un sostanziale equilibrio. Nutrivo aspettative forse troppo alte considerando un cast di tutto rispetto.

La tenuta del progetto scricchiola assai, dando vita a una messinscena volutamente frammentata e che, come la monarca stessa, pare alla disperata ricerca di un centro di gravità permanente, nonostante la facciata apparentemente impeccabile.
La Elisabetta di mezza età è sempre più innamorata di una personale idea, talvolta anacronistica e impermeabile al mondo, del proprio ruolo di garante, mentre aumenta in lei la cifra di algida creatura che recita a soggetto terrorizzata di apparire in balia dei propri sentimenti agli occhi dei sudditi e soprattutto dei suoi familiari.

Il rapporto/duello più interessante che la stagione mostra è ancora quello tra la regina e la sorella, meno convincente è invece il confronto generazionale tra Elisabetta e il giovane e romantico Carlo. La regina è ossessionata da entrambi, ne teme l’inadeguatezza, li tollera nelle loro velleità che osserva con silenzioso disprezzo, mentre li invidia segretamente. Forse ama più la sorella del figlio – almeno il serial ci spinge a ipotizzarlo – ma giudica entrambi in modo spietato, frustrandone aspirazioni, pulsioni e tenendoli ai margini della scacchiera in un ozio mortificante. In questo è supportata dal giudizio di Filippo il frustrato, il suo consigliere più assecondato, che a ben vedere è la concessione di una regina preoccupata di non castrarlo ulteriormente.
Carlo – che non somiglia a nessuno dei due genitori, anzi il parallelo suggerito è con zio David l’ex re – pare metterla particolarmente a disagio, mentre fa di tutto per tenerlo lontano da sé, ferendolo con continui silenzi, sussiego e anticamera. In effetti la sola presenza di Carlo le ricorda ogni giorno che l’eventuale realizzazione del figlio implica la propria morte (o abdicazione). Il serial però non spiega se questa attesa della fine – reale e ideale – della sovrana, per quanto implicita, rappresenta il problema originale che condiziona il loro arido e formale rapporto, sempre al limite della rottura momentanea, che collima con un evidente sollievo per la monarca.

Altro elemento di discontinuità intrigante rispetto alle precedenti stagioni del serial è che qui Elisabetta II ha gli occhi castani e così la sorella Margaret. La scelta inverosimile rispetto alla realtà è motivata dalla salvaguardia dell’espressività di due grandi interpreti, Olivia Colman che dà il volto alla regina, e Helena Bonham Carter che interpreta la sorella.
Se il ruolo dell’estrosa Margaret ha dato l’opportunità a Bonham Carter di dare il meglio di sé (l’attrice passa dal dramma a impersonare il lato più frivolo della principessa con estrema destrezza interpretativa tanto da lasciare ammirati), d’altro canto la sempre più compunta, pinguinesca e irrigidita regina di mezza età incarnata da Colman perde la naturale grazia ed eleganza di Clare Foy (quest’ultima fin troppo attraente rispetto al personaggio storico). La pur bravissima Colman pare però esasperare alcune caratteristiche marziali, ma involontariamente comiche, appartenenti a una regina non sempre adeguata al proprio ruolo, nonostante l’utilizzo della griglia di comportamento sottrattivo: una presenza-assenza costante per il Commonwealth, nonostante qualche atto decisivo (cfr. il tentativo per quanto vago di colpo di Stato ad opera di Lord Mountbatten, intrepretato da Charles Dance, ossia Tywin Lannister). Avevamo già visto nelle prime due stagioni che il problema più grosso per la giovane monarca era rappresentato da una scarsa cultura (lasciando ipotizzare l’esistenza di alcuni limiti di tipo cognitivo), la quale perciò sfoggiava il proprio francese per tentare di distogliere l’attenzione da altre, eventuali, lacune culturali e di ragionamento. Purtroppo il confine tra il comico voluto (certe facce tra il sorpreso e lo sconcertato della regina/Colman colta dal disagio dinanzi alla modernità, ossia ai cambiamenti di costume) e l’involontariamente comico è, purtroppo, labile. La macchietta talvolta emerge, ahinoi. E non è questione di lesa maestà, ma di credibilità drammaturgica, continuità con il format e la tentazione guitta dello sberleffo gratuito. Questi casi che evoco riguardano soprattutto particolari espressioni e primi piani, ossia raccordi che però creano il carattere della produzione. Non riguardano tutte le puntate, come già rilevato, ma nel bilancio hanno il loro peso, anzi paiono diversivi di colore per distrarre da una certa qual povertà dei dialoghi e dell’intreccio assai elementare, senza troppe digressioni, stimoli, disturbi o brio in più rispetto al compitino lezioso di ricostruire la singola storia messa in scena nell’episodio.

