Il varco (2019)

1941. Un soldato italiano, veterano della guerra d’Etiopia, parte alla volta del fronte russo: man mano che il treno avanza verso Est, attraversando Ungheria e Ucraina, i ricordi della madre russa e della guerra in Africa lo assalgono mescolando memoria e realtà in un viluppo unico. Tra i ricordi evocati si sentono gli echi dei racconti di scrittori che hanno vissuto la campagna di Russia, come Mario Rigoni Stern che, non a caso, è citato tra gli ispiratori del soggetto.

Il film di montaggio diretto da Federico Ferrone e Michele Manzolini, sceneggiato assieme al collettivo Wu Ming, in termine tecnico cinematografico si definisce found footage, ossia un film realizzato, in tutto o in parte, con materiale filmico e fotografico preesistente, riassemblato per dare vita a un nuovo soggetto.
Nel caso di Il varco i materiali in pellicola sono provenienti dagli archivi dell’Istituto Luce e di Home Movies, l’Archivio bolognese dei film di famiglia. I registi assemblano immagini più o meno identificabili con l’invasione nazifascista dell’Unione Sovietica e le intrecciano a scene più intime, familiari, che a propria volta intervallano a immagini relative all’impresa bellica italiana in Africa; sequenze che rivivono nel ricordo del protagonista/voce narrante, interpretato da Emidio Clementi.
Il leader dei Massimo Volume, a propria volta, assembla la propria esperienza di reading con accompagnamento musicale dal vivo alle immagini in movimento. Non solo: egli associa la propria voce a volti, ambienti, panorami, viaggi del/nel passato. Sono immagini antiche in bianco e nero riquadrate in formato 4:3 che intervallano a riprese contemporanee, appena smorzate nei colori, ma che dilatano in widescreen. Effetto che rievoca l’adattamento alla luce della pupilla.
Ma l’esperienza di una voce associata a un film, che è in sostanza muto, è l’ennesima ripresa di un concetto cinematografico che cento anni fa era chiamato “puro visibilismo”: l’esperienza narrativa autosufficiente delle immagini, senza bisogno di dialoghi. Infatti la voce racconta non ciò che lo spettatore vede strettamente, nonostante i fotogrammi siano scelti a corredo in modo più o meno coerente al testo narrato, ma ciò che rimanda rispetto all’immaginario privato e universale, nonché alla memoria del personaggio che è la memoria dell’Italia del Novecento.
Lo spettatore stesso si affaccia con l’operatore cinematografico al finestrino di quel treno che nel 1941 porta i soldati alla guerra, verso Est. Ma assume su di sé tutte le inquietudini che rimandano all’attualità la quale si intravede in qualche inquadratura, che ci parla della situazione precaria dell’Ucraina – nuovamente teatro di guerra tra miseria diffusa e addestramenti militari – che, per estensione, è la situazione precaria dell’Europa contemporanea.

 

il-varco

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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