Effetto Domino (2019) **

Effetto Domino è un film bipolare.
Dal lato migliore troviamo il gusto del racconto per immagini (spesso mute), documentaristico, arricchito da un raffinato senso estetico, che riprende il lavoro migliore di Rossetto, documentarista per l’appunto. Il regista gioca con le immagini, con l’uso accurato del colore, della fotografia che dà profondità e che perciò coinvolge anche quando respinge. Ottimamente curati i dialoghi in dialetto veneto, così come la scelta delle musiche settecentesche e più recenti che spingono verso il contrasto con le macerie e le miserie odierne: niente di nuovo, ma il risultato funziona.

Piccola digressione: anche in questo film, purtroppo, si indugia con le visioni a volo d’uccello. Denominatore comune per molte produzioni a basso budget (è, insomma, il cinema dei droni) forse convinte di dare un valore aggiunto alla produzione rendendole al passo coi tempi. Ma quel che invece emerge è un effetto videoclip, spesso utile come gli esornativi “due punti” di Totò e Peppino.

Dall’altro canto, più problematico, ci scontriamo con la fragile messinscena del plot. Il soggetto è tratto dall’omonimo romanzo (2015) dell’avvocato padovano Romolo Bugaro, il quale a partire dal riflessione sulla società italiana sempre più vecchia – che però non vuol pensare alla morte –  giunge a raccontare un degrado e una corruzione invincibili, oggi diffusi oltre i confini domestici.
Purtroppo è nel racconto a tratti troppo asciutto o troppo ridondante che il film perde via via mordente. Una inutile voce narrante (dal timbro troppo simile ai due protagonisti per marcare davvero la differenza e non generare spaesamento, almeno lì per lì), arnese appartenente a un cinema vecchio, ultraletterario, tenta di assistere la difficoltosa vicenda fatta di raggiri e vittime sacrificali.
Rossetto tratteggia con empatia la parabola dell’ex muratore Rampazzo, oggi piccolo impresario edile colpito dalla crisi, ma ancora convinto di vivere in quel Veneto da “sogno americano” degli anni Ottanta. Ossia in quella piccola patria (per citare il precedente film del regista, qui una mia nota) mitizzata, misteriosa, quanto talvolta pretestuosa e ormai remota. Rampazzo – sorta di vinto verghiano – è ambiziosamente convinto che basti una buona idea per farla franca ed emergere dalla stagnazione. Non aveva fatto i conti con la disonestà di un presunto amico, cinico e stratega, che lo tradisce attraverso una manovra bancaria, supportato da speculatori veneti e asiatici.

Qui cominciano le dolenti note. La sceneggiatura somma a fatica la dimensione intima, ossia la famiglia divisa tra rancori, affetto e paure; il tradimento dell’amico e della figlia, quest’ultimo lasciato solo intendere, e quella globale con una sorta di nuovo “pericolo giallo” tutto finanziario e, perciò, senz’anima. La guerra è tra il piccolo mondo veneto e quello extra-veneto, globalizzato, dove quest’ultimo è visto soltanto quale elemento disturbante, senza problematizzazioni altre. Fattori che, nell’insieme, lasciano adito a perplessità e non convincono. Così come non convincono alcune ambientazioni giustapposte (il sexy party sconclusionato) o interpreti che risultano di troppo. Ad esempio Marco Paolini e la sua performance cinematografica deludente, non certo la prima, (ma Jole Film è una sua creatura e l’operazione-testimonial appare evidente). Così come il continuo riferimento alle meduse in grado di rigenerarsi – motivo pubblicitario d’effetto del progetto di residence di lusso per anziani,  tipo Coocoon, che si va realizzando nel film – il quale, probabilmente, è spiegato molto meglio nel romanzo di Bugaro, così come per molti altri particolari e rimandi evocati che, purtroppo, rendono claudicante il film.

locandina

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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