Star Wars: L’ascesa di Skywalker – Star Wars: The Rise of Skywalker (2019)

Dei film, in genere, si può parlare in tanti modi, si può scegliere il taglio, il tema, lo stereotipo; si può stroncarlo, salvarlo, ridimensionarlo, gonfiarlo, possibilmente in buonafede.
Ecco questo film ha un merito, uno almeno. E il merito di questa terza e ultima puntata della trilogia sequel di Guerre Stellari sta nel far quadrare il cerchio, dare “il” significato determinante e totale ai due precedenti. Purtroppo.
Quel che di buono era emerso nelle due puntate precedenti (epp. VII e VIII) – che a me erano molto piaciute, un po’ più il primo del secondo – è stato infine spazzato via, sabotato, contraddetto o negato goffamente in questa sagra del remake non-remake di J.J. Abrams. Se nella prima puntata si dava inizio a qualche fecondo dubbio – in positivo -, qui invece riemerge in un “déjà vu” senza particolare coraggio, dopo il tentativo del secondo episosio generalmente giudicato non riuscito (ma per me, ripeto, riuscito almeno parte) firmato dal collega Rian Johnson.
In questo terzo tempo Abrams & C. riprendono (riesumano) i personaggi della trilogia originale sterilizzandoli, buttandoli al centro della scena a dire cose, mentre i nuovi personaggi si attardano a fare cose, lottare, correre e rincorrere, senza particolari guizzi di originalità né particolare senso se non per lo spettacolare e per il riempitivo (parliamone, peratro) sino a giungere al mostruoso risultato delle due ore e trenta di durata. Allo stesso modo gli autori si comportanto con i temi e le metafore storiche della saga, svilendoli senza pietà. Molte sono le sbavature mai spiegate, al di là delle numerose pagliacciate (es. perché Finn poteva usare la spada laser? è jedi o non lo è? No, non lo è: si tratta di una falsa pista. Bello, eh? Ma perché, poi, non l’ha più usata? Oh, non gliel’hanno più prestata, oppure mi sono perso un pezzo di sicuro). In sitesi Abrams & C. arrivano a farne un gotico orrorifico, questo sì disneyano-timburtoniano, che non impressiona/meraviglia/spaventa realmente nessuno.
I ritorni dal presunto aldilà sono, da sempre, il piatto forte delle soap opera, ma qui assistiamo a una piccola summa di temi cari al format: abbiamo il redivivo (redimorto?) Impertatore Palpatine, il familismo degli eletti, il sangue blu Sith e Jedi che è il preludio di una nuova trilogia dell’eterno ritorno all’uguale, lo scrivo senza voler scomodare, sempre nell’aldilà, Nietzsche o, per la serialità nell’audiovisivo, Umberto Eco.
La traccia – che più che sottesa è letteralmente urlata – è quella evangelica:  dalla strage degli innocenti (ossia Palpatine come Erode e Rey come Gesù bambino), alla morte e risurrezione di quest’ultima e redenzione del mondo, passando per il sacrificio del Battista che è anche un bel po’ Giuda, bacio compreso (Driver).
Ma era proprio necessario scomodare il relitto Palpatine? Forse qualcosa, nel frattempo, è andato storto – morti e defezioni importanti non sono mancate – e si è corso ai ripari, scegliendo il rifugio nel noto e rassicurante passato lucasiano, riciclando – siamo pur sempre in tempi ecologismo spinto e/o poser – anche i cadaveri eccellenti.
Insomma: nonostante gli innumerevoli spiegoni disseminati qua e là affinché nessuno rimanga indietro, false piste imbarazzanti (Rey emana fulmini come il nonno e lì si mangia la foglia tutti assieme appassionatamente, sbadigliando nel contempo) quel “tutto” narrativo & visuale frana sotto gli occhi disincantati dello spettatore di mezza età, un po’ come il tempio Sith nel finale, in un già visto, scontato e sconfortante.
Degli attori non si salva quasi nessuno, nemmeno il talentuoso Driver (onnipresente al cinema, peraltro), che per un buon quarto del film recita nascosto da una inutile, quanto ormai pretestuosa, maschera da Vader wannabe, elemento identitario che nel primo film aveva un senso simbolico chiaro e intrigante: ossia lo scimmiottamento del mito, e la storia che si ripete come farsa (ah, in questo film il cattivone storico non è evocato come Fener, come invece vorrebbe la strampalata traduzione italiana del 1977 creata per evitare l’assonanza con Vater – nel senso di tazza del -, questo per la cronaca), nemmeno la bellissima Daisy Ridley condannata a una sostanziale biespressività (incazzata dura e accigliata), e nemmeno i senatori della serie che non recitano, ma si limitano, appunto, ad apparire, vecchi e per forza di cose fiacchi e imbolsiti; attori che non sono più tali, immersi nel sentimentale che sfocia nel culto del morboso, nel pretestuoso, per non parlare del perturbante (si sprecano gli ologrammi di personaggi e attori defunti più o meno realmente o più o meno metaforicamente vedi Hamill e Ford).
Per quanto sia legittimo, non si tratta solo di affermare che un film piace o non piace, bensì si tratta di far pace con un’ipotesi, forse anche qualunquista, ossia che un progetto così ricco, atteso e ampio, nonostante i micro-inserti mélo, i macro inserti avventurosi-inseguimenti-cappa&spada, gli effetti speciali, le pacchianate, le resurrezioni in computer grafica, ci rendono solo la misura di un mega sequestro dell’immaginario collettivo, scorno che forse una saga così pregna di signficati, riflessioni, provocazioni come Star Wars che in questi tempi di crisi della democrazia, per come la intediamo, forse non meritava. Forse meritava solo di essere consegnata a a un passato al quale ahinoi appartiene.

