Le verità – La vérité (2019)

Francia, Giappone 2019) è scritto, diretto e montato da Kore-Eda Hirokazu, primo film del regista giapponese a non essere girato nella sua lingua madre.
E’ interpretato da Catherine Deneuve, Juliette Binoche ed Ethan Hawke.

[Con spoiler]

Dovessi pensare a un film per esemplificare la teoria della relatività citerei senza dubbio “Rashomon” (1950) di Akira Kurosawa, maestro del cinema giapponese. In “Rashomon” i personaggi (compreso uno spirito) legati a una data vicenda raccontano la stessa, cambiando angolazione e disvelando sempre nuovi particolari, sovente contraddittori, mettendo in crisi il concetto di verità, tra gli altri. A questo, oggi, aggiungerei idealmente anche “Le verità”, opera di un altro autore giapponese Kore-Eda Irokazu, film dal titolo (almeno nella versione italiana) quanto mai sibillino.

La verità non è mai una, è persino banale sottolinearlo, ma corrisponde alla coscienza e alla scienza di chi la racconta, spesso è frutto del meccanismo di rifrazione casuale operata da un caleidoscopio. Così, di volta in volta, si arriva a comporre il passato, come fanno i personaggi di Le verità medesimi, attraverso punti di vista diversi, creando sempre nuove dimensioni parallele. Ma pure simmetrie e metaracconto, che è metacinema in questo caso. Infatti il film ci introduce nell’entourage di una diva del cinema francese, Fabienne (Deneuve), circondata a vario titolo da presenze appena tollerate che a loro volta la tollerano, la quale decide di rimettersi in gioco a settant’anni, partecipando a un film. Il soggetto del film nel film è fantascientifico-psicologico, ed è per Fabienne particolarmente insidioso, poiché in qualche modo legato alla dolorosa memoria di una collega e amica che, pare, muore in un incidente. E proprio quella morte, forse, è concausata dal fatto che Fabienne scippa una scrittura cinematografica alla collega.

Nella dimensione metacinematografica la protagonista interpreta, però, la parte di una figlia che si riconosce nell’immagine di una madre che non invecchia, suo alter ego e ritratto di Dorian Gray, a metà tra benedizione e maledizione, buono e mostruoso. Invece nella quotidianità della diva Fabienne, ambientata tra casa parigina con giardino e set cinematografico, ella si riflette su specchi che ripetono (e ribaltano, falsandole) immagini di vita e glorie passate (manifesti di film di successo, ritratti giovanili, premi…). Riflesso di come una attrice, ormai sulla via del tramonto, oggi sia finalmente in vena di autocelebrazioni (menzognere, come non) che sono autodifese mentre si ridisegna nella pubblicazione di un’autobiografia, che è un autoritratto, ma pure nella lavorazione di un film che pare citare caratteristiche della sua vicenda privata di donna, di diva, di madre irrisolta di una figlia (Binoche) che abita a New York, cioè volutamente lontana da lei. Figlia ormai di mezza età che per l’occasione editoriale ritorna a Parigi da Fabienne con il marito (Hawke) e la loro bambina.

In entrambi i casi – metafilm e rapporti familiari estesi – sono o sembrano messinscene corrispondenti a una, cento, mille verità a loro volta emanazioni della diva-Deneuve, che si riconoscono nella figlia e nella nipotina candidata a essere l’alter ego (e prolungamento) di Fabienne, la quale riconosce la nonna a causa di un’esperienza olfattiva che rimanda a Proust.
Attorno all’assetto matrilineare c’è anche un gruppo di uomini che, pare, partecipino incidentalmente o in modo superfluo alle vite di Fabienne, figlia e nipote, ma sono parte integrante (anche fantasiosa, vedi la testuggine Pierre) delle esistenze piene, anche se apparentemente lacunose, delle protagoniste.

C’è un particolare cui prestare attenzione: è un vestito che rimane in attesa di essere riconosciuto. Un abito che è un abisso, a un tempo, quel vestito nero, luttuoso o collegiale, memoria e rimorso per una vita spezzata anzitempo, che cita un omologo indossato da Deneuve stessa in “Bella di giorno” di Bunuel, pellicola spesso evocata in “Le verità” sotto mentite spoglie (ecco un altro specchio deformante)

Le verità, insomma, potrebbero essere anche vere falsità, storytelling, sceneggiature, autobiografie, film nel film, immagini riflesse, dove Medee presunte o in effigie si ritrovano l’una contro l’altra armate, ma disposte infine a deporre le armi – o pettinare e farsi pettinare, o meglio perdonare – capaci di piccoli e grandi gesti che rimandano a un vissuto interrotto per paura di amare e di soffrire.

 

 

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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