Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage, Iron Fist, The Punisher, The Defenders (2015-2019)

Le serie Marvel prodotte da Netflix


Daredevil
, stagione 1 (2015) ***1/2
Serie morbosa quanto basta per appassionare un pubblico interessato tanto ai rovelli interiori (di un supereroe che opera nel “quartiere” newyorchese Hell’s Kitchen, che ha la vocazione del martire), quanto all’azione (con esibizione di violenza piuttosto esplicita). Matt Murdock è un atleta cattolico prima ancora che cieco: è una versione eretica e bizzarra di San Sebastiano giustiziere, il quale porta cicatrici profonde sul corpo e nell’anima e nel mentre si misura con se stesso attraverso contrizioni o sofferenze acute. Essendo in ambito culturale cattolicheggiante anche il tasso di erotismo aumenta grazie all’ossessivo senso di colpa, del peccato, del desiderio frustrato, il tutto gravemente irrisolto, cui fa da contraltare il sesso sempre rifuggito, infine negato, nonostante la costante evocazione attraverso corpi nudi e sensuali. Daredevil è perseguitato da amori impossibili dando nuovo senso a un casto templare egotico e problematico contemporaneo. Menzione a parte merita il villain Wilson Fisk/Kingpin. Uno dei migliori dell’intera saga MCU: doppelgaenger diabolico, freddo, senza scrupoli interpretato da un meraviglioso Vincent D’Onofrio (già Palla di lardo in “Full Metal Jackett”). Daredevil in questa stagione è aiutato da due donne attratte dal suo fascino irregolare, ma sempre – puntualmente – respinte: l’infermiera Claire – interpretata da Rosario Dawson, trait d’union per gran parte delle serie TV Marvel-Netflix -; Karen Paige (Deborah Ann Woll) donna misteriosa dal passato oscuro e la coscienza sporca. Ultraviolenza a mani basse: l’ho già scritto?

Jessica Jones, stagione 1 (2015) ****
Prima stagione sceneggiata con grande cura e coerenza, recitata da attori credibili e carismatici, in primis la protagonista interpretata da Krysten Ritter (cfr. “Breaking Bad”), la serie è unita a Daredevil dal personaggio di Claire, l’infermiera di Matt, che compare per aiutare il partner di JJ, Luke Cage (Mike Colter). C’è poco altro da aggiungere oltre all’invito di guardarla. I pregi riguardano: il ritmo incalzante (il montaggio è fortemente empatico), il villain, l’ennesimo psicopatico disturbante, Kilgrave (l’uomo porpora) che ha grande merito nella riuscita del serial, il personaggio-sodale Luke Cage l’Ercole nero, nonché l’intreccio, qualità che tengono lo spettatore incollato dalla prima all’ultima puntata, a rotta di collo verso il colpo di scena finale. Serial meno violento di Daredevil, ma rispetto a quest’ultimo il tasso erotico è, invece, ben più esplicito.

