C’era una volta a… Hollywood – Once Upon a Time in… Hollywood (2019)

MI RACCOMANDO: il delirio seguente è stracolmo di SPOILER!

 

If It Had Happened Otherwise… Tarantino si conferma tra i più grandi sceneggiatori e dialoghisti di sempre, e lo scrivo nonostante abbia visto il film doppiato, per ora.
Ma soprattutto prima ancora che regista è un grande creatore di ucronie.
Infatti ha spesso revisionato la Storia contemporanea: ha raccontato l’emancipazione razziale degli schiavi neri nel West (per quanto limitata, Django Unchained), ha fatto fuori Hitler e sconfitto il nazismo per mano ebraica (Inglourious Basterds) e ora ha pure salvato Sharon Tate e il suo bambino dagli hippiezombie di Charles Manson.

Once Upon a Time in… Hollywood  è suddiviso idealmente in due parti. La prima, che corrisponde grossomodo ai due terzi iniziali, è in larga parte un film-saggio sui vari formati del cinema e della televisione. Dall’aspect ratio in 4:3 del vecchio audiovisivo sonoro degli anni Cinquanta, alla grana ancora incerta della pellicola a colori in widescreen, sino alla rivisitazione della storia del cinema che Tarantino ama raccontarci, dagli spaghetti-western agli spaghetti-spy, che ci riporta ai fasti della decadente Hollywood sul Tevere, della dolce vita e all’omaggio al cinema italiano di allora, a partire dal titolo “leoniano” del film medesimo.
La sceneggiatura è costruita con mano sicura, con grande senso del ritmo e del divertimento di tutti, regista e pubblico. L’abilità di Tarantino è, appunto, quella di riscrivere anche le “storie” del cinema utilizzando una lente deformante (le sue passioni-ossessioni) dando, ad esempio, a Corbucci un ruolo gigantesco ben oltre la sua effettiva importanza in termini di popolarità e incidenza di allora. In questo senso siamo prossimi al gioco del mockumentary, ossia al finto documentario, ma tutelato dalla libertà della finzione di (ri)plasmare storie e mondi.
Ecco. Ma dopo questa – di per sé limitata – lista di nozioni, il film, in questa prima parte, risulta noioso? (ben sapendo che la risposta è soggettiva:) no, anzi, riesce a incuriosire preparando piste narrative alternative, creando altrettante attese. Talvolta riscrivendo in forma di affettuoso bozzetto profili caratteriali stereotipati di attori divenuti leggendari quali Bruce Lee, simbolo di una stagione cinematografica unica, visto come un personaggio vanaglorioso, ebbro del proprio mito e perciò macchiettistico, o di Sharon Tate dipinta come una Alice nel paese delle meraviglie, sorridente ed eterea, quasi anestetizzata (al limite dell’encefalogramma piatto), attorniata da bellezza, ricchezza, genio e affetto. Questioni che dichiarano quali siano le passioni dello sceneggiatore-autore. Se oggi esiste un film d’autore quello è un film di, “con”, su e per Tarantino. E per i suoi seguaci, va da sé.

Ma il supposto delirio narcisistico e l’altrettanto rischioso viaggio nella nostalgia sono disinnescati dall’ironia e dal registro grottesco. Nonché dal quel senso di senilità e di sentimentalismo appena percettibili che si intravedono anche in Cliff/Brad Pitt (classe 1963, coetaneo del regista), ancora in forma smagliante, ma caratterizzato dalle ormai inequivocabili rughe e capelli biondo cenere.
Ma il senso del fallimento imminente scorre potente nel più giovane Di Caprio, che ci parla del ciclo divistico e del viale del Tramonto (siamo a Hollywood, d’altronde), infine un po’ pacificato nonostante gli eccessi e la voluta superficialità, non di meno da parte di un attore di sceneggiati televisivi e b-movies cosciente dei propri limiti.

Dal punto di vista della scrittura filmica una sola frase, a mio parere, tiene in piedi e giustifica quei due terzi di film a metà tra una valanga fatta di revisione didascalica dell’audiovisivo cinetelevisivo americano (e italiano) e lo Star System dei Sixties.[Digressione: divismo lisergico e un po’ dandy popolato da Roman Polanski (vestito come Austin Powers, ciò pone un legittimo dubbio che il costume di Austin Powers fosse di per se stesso una citazione, chissà) un po’ ribelle (c’è anche Steve McQueen) un po’ decadente con attori vicini ai cinquanta, e che ormai devono ripiegare, nonché l’ambigua presenza di hippies ignoranti, mentalmente malati e plagiati dal carisma diabolico di Manson. Questi hippies degradati da abusi di ogni genere e violenti sono i genitori/nonni di tutti i white trash che imperversano nelle serie TV più recenti].
Una sola frase, dicevo, pronunciata da una hippie in pieno delirio di onnipotenza, giustifica la lunga introduzione e l’imminente massacro di chi – a suo dire – per mezzo della televisione e di telefilm ultraviolenti, ha insegnato alla loro generazione, cresciuta lungo gli anni Cinquanta, a uccidere. A farsi giustizia da sé, ad andare in pari col destino ammazzando chi ti ha dato il pessimo esempio. Ma – e qui giunge il twister – i servitori del Male suonano il campanello sbagliato.

Nel frattempo Tarantino ha disseminato il lungo prologo che precede la mattanza (la struttura ricorda The Hateful Eight) di oggetti (il lanciafiamme), animali (il cane e il rito della carne in scatola), la sigaretta all’acido, la struttura della location: fili che si riannodano per arricchire il solito momento dove esplode tutto. Un sabba collettivo liberatorio, senza conseguenze legali. Vero guilty pleasure dove si può godere della sofferenza e della morte del malvagio, soprattutto perché è stupido e se lo merita, perché è premeditato eppure pessimamente improvvisato: da veri coglioni.
Assistiamo però anche a un esorcismo altrettanto collettivo dove si riscrive una storia parallela rievocando i morti ammazzati, impedendo che il vero male, quello realmente accaduto, riaccada, sconfiggendolo prima che possa colpire. E in questo c’è la forza catartica di un cinema che torna fare veramente il cinema (attraverso il metacinema, per giunta) e darci quell’alternativa alla morte della quale abbiamo disperatamente bisogno.

La prossima volta lo vedrò doppiato assaporando i vari accenti, oltreché le sperimentazioni attoriche che già si apprezzano, nonostante un doppiaggio particolarmente deludente.

Se sei arrivata/arrivato fin qui, ma non hai visto il film: buona visione.

 

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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