Burning. L’amore brucia – Beoning (2018)

Lui, lei, l’altro. Il triangolo amoroso è un tema classico che ha dato al mondo fior di racconti, film e canzoni celeberrime. Ma le pene d’amore generate da un rifiuto o, peggio, da un confronto con un terzo pretendente subentrato nel frattempo, riguardano solo una parte di questo film, diretto da Lee Chang-dong (“Poetry”, 2010), assai complesso e che si sviluppa attorno a uno sguardo silente.

E’ lo sguardo silenzioso e disperato (e via via paranoico) del giovane protagonista Jongsu, aspirante scrittore di umili origini, sedotto da Haemi, amica d’infanzia ritrovata per caso, che dopo aver fatto l’amore con lui gli concede il proprio appartamento durante un suo viaggio in Africa, nonché la cura di un fantomatico gatto di nome Caldaia (il cui nome pare far pendant con il soggetto titolare).
Ritornata in patria, Haemi, con la naturalezza disarmante e l’apparente incoscienza che la connotano, pone Jongsu dinanzi a una sua nuova quanto ambigua relazione con un giovane, obbligandolo a un crudele confronto con l’altro. L’altro è il connazionale Ben, ricco, attraente e sicuro di sé, conosciuto proprio durante il viaggio africano.

Il film, liberamente tratto dal racconto breve “Granai incendiati” di Murakami, mette in scena brevi frammenti ambientati in zone rurali della Corea del Sud, costellate da sperdute abitazioni e serre (spesso abbandonate) che sfruttano i terreni siccitosi circostanti. Via via Lee Chang-dong (regista che è anche uomo politico nel suo paese, con un passato di ministro) ci porta ad abitare un infimo monolocale per inurbati a Seul, ossia il rifugio di Haemi, e, infine, mostra angoli di Gangnam il quartiere delle classi agiate (celebre anche in Occidente per una hit musicale di qualche anno fa), popolato da rampolli borghesi che abitano il lusso, vestono alla moda e guidano supercar europee.

Occidentalizzazione formale o meno, in “Burning” è cristallizzato l’impatto tra classi sociali idealmente inconciliabili, i poveri e i loro sogni di riscatto, i ricchi e la loro noia irredimibile, caratterizzata da uno sbadiglio plateale ricorrente che in Ben pare annunciare il tentativo di ghermire l’ennesima preda sessuale. Da questo incontro male assortito si vengono a creare nuovi rapporti di forza dettati da una gerarchia invisibile: da un lato l’uomo silente che affida se stesso alla scrittura, frustrazioni comprese, dall’altro l’uomo che verbalizza ogni cosa, con capacità di sintesi invidiabile, dai sentimenti agli eventi, forte del proprio carisma e potere dato da una posizione sociale, di volta in volta ostentata da oggetti e status symbol.
Nel mezzo una donna, che è il collegamento per quanto fragile tra i due, misteriosa anch’ella, senza più radici, apparentemente superficiale, seducente, allevata in una sorta di serra anch’ella e, infine, scomparsa così come è arrivata. Una donna che ha un passato comune con Jangsu, forse, che oggi gli promette un futuro che non avrà nemmeno lei. Haemi è affascinante e sfuggente tanto quanto Ben.
L’unico ancorato alla terra, a quanto pare, destinato a essere trapiantato di volta in volta in nuove serre ideali altrui, luoghi artificiali e, in fondo, falsi, è Jangsu. Parassita suo malgrado. Oltremodo destinato a osservare la vita degli altri e accontentarsi delle briciole, di qualche attenzione elargita per interesse. Ciò accade almeno sino al punto di non ritorno.

Il rapporto a tre creato, anzi forzato, da Haemi genera attriti, e quando la donna scompare Jangsu – nel frattempo dichiaratosi a Ben innamorato di Haemi -, si fa carico di scoprirne il destino. Da qui il racconto si tramuta in detection. Lo scrittore indaga sugli spostamenti di Ben, lo pedina, lo studia e via via lo interiorizza divenendo una parte di lui, frammento della sua vita agiata e misteriosa, che a tratti appare allo scrittore incomprensibilmente vuota e insensata.
Ben presto i sospetti legati alla scomparsa di Haemi ricadono addosso al ricco rivale perché quest’ultimo, in fondo, fa di tutto per attirare su di sé i dubbi di Jangsu. Gli confida la pratica di attività criminali, come la passione di bruciare serre, atto simbolico quanto dimostrativo, ma tutto da verificare; dice di Haemi che se ne è andata come fumo, dando adito a nuove congetture. Infine Jangsu scopre indizi che ai suoi occhi sono prove inequivocabili dell’omicidio di Haemi: trova in casa di Ben un orologio della scomparsa e, infine, incontra anche Caldaia, il gatto misterioso, che risponde al nome datogli da Haemi.
Da qui per Jangsu inizia un viaggio nel delirio, la paranoia presto si veste di vendetta, facendolo sprofondare nell’abisso inevitabile, ma con sé trascina tutte le parti in causa. Il fuoco qui pare essere simbolo non solo di una passione bruciante che consuma: esso è un fuoco che non dà luce, è viceversa un rogo patibolare, infernale, che regala distruzione, morte e desolazione, riportando un deserto di cenere dove già c’era, nonostante il tentativo di dare una chance alla vita grazie a una serra, che qui diviene vacuo artificio destinato a fallire.

 

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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