Daredevil, stagione 2 (2016) ***
Dopo aver riportato una relativa tranquillità nel proprio “quartiere”, Matt/Daredevil deve fare i conti con un nuovo più temibile avversario che sa come renderlo vulnerabile. Il nemico si rivela un suo possibile alter ego: si tratta infatti di un giustiziere spietato che, al contrario di Matt, è solito uccidere i propri antagonisti. Si tratta del sicario soprannominato The Punisher, ossia l’ex marine Frank Castle, animato da una sete di vendetta inestinguibile, che persegue senza scrupoli.
Matt si trova a dover tenere testa a un avversario che non condivide affatto la sua “etica” di picchiatore, Castle invece preferisce ammazzare chi ha distrutto la sua famiglia.
Se Claire diviene sempre più marginale sino a uscire di scena, emerge il ruolo di Karen, ora centrale nella vita di Matt, e sempre più importante rispetto alla prima stagione: alla fine diverrà una giornalista. Nel frattempo entra in gioco la misteriosa Elektra, appartenente al passato del protagonista. Un passato ricco di colpi di scena che contribuiscono ad arricchire di particolari la formazione di guerriero del giovane Matt, iniziato alle arti marziali da un maestro, altrettanto cieco, Stick: anche quest’ultimo, senza preavviso, ritorna a farsi vivo.
La stagione si divide in due grandi insiemi. Da un lato introduce nuovi personaggi che ritroveremo in futuro: Matt, Stick ed Electra si trovano a combattere la malavita giapponese che opera a New York, espressione di una setta – la Mano – votata a misteriosi riti antichi e oscuri atti a dare vita ad armi mistiche chiamate “Black Sky”. Dall’altro Frank Castle, nel frattempo incarcerato e a rischio di essere condannato a morte, il quale fa la conoscenza di Kingpin e con lui stringe un patto di mutuo aiuto che gli consente di evadere.
La trama è complessa e tende a incartarsi tra i molti personaggi di rilievo, rischiando di appesantire la struttura narrativa. Rispetto alla prima stagione si nota una certa qual fretta di concludere tra le molte digressioni e gli altrettanti fronti aperti. Finale di stagione comunque notevole.
Finalmente Daredevil indossa il caratteristico costume corazzato, ma è un oggetto che viene vissuto quale elemento stonato, esornativo rispetto all’ambientazione votata alla sottrazione della messinscena. Mancano i costumi vistosi e le mascherate che appaiono nei fumetti originali: qui si prediligono gli aspetti interiori dei personaggi – senza tralasciare però gli effetti spettacolari dei loro superpoteri – che divengono simbolici, fattore comune con JJ e Luke Cage.

Luke Cage, stagione 1 (2016) ***
Luke Cage, personaggio che esordisce nella prima stagione di Jessica Jones, è protagonista di un’ulteriore digressione newyorkese del Marvel Cinematic Universe, questa volta ambientata nel quartiere di Harlem. All’ex poliziotto Cage, forzuto nero, appartiene un passato tormentato e un “dono” che gli cambia la vita (denominatore comune degli eroi dell’universo parallelo dei Defenders). La trama è meno complessa delle serie sorelle, ma godibile, non priva di colpi di scena e di personaggi complessi e affascinanti. Dati i suoi superpoteri che lo rendono invulnerabile, Cage deve soprattutto tentare di sfuggire agli intrighi di politici e malavitosi che per sbarazzarsene lo vorrebbero rinchiudere in carcere. È la revisione afroamericana del maciste cinematografico, eroe la cui forza corrisponde a un’altrettanto rocciosa etica. Infatti il protagonista è mosso da un alto senso di giustizia, nonostante il latente desiderio di vendetta, che lo rende più simile a DD che a The Punisher, pur assomigliando a entrambi. Non mancano riferimenti allo stato di effettiva segregazione razziale, nonostante la retorica di facciata, che rende i neri cittadini americani di serie B.
La stagione è divisa in due parti nette, la prima dominata da Cottonmouth, la seconda da Diamondback, entrambi irriducibili antagonisti di LC.
Anche il giustiziere di Harlem non indossa il costume che viceversa appare nei fumetti, caratteristica dei Defenders (tranne che per DD, in alcuni episodi).
Grande spazio è dedicato alla musica, espressione della cultura nera newyorkese, eseguita nel locale di Cottonmouth da artisti che interpretano il ruolo di loro stessi (Delfonics, ad esempio). La serie è caratterizzata da un grande cast, tra tutti emerge Mahershala Ali (“House of Cards”; “True detective”; “Green Book”) nel ruolo del tormentato villain Cottonmouth. Importante la presenza femminile a partire dall’inquieta poliziotta Misty, dalla politica corrotta Mariah altra temibile antagonista, e Claire, la quale, abbandonato Hell’s Kitchen, ha un nuovo – decisivo – ruolo al fianco del protagonista.

