Miserere – Pity (2018)

Miserere è un gioco delle parti sociali.

Miserere è un gioco delle parti sociali.
La domanda che genera il soggetto del film è: in seguito a un dramma familiare, quanto diviene essenziale per un uomo di mezza età ‒ benestante, con un mestiere di prestigio e un figlio che non gli dà particolari grattacapi (anzi) ‒ la commiserazione del prossimo, soprattutto estraneo?
Una possibile, ampia, risposta sembra darla il nuovo film di Babis Makridis, regista greco già messosi in luce con L (2012).

L’iconico volto del protagonista di Miserere (interpretato dal notevole Yannis Drakopoulos, maschera perfetta per il ruolo) dà vita a un’attitudine dell’uomo, qui messo in scena come animale sociale. Ma è questa un’attitudine che può dare dipendenza grave. In particolare il protagonista ha bisogno di un gregge protettivo mentre sceglie di riconoscersi in un unico sentimento di malinconia evidente, costante, spesso tragicomico. Egli è infatti quotidianamente proiettato nell’empatia altrui, totalizzante, che si traduce in piccoli gesti di compassione, attenzioni complici e preziose, sguardi pietosi e comprensivi, ma fatta anche di inebrianti dolci fatti in casa, così come di incoraggiamenti gratuiti. Vive, anzi abita, al centro di un’attenzione incondizionata. A ciò corrisponde un necessario e proporzionale annullamento altrui, fatto di disagio, di imbarazzi, di frasi fatte o pesanti silenzi che seguono a risposte del protagonista spesso mortificanti, senza possibilità di replica, disagio che sfocia spesso in commozione, partecipazione, abbracci e promesse di disponibilità potenzialmente infinite. Sempre che queste condizioni non vengano a mancare.

Formalmente il film è una commedia che si tramuta in altro da sé, perciò va gustato per i gradi sapientemente costruiti dalla sceneggiatura. Attenzione dunque agli spoiler e alle trame riportate in modo particolareggiato, così si può seguire passo passo il cammino in divenire del protagonista.

Altro punto di forza di Miserere si riconosce in una regia curata sin nei dettagli, il gusto estetico per l’inquadratura – è bellissima la fotografia! ‒ che rimanda a citazioni compositive e pittoriche più o meno dichiarate dentro e fuori dalla finzione scenica. Su tutte le inquadrature che omaggiano alcuni soggetti arcinoti di Magritte: ossia i ritratti di personaggi visti di nuca. Altrove questa tipologia di inquadratura è spesso sintomo di un cinema formalmente sciatto, ma qui ottengono un significato potente legato all’identità e alla metamorfosi della medesima.

Più in generale il soggetto si libera da facili luoghi comuni (quella che si vede è una Grecia contemporanea, senza bisogno di stereotipi e localismi, tantomeno di rovine di templi) per un racconto che si concentra su un risvolto della natura umana, che da peculiare diviene universale.

MISERERE_POSTER

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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