Quel che viene via via a mancare al serial è il mondo, purtroppo non è un processo curato, voluto perché significante, anzi. Nelle prime due stagioni il mondo era di casa a Buckingham Palace, per l’ultima stagione gli autori si concentrano più sul focolare domestico, riducendo i personaggi ai familiari e al primo ministro di turno. Il tutto concentrato sul familismo piccolo e gossipparo (cifra da sempre appartenente alla saga dei reali inglesi, per carità), creando più che altro una sorta di serie a episodi, sempre più compartimenti stagni, isolati, sconnessi e tematici (la tragedia del villaggio dei minatori, il viaggio di Margaret negli Usa sono di gran lunga gli episodi scritti meglio). Forse il più stiracchiato, nonostante le premesse, è il racconto intrecciato tra l’avventura lunare e le velleità di un Filippo, sempre più macho di mezza età, ma senza ruolo. Anche se il duca di Edinburgo è il personaggio che ha mantenuto più continuità e coerenza con il proprio corrispettivo più giovane.
Senza appello è il ritratto di Carlo, nonostante qualche artificio idealmente indovinato (ad esempio gioco di specchi con l’ormai decrepito zio David), che delude aprendo a un versante di soap opera che forse si poteva accuratamente evitare. Qualità che – se tanto mi dà tanto – non può che peggiorare nelle prossime stagioni.
Ovviamente questi Windsor del Dopoguerra non sono giganti della storia, ma sono tuttavia bravissimi a galleggiare anche con il mare in tempesta, perciò sono imparagonabili con i loro avi più celebri, magari alle prese con guerre, rivoluzioni, atti eroici. Inoltre è stato il caso a mettere Elisabetta su quel trono, anzi è stata – suo malgrado – proprio Wallis Simpson (interpretata da una Geraldine Chaplin incartapecorita non solo nella recitazione) a crearla regina, questo nel serial non emerge affatto ad esempio.
Pare perfino insulso rappresentare Carlo – ritratto timido, insicuro, castrato, sensibile-piagnone, ecumenico –  quale esempio di coraggio perché aggiunge qualche frase di circostanza a un discorso pubblico pronunciato in Galles per arruffianarsi una fetta di sudditi che lo tollera o lo osteggia apertamente, mentre anche questo episodio vira nell’involontariamente comico.
All’orizzonte, con l’arrivo di Diana, il rischio è che questi aspetti scandalistici non possano che prendere il sopravvento facendo pendere la bilancia verso il pop un po’ più superficiale, almeno rispetto alla – per quanto moderata – revisione storica delle prime due stagioni di una regnante che ha attraversato generazioni ed epoche, perdendo pezzi,  ma rimanendo pur sempre aggrappata all’istituzione che rappresenta. C’è da sperare che il ruolo della regina non venga confinato a comprimario di una storia scritta e dettata dalle giovani generazioni – perlopiù dalla carismatica Diana – con un rischio di déjà-vu implicito di qualche telefilm dedicato alla coppia principesca.

 

locandina

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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