Easy Rider

 

Di recente è tornato nelle sale italiane “Easy Rider” film talvolta definito quale manifesto generazionale, “indie” capostipite della “New Hollywood”. La pellicola è nei fatti preceduta da definizioni automatiche e stereotipe dietro le quali si cela un titolo molto celebre anche in Italia, divenuto nel tempo proverbiale quanto, temo, misconosciuto.

1, “Easy Rider” e la critica italiana. Ma ER ai tempi del debutto nel vecchio Continente – cinquant’anni fa esatti – ha interrogato nel profondo la critica europea (e, ovviamente, la nostrana, allora perlopiù manichea e ideologica, pena l’irrilevanza) che però spesso l’ha accolto come si accoglierebbe eventualmente un UFO, un oggetto non identificato né facilmente classificabile, se non attraverso una qualche forzatura, rimozione o strabismo di difesa (ecco ad esempio le facili etichette di Adelio Ferrero: «è apparso anche in Italia, sulla scia del successo americano ed europeo, quello che può legittimamente considerarsi il primo film ‘hippie’»). Il film di Hopper, così ibrido nei generi che evoca – un road movie che è pseudowestern musicale e thriller lisergico -, così spiazzante, crudo e crudele nella sua essenza e coerenza narrativa, ha spesso regalato ai nostri critici più propensi – giovani e vecchi – grande confusione e imbarazzo palpabile che si traduce in recensioni più o meno assolutorie o entusiastiche quanto vaghe, mentre una tendenza riscontrabile era quella di evitare alcuni fattori espliciti del film, ossia le peculiarità e la forza intrinseca di questo strano, tossico e disperato film di viaggio di sola andata incontro al destino. Alcuni critici nostrani si trovarono di fronte a un oggetto esteticamente bellissimo, abbagliante e spietato a un tempo. E abbagliante lo è tutt’ora grazie a un restauro notevole che ne valorizza il montaggio sperimentale ricco di trovate immaginifiche ma funzionali alla narrazione; la fotografia caratterizzata da colori vividi e un uso differenziato della grana in una prospettiva decisamente espressiva; il potente cast è equilibrato e carismatico; per tacere degli effetti avvolgenti operati dalla mitica colonna sonora. Per contro il gran carnevale di luci e colori si regge su una vicenda totalmente sballata se giudicata attraverso un qualsiasi valore morale e/o ideologico assoluto. Ciò che però trasuda nelle più caute critiche ricche di eufemismi – impietosamente surclassati dalla forza iconoclasta del film – troviamo ad esempio le parole soppesate di Franco La Polla, esperto di cinema statunitense: «meno ideologizzato rispetto ad altri film di quegli anni […] una testimonianza di nausea e disprezzo – impliciti, certo – verso i valori in gioco nella società statunitense di allora». “Meno ideologizzato”, “impliciti”, esprimono cautele che (a me) non paiono corrispondere al vitalismo di un film che spazza via con virulenza ogni mediazione o sovrastruttura ideologica di sorta. Ciò che forse allora disorientava questi critici è il divario effettivo da quel che forse ci si aspettava da un film che si annunciava come il “nuovo” che però era automaticamente circonfuso tra le parole d’ordine “indipendente” (dalla vecchia e rassicurante Hollywood) e perciò “alternativo” e quindi ovviamente “impegnato”, una parola-totem di allora. Nonostante la censura italiana lo vieti (ancora) ai minori di diciotto anni per un pube di troppo e una simulazione di amplesso che oggi non impressiona nessuno almeno non chi frequenti anche sporadicamente il web (va be’ è questo un residuato della storia che ci regala, se si vuole, un tocco di esotismo). Da qui la sostanziale stroncatura di Ferrero rispetto alla parte che, viceversa, forse è tra le più ricche di suggestioni non-verbali, tuttavia egli scrive: «per almeno due terzi del film non accade nulla e non affiora velleità alcuna di caratterizzazione psicologica»; mentre il lirismo proprio della wilderness magnificata da vere e proprie vedute pittoriche è liquidato così: «l’insistenza del regista nel concedere spazio e dilatazione allo sfondo naturale del viaggio, che equivale a una sorta di pungente riscoperta di una civiltà agreste e preindustriale. Di qui anche l’orizzontalità stilistica del racconto, la prevalenza di campi lunghi che abbracciano paesaggi sterminati e deserti, e il rilievo simbolico della motocicletta su cui i protagonisti avanzano affiancati o si inseguono blandamente su strade incredibilmente tranquille e solitarie, inoltrandosi in una campagna nella quale sembrano compenetrarsi».

