Winter Adé (1988-89) – Trent’anni senza muro #1

“1989|2019-Trent’anni senza muro” è una rassegna itinerante curata da Federico Rossin e Alessandro Del Re e distribuita nelle sale italiane da Reading Bloom.
Tre film prodotti dalla Defa, casa di produzione dell’Ex DDR (Repubblica Democratica Tedesca), a cavallo tra il 1989 e il 1990, biennio che assiste alla caduta del muro di Berlino e prelude a un cambiamento degli equilibri politici su scala mondiale.

Winter Adé è un romanzo di viaggio e di formazione.
Ma è anche un film di inseguimenti a suo modo. Si insegue, infatti, un’idea di donna, se non nuova, rinnovata, in un anticipo di primavera prossima ventura.
E’ un’idea del femminile dentro e fuori la società tedesca orientale, nonché di un privato che diviene politico, raccontati da donne di diverse età, latitudini, censo, cultura. E’ anche un cinema che fissa un raggio di sole tra le ombre lunghe di una Repubblica Democratica Tedesca che di democratico non aveva nulla. Porzione d’Europa nella quale il terrore era fedele compagno di sudditi vessati da un ideale nel frattempo marcito nel nome del potere. Oltreché condannati a una competizione esasperata con l’altra Germania, doppio speculare e riflesso condizionato.

Sono molti gli aspetti di una modernità in divenire che si respira nella pellicola diretta da Helke Misselwitz (classe 1947), nata dopo la guerra a spartizioni fatte, ma prima della costruzione del muro berlinese, e cresciuta in un ambiente sempre più paranoico. La regista è parte di quella generazione di quarantenni che respirano il vento di cambiamento, senza sapere bene dove avrebbe portato la DDR, da tempo zattera alla deriva.

La donna ritratta è spesso divorziata, bada a famiglie allargate, è indipendente dal maschio, lavora duramente, si prende cura di figli problematici, o è un’anziana in vena di bilanci matrimoniali poco lusinghieri. Oppure è un’adolescente in cerca di esprimere una propria identità, aderendo a un’influenza dell’Occidente: per questo subirà l’intervento correttivo, definizione che dovrebbe rendere accettabile l’ignominia e la privazione della libertà (comunque sia, nei fatti, vigilata).

Ciò è messo in scena all’ombra di un potere asfissiante simboleggiato da un inverno cui, nonostante tutto, si sta dando un addio, l’addio titolare del film. Misselwitz sceglie perciò le note di “Summertime”, ma in una versione rivista e personalizzata da una voce femminile, Janis Joplin, ennesimo sintomo di frattura “eretica” col passato.

Dal punto di vista qualitativo il film propone una fotografia straordinaria, un bianco e nero che rimane impresso: celebre caratteristica delle produzioni Defa.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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