Psicomagia – Un’arte per guarire (2019)

“Non si può insegnare all’inconscio di parlare il linguaggio della realtà. È la ragione, cui può essere insegnato a parlare il linguaggio del sogno”.

Nel mondo capovolto di Psicomagia, cioè sciolto da convenzioni sociali, viene meno la distinzione netta tra realtà e sogno. Così come è ancora una volta superata la separazione, che si vorrebbe altrettanto rigorosa, tra documentario e finzione, nonostante le numerose ibridazioni formali cui il cinema ci ha abituato negli anni, dalla docu-fiction al mockumentary, ossia il falso documentario.

Sin dall’incipit Jodorowsky in persona spiega allo spettatore il senso della “psicomagia” e mentre la spiega ecco che disorienta ancora di più il suo pubblico.

In seguito egli mette in scena un documento cinematografico suddiviso in episodi indipendenti che appare un’operazione promozionale a favore delle diverse forme della cura psicomagica, la quale si attiverebbe attraverso l’esperienza dell’arte incarnata.

Jodorowsky e i suoi collaboratori infatti evocano un misterioso, magico, potere taumaturgico insito in una ritualità che si risolve in un groviglio di corpi che si abbracciano, sovente in modo disperato. Qui l’emersione del surreale si fa gesto simbolico, danza, segno tangibile, corpo, sangue e mente, suggestione e autosuggestione. Il film tenta di documentare la presunta manifestazione fattuale e fisica dell’inconscio, attraverso il gesto interpretato.

Al termine della visione si può uscire dalla sala credendo di essere finiti nelle mani di un ciarlatano senza scrupoli o al contempo accompagnati nel bizzarro mondo dell’irrazionale, guidati da un illusionista di rango. O, ancora, gettati di peso tra le categorie del disagio, della delusione, della malinconia e del dolore, filtrati da un regista che conosce bene ogni sofferenza narrata e l’ha sublimata nel proprio cinema.

L’ambiguità di questo non detto sta a metà tra il gioco e gli esiti inaspettati del meccanismo ludico medesimo. Un gioco che guarisce per mezzo di un abbandono totale, non c’è spazio per un eventuale fallimento: tutti gli episodi sono testimonianze di un (inevitabile) successo, anche quando questo implica una separazione, come avviene in un caso specifico.

Ma non esiste una diagnosi perché non c’è un medico, esiste viceversa un’autodiagnosi da parte del paziente cui segue la risposta dello psicomago, il quale si fa carico di risolvere un disagio verbalizzato dal “malato”. Il guaritore interviene proponendo al paziente un rituale fisico-simbolico, più o meno invasivo. Ossia un processo che vuole (e sa) essere liberatorio: siamo dinanzi a una sorta di sciamanesimo cinematografato. A questo proposito, da un punto di vista solo cinematografico, Psicomagia appare come un documentario che racconta in quale modo l’autore realizzi i propri film, qual è il processo creativo che viene messo in atto. Chi già conosce il cinema, spesso disturbante, di Jodorowsky ne conosce anche le associazioni simboliche che sono la parte più intrigante della sua opera. È la cifra di un cinema che dice di poter guarire le donne e gli uomini da mali astratti, mentali, generati da relazioni personali e interpersonali entrate definitivamente in crisi, talvolta anche immerse in un dolore indicibile. Attraverso l’esperienza visiva, Psicomagia diviene un cinematografo che può essere ricerca, e parimenti tenta di proporsi come una seduta di analisi collettiva, per tutti e per nessuno, potenzialmente per ogni spettatore o per il regista soltanto.

Non importa se quel che è raccontato, messo in scena, sia “vero” o “reale”, giusto o sbagliato, etico o meno, importa vederlo nel suo farsi, lasciando che l’inconscio lavori assieme a ogni associazione legata alla singola vicenda (talvolta estrema) proposta dal film.
Corpo e mente, realtà e sogno diventano arte: il surrealismo di Psicomagia trova il suo senso nel simbolo che scava nell’inconscio dello spettatore, posto senza antidoto dinanzi a manifestazioni dell’umana sofferenza e costretto a condividerne ogni moto dell’anima per quanto crudo, imbarazzante o disarmante.

Nei singoli episodi Jodorowsky sembra raccontarsi egli stesso attraverso gli alter-ego, vittime e pazienti, di questa stramba non-medicina che apparentemente cura attraverso un nuovo parto, una nuova rinascita, una nuova rilocazione nel mondo, nel rifiuto dell’abito (simbolico e non) che viene fatto a brandelli.
Il regista rientra spesso nel film, interviene direttamente su alcuni casi di grave depressione, di fallimento, di blocco psicologico, di frustrazione, di violazione, addirittura affronta un uomo vessato da pulsioni suicide. Egli propone la pratica fantasiosa, “magica”, del tutto fisica, invasiva, accogliente, estrema, talvolta violenta, ma di una violenza però messa in scena, simbolica.

Sono pratiche del tutto folli, se considerate da un qualsivoglia punto di vista medico-scientifico, ma come la medicina ufficiale, queste performance promettono di guarire.

Allo spettatore non resta che maturare il bisogno di opporsi a un tentativo di plagio. Un plagio potenziale ai danni dei più deboli da parte di un ciarlatano che dà speranza per mezzo di una presunta cura, la quale si basa su rituali simbolici nulla più.

Ma l’ipotetico spettatore può prendere il film anche come il resoconto di un atto poetico e coreografico, commistione tra living theater, danza e gioco, dove il dolore dell’umano troppo umano è messo in scena senza mezzi termini. Ma ciò lo avvicina alle potenzialità del cinema di finzione, che crea l’illusione della realtà attraverso l’adozione della verisimiglianza. Questione di confini (labili).

Nel film si vede e si sente la quintessenza di un processo creativo cinematografico, dichiarato dai frammenti dei vecchi film di Jodorowsky citati sibillinamente tra gli episodi. Ma Psicomagia più che di una cura adattabile ai mali oscuri – nonostante i libri e i manuali editi anche in Italia – sembra parlare sotto metafora ancora una volta, e soprattutto, di cinema, nella fattispecie di sperimentazione di diversi linguaggi, di generi (inseguimenti, melodramma, dramma, tragedia, soggetto psicologico, musicale), di scrittura e di messinscena. Si può trovare, volendo, anche il riscontro di tendenze new age o peggio di derive qualunquistiche antiscientifiche, assai diffuse di questi tempi, ma Jodorowsky allude, evoca, gioca con dette fragilità umane senza voler essere cinico, anzi prendendo sul serio la dimensione salvifica dell’irrazionale, del gesto plateale, ridicolo, fanciullesco, del potere carismatico dell’autosuggestione: un’operazione fuor di metafora assai problematica.

Egli conferma ‒ anche con mezzi discutibili ‒ che l’uomo può dar corpo alle proprie idee, frustrazioni e guarire solo affrontandole e ricreandole, plasmandole, rendendole reali e, forse, così può accettarle e sconfiggerle.
Ma seppur in equilibrio precario sul crinale dell’ambiguità, Jodorowsky dà vita a un manifesto che è anche un possibile testamento del suo cinema “curativo”, folle e visionario.

Regia Alejandro Jodorowsky, con Alejandro Jodorowsky.
Documentario, durata 100’, Francia 2019.

 

psicomagia-cine-detour

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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