Ma, alla fin fine, se spulciamo tra le righe, le pur sparute critiche benevole nostrane, raramente si trova una concordanza di fondo tra i critici.

Ma dopotutto dell’“impegno” – ossia il portato ideologico richiesto dal critico militante spesso preteso tra le qualità dell’indipendenza produttiva – in questo caso, semplicemente, non c’è traccia.

Alcuni tra i critici citati hanno voluto trovare nel film qualcosa di utile (all’epoca la critica militante utilizzava il cinema per scopi “altri”, ovviamente), nessuno, almeno in Italia ha puntato su un aspetto che tra i possibili – mi pare – possa emergere in un film dove i protagonisti, per quanto nonviolenti (perciò) vittime designate, sono apertamente drogati, edonisti, epicurei, “peccatori” che in più scelgono di non prendere una posizione ideologica di sorta a favore di chicchessia, se non quella posizione seduta e apparentemente scomoda propria del chopper che anticipa la possibilità di inoltrarsi a esplorare un luogo ostile per quanto attrattivo come il paese dei Balocchi (i due sono le ennesime incarnazioni cinematografiche di Pinocchio e Lucignolo). Ossia New Orleans nei giorni del pittoresco e “peccaminoso” carnevale. I due vagabondi ingenui tanto quanto incoscienti attraversano un profondo South popolato di belve feroci dai connotati apparentemente umani, armate fino ai denti e con tanta voglia di fare pulizia di forestieri peripatetici, ossia chi è considerato corpo estraneo nel culturalmente arretrato Sud degli Stati Uniti del 1969, ancora e sempre razzista, segregazionista e violento sin nel midollo.

2. Un bike movie picaresco. Pinocchio e Lucignolo viaggiano in moto verso la perdizione, ecco che si compie l’impianto picaresco del film, ossia del racconto di viaggio a tappe, di avventura in disavventura, che si tramuta nell’ennesimo ricalco dell’Odissea, con il contatto per quanto superficiale di isole ideali che corrispondono a culture diverse. Ma se dovessi descrivere brevemente ER direi che è un film sul nichilismo incarnato in due giovani uomini dai lunghi capelli (residuato dell’hippysmo che il film di certo conserva) ritratti mentre viaggiano su due ruote verso l’abisso. È un nichilismo schietto, pronto da portare a spasso nel posto sbagliato con un misto di incoscienza e di sfrontatezza, così naturalmente provocatorio agli occhi di chi mal sopporta ciò che esce dagli orli dello status quo. All’inizio del film sappiamo che i due vagabondi dispongono di una grossa cifra di denaro, frutto del contrabbando di cocaina (la droga dei ricchi, non a caso), perciò non sembrano di per se stessi voler scimmiottare o di essere la riproposizione su due ruote di alcunché. Nemmeno dei precedenti beat à la Jack Kerouak: sono sì anche loro on the road, ma in sella su moto fiammanti che al massimo generano l’entusiasmo di leggiadre ragazze del Sud o l’odio senza nome di sceriffi e balordi giustizieri improvvisati.

ER è un film su apparenti sbandati ma veri tossici che rappresentano due metà opposte e perciò compatibili. Da un lato conosciamo Billy un godereccio iperattivo (Hopper) che calcia responsabilità e dolore un po’ più in là immaginando di vivere in un western ostile dove è cacciato sia dagli indiani sia dai cow boys (dato indicativo, quanto inconsueto), di qua invece abbiamo Wyatt, apparentemente schivo e un po’ più cosciente dell’amico, che viene soprannominato Captain America (Fonda) per questioni contingenti delle quali parleremo, ma non meno votato al cupio dissolvi anche se per buona dose involontario. È protagonista di un momento di lucidità («siamo fregati» sentenzia, infatti, Wyatt/Fonda) che precede di poco la loro fine annunciata, tanto gratuita quanto, perciò, spaventosa.

