Selfie (2019)

Napoli è tante cose e una sola. Napoli è il nostro sguardo che passa da un luogo comune a un altro senza lasciare dubbi, nemmeno per sbaglio, perché Napoli corrisponde soprattutto a un nostro pregiudizio che basta a sé. Guai a toglierlo, si perde l’orientamento.

Alla fine di quel pregiudizio incistato inizia Selfie, che è un autoritratto in movimento. Sguardo che tenta di dire che Napoli e i napoletani includono anche altro, molto altro, senza troppe sottigliezze, senza foraggiare con rinnovato odio vecchi argomenti di chi non ama la città, nonché la cultura partenopea. Ma il documentario non vuole dare ragione nemmeno chi la vuole relegare a uno sguardo lacrimoso, vittimistico, da sceneggiata, e nemmeno a chi riduce la vita della città a una guerra tra clan camorristici, senza altra curiosità. Selfie non si prende la briga di negare alcunché, ma devia dalla strada battuta senza perdere di vista le questioni arcinote della criminalità, delle piazze della droga, dei morti ammazzati, perché ne parla, ma secondo un’ottica diversa, complessa, non sazia. Ferrente attraverso il suo film tenta di dire che Napoli, in particolare il Quartiere Traiano, anzi in particolare gli adolescenti che la vivono, ossia due adolescenti, almeno loro, sono anche altro da questo. Sono altro assieme a questo tutto che comprende il marcio e il sano. Così può essere se vi pare, se ci pare. Ovviamente i problemi esistono, si vedono, si dichiarano. Il mito della guapparia non è mai morto, il mito dell’uomo d’onore carcerato c’è, è tollerato ed inserito in un orizzonte di uomini e donne giovanissimi. Da queste interviste-ritratti, talvolta ruvide, emergono – almeno dal lato cinematografico – le esperienze del cinéma-vérité e del Pasolini di Comizi d’amore, ispirate alle pagine letterarie più antiche dedicate a Napoli e al suo ventre (Serao), arrivando a includere anche le meno immediate (Leopardi). Forse involontariamente, forse no.

I lati scuri e deteriori della città sono mostrati proprio dai protagonisti che si ritraggono in movimento, inquadrati da una soggettiva speculare, e illustrano il loro rione con una innocenza che disarma e che conquista, in un approccio naturalistico che è soprattutto spontaneo. La mediazione infine è data non tanto dal regista, ma dallo sguardo di ragazzini di sedici anni, nati al mondo degli adulti con l’obiettivo in mano, quello dello smartphone che li ritrae oggi come ieri, che raccontano in particolare un loro lutto, una voragine creata da chi avrebbe dovuto difendere le regole, la giustizia, l’ordine. Ma mentre evocano il male, in quello stesso istante mostrano la quotidianità fatta di cose, persone, aspirazioni, lavoro e speranze.
Non c’è un processo istruito da un giudice che ha già emesso una sentenza ideale, come non c’è un giudizio d’autore, calato dall’alto. A Ferrente spetta il compito di montare quelle immagini frammentarie, dar loro una continuità, dar senso ad autoritratti, così come a riprese automatiche di impersonali videocamere a circuito chiuso, a servizi di telegiornale, o dando voce alle persone, agli avventori che si affacciano sullo schermo, lo coinvolgono, gli si parano dinanzi offrendo a noi, altrettanti avventori, la loro versione dei fatti. Lasciandoci poi a meditare su loro, su noi, sull’elaborazione del lutto e della speranza, se così si può dire.
C’è una nuova alba, o una nuova promessa di alba, alla fine della notte. Che è una lunghissima notte.
Riscatto sociale, aspirazioni, divertimenti, trasgressioni: tutto quel che è implicito dietro due facce pulite di ragazzi del Rione Traiano, ragazzi del 2019, che vivono nel cuore di una città-mondo che trascina una cultura millenaria, con la quale non possono non fare i conti.

Selfie è la sua stessa poesia inaspettata, ma è anche la crudeltà quotidiana di una città allo sbando, senza regole, eppure vitale, anzi votata alla sopravvivenza a ogni costo (che è nella tenacia della ginestra leopardiana che sopravvive alle pendici del Vesuvio, fonte di eventuale distruzione, ci accompagna per mano, idealmente) ci mostra che una Napoli diversa da Gomorra esiste, anche se non è certamente perfetta. Come non è perfetto chi la giudica senza appello ed empatia, a ben guardare.

 

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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