Verriegelte Zeit – Tempo bloccato (1990) – Trent’anni senza muro #3

“1989|2019-Trent’anni senza muro” è una rassegna itinerante curata da Federico Rossin e Alessandro Del Re e distribuita nelle sale italiane da Reading Bloom.
Tre film prodotti dalla Defa, casa di produzione dell’Ex DDR (Repubblica Democratica Tedesca), a cavallo tra il 1989 e il 1990, biennio che assiste alla caduta del muro di Berlino e prelude a un cambiamento degli equilibri politici su scala mondiale.

Verriegelte Zeit, tempo bloccato, tempo prigioniero. Lungo il 1990, anno di passaggio tra la caduta del muro e la riunificazione tedesca, nel mezzo di ambiguità, ombre e speranze, Sibylle Schönemann, regista originaria della Germania Orientale da qualche anno esiliata all’Ovest, mette insieme i pezzi della sua drammatica esperienza di vita costruendo un documentario d’inchiesta di raro rigore narrativo.

Nel 1984 la regista è arrestata assieme al marito operatore cinematografico, come lei in forza alla Defa la Casa di produzione più importante della Germania dell’Est. L’accusa è di “interferenza con le attività dello Stato” in una operazione gestita dalla Stasi, la temibile polizia politica della DDR.

Nel percorso a ritroso, raccontato sempre a ciglio asciutto, l’orrore appare in tutto il suo grigiore quasi ordinario. La privazione della dignità e libertà personali della regista e del marito avviene, al di là della generica accusa, per ragioni mai motivate se non vagamente individuabili in una loro richiesta d’espatrio.
L’insensatezza di fondo trova riscontro nei volti e nelle parole di quanti a distanza di anni – con più o meno indifferenza o sussiego – tra giudici, poliziotti, secondini, informatori e agenti della Stasi, donne e uomini, ebbero parte attiva o gregaria in quel dramma dell’esistenza di una coppia. Dramma che travolge anche le due figlie bambine, private senza troppe spiegazioni dei genitori, bloccati nel tempo in una prigione impermeabile.

Oltre al muro – l’ennesimo – di parole contro il quale la regista di volta in volta rimbalza, emerge nella sostanza dei fatti quella “banalità del male” che ricorda Adolf Eichmann, il gerarca nazista che si “limitò”, secondo il suo punto di vista, a ubbidire e mettere nella pratica gli ordini di strage pianificata.

Al termine del film, mentre un pianoforte accompagna gli essenziali titoli di coda, nei quali si riportano i nomi e ruoli (reali) delle persone incontrate, lo spettatore scopre d’essersi identificato con la vittima-regista. Identificazione che avviene attraverso la ripresa frontale dell’interlocutore, che è visto spesso in soggettiva, cioè dal punto di vista di Sybille e del marito. Ci si trova, spesso disarmati, di fronte agli atteggiamenti disinvolti di gerarchi, quadri, esecutori, nel frattempo rimossi, messi a riposo o destinati ad altre mansioni. Sono coloro i quali per paura, ignavia o per dovere hanno assecondato operazioni di rara disumanità e crudeltà. Ma non manca chi con sfrontatezza e malcelato orgoglio spiega la ragion di Stato azzerando l’empatia nei confronti di chi ha subito la prigionia senza nemmeno un motivo acclarato.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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