Ma Wyatt e Billy restano fuorilegge irredimibili e individualisti, molto lontani dalle istanze inclusive, progressiste, positive proprie di alcune culture giovanili nate lungo il decennio, viceversa aggregative, che caratterizzano la cosiddetta invenzione dei giovani. Fenomeno che si riscontra a partire dagli anni Cinquanta che poi sfocia (anche) nella cultura dei cosiddetti figli dei fiori e dell’impegno pacifista, su tutto: il Vietnam è lontanissimo in questo film di viaggio, di fuga, ma è vicinissimo agli spettatori dell’epoca, perciò si respira con l’aria.

3. Ribellione non rivoluzione. Non ci sono tirate contro il potere, nemmeno emergono manifesti programmatici ostentati, non c’è all’orizzonte la rivoluzione come per molti coetanei europei “impegnati”, qui c’è invero un distillato di ribellione, che si manifesta all’inizio del film nel rifiuto dell’orologio, cioè del tempo imposto. Perciò il rifiuto delle regole cui si contrappone un loro ingenuo, per quanto rischioso, imporre il proprio stile da capelloni drogati. Stile di vita rifiutato nel Sud perché ritenuto sudicio e portatore di pericoli per la moralità come l’omosessualità, come il vagabondaggio (la droga non è ancora menzionata nei discorsi stereotipi, almeno non rientra nel lessico dei minacciosi sudisti che li vorrebbero fuori dalla contea e/o dalla faccia della terra).

4. George e gli altri. In mezzo al guado si incontrano alcuni personaggi che si votano alle cause (perse), ossia le comunità hippy sempre più simili a sette di autoesiliati fuori dalla storia, i ricchi e viziati clienti cocainomani, le coppie culturalmente “miste” che vivono nella miseria tra precetti cattolici e profonda ignoranza. Tra tutti emerge George l’avvocato (Nicholson), ricco figlio di papà e alcolizzato, che si occupa di difendere i diseredati e gli emarginati rivendicando la difesa più ampia dei diritti degli ultimi. Liberal colto e a suo modo sofisticato, romanticamente si ispira Hemingway e gli dedica l’ennesimo sorso di anestetico sociale assunto sottoforma di alcol. Abuso che l’aveva temporaneamente privato della libertà. Infatti i due protagonisti conoscono George in carcere, che però per lui non è mai tale ma poco più che un ricovero, dato che il padre è un pezzo grosso locale. Anche George è destinato a un martirio che nessuno valuterà come tale, sacrificato su un altare altrettanto anonimo, eppure per lo spettatore egli è un simbolo della (temporanea?) sconfitta degli ideali e dei diritti civili che nel 1968 aveva mietuto speranze e promesse dell’America più progressista. Vi si possono leggere gli assassini di Bob Kennedy e Martin Luther King, caduti sotto i colpi espressione di uno status quo stracolmo di contraddizioni, paure e corruzione.

5. In maschera verso il carnevale. Un ultimo elemento non verbale a mio avviso importante è l’uso di un costume simbolicamente significativo indossato dai due protagonisti (più George). Si tratta di un gioco mimetico che ha a che fare con i simboli più profondi della cultura e della nazione americana. Da un lato Billy/Hopper che una volta arricchitosi indossa giacca con le frange, cappello e collana di denti animali, oggetti tipici dei trapper. I trapper sono personaggi importantissimi nella cultura nazionale statunitense, sono gli esploratori solitari che vivono cacciando per mezzo di trappole animali da pelliccia, i quali hanno aperto le prime piste verso occidente anticipando la conquista del West. I trapper più famosi sono gli uomini di frontiera Kit Carson e Davy Crockett personaggi decisivi per la cultura dell’unione americana.

Wyatt, invece, veste i simboli della bandiera americana, le stelle e strisce, tanto da essere soprannominato come l’eroe patriottico dei fumetti più famoso degli anni della guerra Capitan America, a questi oggetti dialoganti si assume un altro oggetto parte dell’identità nazionale stavolta decontestualizzato, anzi ricontestualizzato, da George, ossia il casco da football americano indossato dall’avvocato quando sale a bordo del chopper di Wyatt, simbolo di uno sport popolare e schiettamente nazionale.

Il tutto è ricalibrato dal filtro dell’ironia che continua a dialogare con la meta del viaggio, ossia il carnevale di New Orleans, lungo tutto il film. Grande film.

 

 

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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