Iron Fist, stagione 1 (2017) *
La serie peggiore dell’universo Defenders. Per quanto sia un personaggio globetrotter rispetto ai suoi colleghi newyorkesi viceversa rimane quello più legato a ambientazioni asfittiche e ripetitive, soprattutto in interni. Il protagonista è interpretato da uno dei peggiori attori in circolazione. Molto meglio altri comprimari (Tra tutti Tom Pelphrey notevole nell’interpretare il miliardario tossico, schizoide con tanto di esplicita citazione da “Psycho”). Prosegue la lotta alla “Mano” iniziata nella seconda stagione di DD. Molte arti marziali, molta incoerenza, poca convinzione, molta noia.

The Defenders, miniserie (2017) **1/2
Nonostante la trama che include e conclude molti digressioni date dalle serie originarie si nota una certa qual stanchezza nella confezione. L’accozzaglia di personaggi è gestita in modo problematico per la prima – e ultima – miniserie crossover suddivisa in otto puntate.
Il plot prosegue gli eventi narrati nella seconda stagione di DD e nella prima di IF.
La guerra alla Mano arriva alla resa dei conti e vede DD, JJ, LC e IF coalizzarsi per combattere i nemici provenienti dall’Estremo Oriente, intenti ad attuare la loro oscura opera, finalizzata al dominio sul mondo.
Tra gli altri appare anche Sigourney Weaver in un ruolo di villain, capo della Mano, che ha il sapore dell’inutile spreco.
Una operazione curiosa quanto attesa e che, viceversa, si rivela routine limitandosi a concludere stancamente alcuni capitoli iniziati altrove.
Non mancano i colpi di scena, specie alla fine, ma sconta il confronto con la complessità conosciuta nelle serie sorelle (escluso IF).

The Punisher, stagione 1 (2017) ****
Serie spin-off dedicata a un vero vendicatore senza scrupoli di sorta, selettivamente fascista, apparso per la prima volta nella seconda stagione di DD. Plot notevole nella sua linearità, supportata da un cast all’altezza a partire dal protagonista, John Bernthal, un’interprete raffinato che non ti aspetti, perfetto per il ruolo. Da vedere.

Jessica Jones, stagione 2 (2018) **1/2
Il problema che si incontra sin dagli esordi della stagione è la ripetitività associata a scarsa fantasia delle ambientazioni e degli incontri, ovviamente rispetto alla prima, conturbante, stagione. Pare di assistere agli impianti volutamente stereotipati dei telefilm del passato nei quali ogni episodio è autoreferenziale, autoconcluso e ad emergere è, appunto, il carattere (sempre uguale) del protagonista, oltre ai tormentoni, ai cliché. Ma in quel format l’iterazione rappresenta la forza attrattiva della serie (così per i gialli e i polizieschi più antichi sino a “Colombo”, “La signora in giallo” ed epigoni vari). Caratteristiche proprie della serie, ma non del serial viceversa sorta di lunghissimo film senza soluzione di continuità dalla prima all’ultima puntata. In questa stagione di JJ, purtroppo, non emergono nuovi temi guida, se non la conferma di quelli già visti: disavventure contrappuntate da un carosello di relazioni amorose, disordini e tossicità divenuti noiosi e che coinvolgono tutti i personaggi noti e debuttanti, in tutto questo JJ rimane fedele a se stessa, anzi un po’ più imbolsita da sensi di colpa e da buonsenso gratis. Ancora una volta è il passato della protagonista che torna per presentarle il conto: l’eroina già “scorretta” e anarcoide è messa a dura prova dal ritorno di un familiare, sorta di suo doppio malvagio (come dire: stravisto). Un’eco che ricorda, per esempio, la medesima vicenda occorsa a Skye in “Agents of SHIELD” – solo per rimanere in zona Marvel – ma che qui ha il sapore del diversivo pigro. Anche in questa stagione sono pressoché nulli i riferimenti a fatti raccontati dalla serie cinematografica ammiraglia, se non per qualche battuta superflua legata ai personaggi. In sintesi: ridimensionamento e povertà di idee, nonostante una protagonista di tutto rispetto.