Più che post-qualcosa siamo al vintage insistito, almeno dal punto di vista dell’impianto narrativo (computer grafica a parte), e alla non-elaborazione del lutto rispetto alla morte di attori amatissimi e di un progetto epocale altrettanto amato e ammirato da più di una generazione, almeno dal punto di vista delle scelte e allo sprezzo – miliardario – del ridicolo. Lo dico nonostante le sale cinematografiche piene come si conviene nelle grandi occasioni.
In effetti, di recente, la saga, in generale, ha ottenuto risultati migliori quando è riuscita a innovare nel lungometraggio (es. “Rogue One”) o attraverso la serialità e l’animazione, qui sembra che l’Universo parallelo creato da Lucas abbia ancora qualcosa da dare, oltre che da dire.

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Cena con delitto – Knives Out (2019)

Entrare in sala, spegnere il cervello, prendere quel che arriva senza troppe aspettative e riuscire a divertirsi tra bellissimi – insistiti – primi piani di attrici nel fiore degli anni e di attrici che segnarono un’epoca (e alludo nientepopodimenoché a Jamie Lee Curtis) dove, ovviamente, non mancano anche i corrispettivi maschili come Daniel Craig e Chris Evans e il ‘redivivo’ Don Johnson. Rian Craig Johnson (“Star Wars: The Last Jedi”), regista e sceneggiatore, ha a disposizione quattro generazioni di attori di grande fama a partire dal decano Christopher Plummer sino Ana de Armas (indimenticabile in “Blade Runner 2049”) e Katherine Langoford protagonista del serial-caso “Tredici – 13 Reasons Why”.
E’ un film di Natale senza Natale, senza alcuna pretesa di impressionare o di lasciare il segno nella storia del cinema. Knives Out è, infatti, intrattenimento puro che cresce attraverso il disvelamento dei meccanismi della detection tra scatole cinesi, ipotesi verisimili, false piste, con più di qualche momento comico, animato da un buon ritmo, buona regia e da un cast di tutto rispetto (che soffre il doppiaggio).
E’ un piccolo thriller legato a un luogo tipico del genere (ossia una cupa e grande casa di famiglia piena di anfratti e vie disgressive, passaggi segreti) che pare guardare – più che ad Agatha Christie – a Jessica Fletcher (che viene anche citata) e alla tradizione del giallo televisivo.
E’ un prodotto che dilaga nel demenziale, ma mai quanto il titolo italiano (spoiler: non c’è alcuna cena).

