The bra – il reggipetto (2019)

Cinema e treni condividono un’origine comune: sono entrambi invenzioni e mezzi di comunicazione legati alla seconda rivoluzione industriale. Ok, fin qui è tutto risaputo, ma che cosa c’entra questo incipit con “The bra”?
Il film è senza dialoghi, sorta di omaggio al cinema muto, ma pure a un’idea mordernista di movimento, un moderno che è per forza di cose divenuto passato. Detto questo “The bra” è un audiovisivo sonoro a tutti gli effetti, sonoro che si esprime nei rumori diegetici cioè interni all’azione filmica, ma è soprattutto un film venato di nostalgia, che per contro risulta irrimediabilmente vecchio, soprattutto nella struttura narrativa e in alcune scelte stilistiche.

Il punto di vista del film è maschile e appartiene all’attempato protagonista, macchinista ferroviere neopensionato in cerca di reinventarsi. Il suo sguardo si intreccia a molteplici punti di vista femminili, digressivi di secondo grado, ognuno espressione di età e condizione diverse. Maschio e femmine di volta in volta si respingeranno – inevitabilmente – sullo sfondo di un quartiere pittoresco che è parte della città asiatica di Baku, capitale dell’Azerbaigian, situata sulle rive del Mar Caspio (o forse era parte: a quanto pare il quartiere è stato demolito pochi mesi dopo la fine delle riprese).

Il format è antico come il cinema: in sostanza è un “film di inseguimenti”, il filo conduttore è il “cherchez la femme”. Una donna misteriosa evocata sottoforma di simulacro: un reggipetto, un oggetto che più femminile non si può. Questo reggipetto vuole essere la metamorfosi (ovviamente maliziosa) della scarpetta di Cenerentola o della mela di Paride, dipende dagli esiti della ricerca.
Il regista (il tedesco Veit Helmer) non punta sulla novità, anzi. Perciò si va di gag in gag (che sono ovvi omaggi alla comica del muto), includendo qualche scena osé vista la zona corporea interessata, perseguendo in parallelo l’idea di un cinema di poesia che riprende frammenti dal Keaton più stralunato (citatissimo “Come vinsi la guerra – The General”) e Chaplin (evocato in lungo e in largo, soprattutto nelle goffaggini amorose), ma soprattutto di Jacques Tati, mentore di un cinema comico più recente, coloratissimo e peripatetico, così si prosegue, picarescamente, di donna in donna, di seno in seno, sino al fiacco finale, prevedibilissimo sin dalle prime immagini.
“The bra” rimanda anche a un cinema più recente (cfr. “Vodka Lemon” di Hiner Saleem 2003), irrimediabilmente vecchio, nel tempo spremuto oltre ogni reticenza da una pratica produttiva che tendeva a rincorrere stereotipi di un sempre più presunto gusto d’essai, che giustifica la propria esile trama in un omaggio che vorrebbe essere post moderno. Il risultato è che siamo dinanzi all’ennesimo emblema del cinema “carino”, un po’ surreale un po’ amaro, che lascia sempre perennemente perplessi sino all’inevitabile finale aperto, meglio inconcluso, cliché altrettanto paraculo (chiedo scusa).

Insomma “The bra” è un film piccolo che può piacere così come può irritare – magari per gli stessi motivi -, da ultimo non manca nemmeno di una visione post-coloniale a volo d’uccello sul luogo esotico dove l’evidente degrado, povertà e disagi fanno rima con un mondo idealizzato, dove si è felici con poco. Tutte qualità “poetiche” si dirà, ma che diventano nostalgia di un non-vissuto tutto nostro, nel senso di occidentale, che si risolve in un pittoresco déjà vu cinematografico.

The-Bra-2018-Veit-Helmer-poster.jpg

 

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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