"Cena con Delitto - Knives Out"

Frozen II – Il segreto di Arendelle (2019)

Il sequel di uno dei classici Disney più riusciti e memorabili degli ultimi anni si conferma un mezzo disastro (annunciato o meno che fosse).
Qualche tempo fa il cortometraggio “Frozen – Le avventure di Olaf” (2017, distribuito in sala assieme a “Coco”), con al centro di nuovo le note incomprensioni tra le due sorelle ritrovate, apriva a una imbarazzante visione dell’adolescenza al femminile stereotipata (capricci senza nome, insicurezza da manuale, affetto corrisposto ma non comunicato apertamente: Elsa è regalmente sostenuta, un po’ algida in linea con i suoi poteri) tanto da annoiare a morte, nemmeno l’inserto macchiettistico di Olaf era riuscito ad arginare il sottotono.
“Frozen II” se possibile peggiora le cose (nonostante Olaf che anche qui diverte) è un musical d’animazione che non ha nulla da dire e lo fa per un tempo interminabile: 103 minuti. Ovviamente, non avendo troppe idee da vantare, ecco che il rifugio delle citazioni sbrodola oltremisura. Uno su tutti: la sorta di videoclip anni Ottanta con splitscreen e dissolvenze incrociate che vede protagonista Kristoff, ma che non basta all’esorcismo né crea sintonia con il pubblico scivolando nell’involontariamente comico.

Elsa. Il politicamente corretto si mescola al già visto tolkeniano, al Fantasy più o meno omaggiato (“La storia infinita” e di nuovo “Il Signore degli anelli”) e a un inevitabile ecologismo – cifra (posa?) progressista del nostro tempo – piegato a una storia che non esiste e che confina Elsa a una sorta di idea purissima, casta e distaccata dai beni materiali, personaggio semi-incorporeo che cambia d’abito senza divenire altro da sé, non più di quanto non sia già, ossia lontanissima da questo mondo che non (la) capisce. Il che per un prodotto disneyano – spesso votato al conosci te stesso e/o al crea te stesso in rapporto a un mondo ostile che va migliorato attraverso le nostre scelte individuali – è un problema non da poco. Ma in effetti il romanzo di formazione c’era già stato nel primo film, qui Elsa si è ulteriormente liberata da schemi patriarcali. Ma è poi vero che se ne è liberata? Sino a un certo punto: li ha sostituiti in toto, come Elisabetta I brillando (e ballando) da sola. Non è propriamente una novità né un progresso di per se stesso: parliamone. Elsa non ha uno spasimante (mai avuto) oltre all’amore incondizionato della sorella che rappresenta frotte di bambine che vorrebbero essere Elsa medesima, più uniche che rare.
Anna. Al contrario di Elsa, Anna – personaggio materno, sentimentale al limite dell’ansiogeno – di spasimanti ne ha avuti un paio almeno, veri o presunti che fossero, che lei però ha corrisposto, e questo è il dato essenziale. Anna è il doppio carnale, se vogliamo banale, di Elsa, necessario quanto realistico, è lei il meglio per Arendelle, come sostiene Elsa, perché incline al compromesso. Elsa non è fatta per il compromesso, è inadeguata al contingente, e muore. Muore simbolicamente? non saprei. Ci sta che la sua sia una morte corporale a tutti gli effetti, una morte nel mondo delle cose e come un agnello sacrificale cristologico rinasce del mondo delle idee, lasciando il suo posto/trono ad Anna che può divenire regina (e nessuno, infatti, ne contesta la successione perché non può farlo: Elsa è scomparsa) inoltre le due sorelle comunicheranno solo via messaggio e l’esorcismo della morte ci sta tutto: Cristo e San Pietro. Ma il risarcimento di Anna è ancora una volta un’occasione persa, forse è tra le poche protagoniste di un lungometraggio a essere stata scalzata da una deuteragonista come Elsa, potente in quanto dotata di poteri magici. Nemmeno questa volta Anna ha avuto un suo quarto d’ora di aura, vero, ma è stata strumento nelle mani di Elsa, nonostante il finale telefonatissimo e deludente. A nessuno interessa di Anna, né della sua noiosa storia d’amore con un altrettanto penoso spasimante pasticcione, grande, grosso, ma inevitabilmente accessorio in un mondo dove sono le donne a essere “condannate” a vincere sul mondo e sui codici maschili(sti).
Il mascolino. Parliamo della figura del padre – stereotipo cavalleresco bidimensionale positivissimo senza ombre, bello come il sole e perfetto – nel primo film oscura il ruolo della madre, subalterno e stereotipato, un’ombra di vestale. Ecco che anche la madre qui ha una rivincita svelata dalla memoria dell’acqua. Il padre, nel classico gioco dei generi corrispondenti figlia/papà, è comunque sacro, anzi è un modello inarrivabile e insostituibile, almeno per Elsa che in effetti si vota al culto della coppia che l’ha generata rinunciando al mondo e all’amore (anche carnale, e questo gli spettatori più grandi lo capiscono bene). Quella che viene demolita è la figura del nonno, traditore, colonialista, razzista, ma meno potente quale archetipo paterno, perciò spuntato, che non si può realmente detestare poiché troppo lontano dal cuore delle protagoniste e perché non depositario di una fiducia tradita, se non ideale.

Poche le strizzatine d’occhio al pubblico adulto/genitoriale e, quando ci sono, sono francamente poco utili alla causa.

Mezzo disastro dicevo, mezzo no.
La parte visiva è una vera festa di colori, di particolari, di dettagli e di animazione impeccabili.
In una parola: impressionante.

(P.S. meglio rimanere in sala sino alla fine degli interminabili titoli di coda, ne vale la pena.)

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The bra – il reggipetto (2019)

Cinema e treni condividono un’origine comune: sono entrambi invenzioni e mezzi di comunicazione legati alla seconda rivoluzione industriale. Ok, fin qui è tutto risaputo, ma che cosa c’entra questo incipit con “The bra”?
Il film è senza dialoghi, sorta di omaggio al cinema muto, ma pure a un’idea mordernista di movimento, un moderno che è per forza di cose divenuto passato. Detto questo “The bra” è un audiovisivo sonoro a tutti gli effetti, sonoro che si esprime nei rumori diegetici cioè interni all’azione filmica, ma è soprattutto un film venato di nostalgia, che per contro risulta irrimediabilmente vecchio, soprattutto nella struttura narrativa e in alcune scelte stilistiche.

Il punto di vista del film è maschile e appartiene all’attempato protagonista, macchinista ferroviere neopensionato in cerca di reinventarsi. Il suo sguardo si intreccia a molteplici punti di vista femminili, digressivi di secondo grado, ognuno espressione di età e condizione diverse. Maschio e femmine di volta in volta si respingeranno – inevitabilmente – sullo sfondo di un quartiere pittoresco che è parte della città asiatica di Baku, capitale dell’Azerbaigian, situata sulle rive del Mar Caspio (o forse era parte: a quanto pare il quartiere è stato demolito pochi mesi dopo la fine delle riprese).

Il format è antico come il cinema: in sostanza è un “film di inseguimenti”, il filo conduttore è il “cherchez la femme”. Una donna misteriosa evocata sottoforma di simulacro: un reggipetto, un oggetto che più femminile non si può. Questo reggipetto vuole essere la metamorfosi (ovviamente maliziosa) della scarpetta di Cenerentola o della mela di Paride, dipende dagli esiti della ricerca.
Il regista (il tedesco Veit Helmer) non punta sulla novità, anzi. Perciò si va di gag in gag (che sono ovvi omaggi alla comica del muto), includendo qualche scena osé vista la zona corporea interessata, perseguendo in parallelo l’idea di un cinema di poesia che riprende frammenti dal Keaton più stralunato (citatissimo “Come vinsi la guerra – The General”) e Chaplin (evocato in lungo e in largo, soprattutto nelle goffaggini amorose), ma soprattutto di Jacques Tati, mentore di un cinema comico più recente, coloratissimo e peripatetico, così si prosegue, picarescamente, di donna in donna, di seno in seno, sino al fiacco finale, prevedibilissimo sin dalle prime immagini.
“The bra” rimanda anche a un cinema più recente (cfr. “Vodka Lemon” di Hiner Saleem 2003), irrimediabilmente vecchio, nel tempo spremuto oltre ogni reticenza da una pratica produttiva che tendeva a rincorrere stereotipi di un sempre più presunto gusto d’essai, che giustifica la propria esile trama in un omaggio che vorrebbe essere post moderno. Il risultato è che siamo dinanzi all’ennesimo emblema del cinema “carino”, un po’ surreale un po’ amaro, che lascia sempre perennemente perplessi sino all’inevitabile finale aperto, meglio inconcluso, cliché altrettanto paraculo (chiedo scusa).

Insomma “The bra” è un film piccolo che può piacere così come può irritare – magari per gli stessi motivi -, da ultimo non manca nemmeno di una visione post-coloniale a volo d’uccello sul luogo esotico dove l’evidente degrado, povertà e disagi fanno rima con un mondo idealizzato, dove si è felici con poco. Tutte qualità “poetiche” si dirà, ma che diventano nostalgia di un non-vissuto tutto nostro, nel senso di occidentale, che si risolve in un pittoresco déjà vu cinematografico.

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L’uomo nell’alto castello – The Man in the High Castle (2015-2019)

[SPOILER]

Si è concluso il serial suddiviso in quattro stagioni tratto dall’omonimo romanzo ucronico/distopico di Philip K. Dick (che in Italia è circolato anche con il titolo “La svastica sul sole”, 1962) ambientato a partire dai primi anni Sessanta di una dimensione, parallela alla nostra, nella quale l’Asse ha vinto la seconda guerra mondiale dominando il mondo. In particolare troviamo un Nord America diviso tra Germania nazista e Impero giapponese.

La produzione di Amazon, che ha ottenuto numerosi riconoscimenti all’estero, sconta qualche vistoso difetto relativo alla recitazione che per alcuni attori è a dir poco imbarazzante. Non mancano incongruenze narrative, ad esempio per quanto riguarda Tagomi – personaggio chiave – che scompare in un modo quantomeno sciatto se non sospetto (è una sensazione piuttosto forte, non apparendo nemmeno in flashback); così come sfuma il senso del simbolo della resistenza ideato da Frink e che torna nel finale, ma in maniera giustapposta.
L’epilogo, che mostra l’esodo di persone da una dimensione all’altra, rimane assai vago, interpretabile, anche per questo ha destato qualche perplessità. In realtà spiega (o tenta di spiegare) una sorta di speranza anche per il mondo infestato dai nazisti con un richiamo alla resistenza da parte di persone che non si piegano alla tirannide e che perciò si uniscono, fanno massa.

L’intreccio ha il pregio di tenere assieme una trama complessa, costituita da piani narrativi assai differenti tra loro con salti nel passato e nella dimensione parallela, mantenendo però tensione e coerenza, nonostante ingenuità e scorciatoie. Le ricostruzioni, le ambientazioni e i costumi sono credibili al limite dell’angosciante, il tutto è valorizzato da una fotografia impeccabile.

 

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