Luke Cage, stagione 2 (2018) **
Stesso problema legato a JJ, personaggio interessante nella prima stagione banalizzato dalla ripetitività di contesto (Harlem che corrisponde a due, massimo tre, location ripetitive) e nemici incancreniti tra lacci e lacciuoli legulei e polizieschi. La “gabbia” riguarda un personaggio rimasto prigioniero di un cliché e di una ambientazione ristretti. Molto ben curata è la cornice ossia il format che riguarda la black culture fatta di arte e musica, ma nonostante la fascinazione che tutto ciò provoca non basta a elevare la stagione da sciatteria e un finale scontato, ancorché insistito e prevedibilissimo. Peccato. Ultima stagione per Luke.

Iron Fist, stagione 2 (2018) *
Banale trasposizione dal fumetto di un eroe privo di fascino e scollegato dal contesto degli altri Defenders. Dieci puntate (una riduzione rispetto alle consuete tredici) che non aggiungono nulla più a quanto si era capito nella precedente stagione, banalità di scrittura, riciclaggio di personaggi (buoni che non lo erano) cui segue una messinscena colma di sciatteria e di un cast penoso e location asfittiche e ripetitive. Questo pseudo Batman pieno di sbavature, pare essere davvero un figliastro del franchising Marvel/Netflix. Ultima (sospirata) stagione.

Daredevil, stagione 3 (2018) **1/2
Il personaggio fatica a tenere il passo, nonostante qualche idea buona e una qualità della scrittura che non manca. Purtroppo la sua figura è banalizzata in categorizzazioni psicanalitiche già evidenti nella prima stagione che qui, però, appesantiscono il passo. La vita – martoriata – interiore del giustiziere cieco è il principale paesaggio della stagione, assai desolato. Da buon cattolico deve fare ancora e sempre i conti con il senso del peccato e della colpa irrisolti. Così come Matt è irrisolto e vessato da una doppia personalità ingestibile e una derivata insicurezza traboccante. Insomma Matt si trova a dover affrontare il suo più temibile avversario, ossia se stesso. E solo in seconda battuta quel che resta del suo mondo, che peraltro sta per crollargli addosso. È così che purtroppo il personaggio principale scompare schiacciato dal peso (in tutti i sensi) di Kingpin, interpretato ancora una volta da un grande Vincent D’Onofrio, forse la figura più amata dagli sceneggiatori (e si vede) che gode di complessità e cura. L’ultima stagione per il giustiziere cieco sbrodola nell’ecatombe con l’uccisione di figure simboliche, per mezzo di un suo alter ego folle, dove l’aspetto religioso – importantissimo, decisivo per l’identikit del personaggio – va oltre la misura ed entra nella melma di uno spiegone edipico, non così necessario per chi ha visto i primi due capitoli più il crossover the Defenders, per condurci verso una supposta emancipazione, che è però è stata interrotta dalla produzione. Ultima stagione anche per DD.

The Punisher, stagione 2 (2018) **1/2
La stagione ha il consueto punto di forza nel protagonista, anzi nella performance ancora una volta all’altezza del ruolo di John Bernthal, Ma tredici puntate dilatano una sequela di situazioni ripetitive nonostante la moltiplicazione dei cattivi. Nonostante non sia prevista una terza stagione (che probabilmente avrebbe sviluppato ancora qualche digressione, chissà) si avverte una sostanziale inerzia. Il punitore è un eroe? È un volgare assassino o un giustiziere mosso da nobili, oggettive, comprensibili motivazioni? Su queste ambiguità gravita l’identikit di un personaggio che vede nella violenza e nel terminare il nemico l’unica via di uscita possibile per migliorare il mondo, ma proprio in questo stereotipo si incarta la scrittura che rimane prigioniera del format divenuto piccolo piccolo. Il punitore, profilo del giustiziere fascistoide, affascina proprio perché si aggira oltre il bene e il male, oltre i codici morali che invece sono la base per Daredevil, Jessica Jones e Luke Cage (e Iron Fist), dunque è in questo dialogo/opposizione e nella sorta di alternativa estrema e assoluta che il prodotto forse avrebbe avuto più chance, invece di scivolare tra le definizioni forzate di antieroe. Serial per adulti dove lo splatter, il sesso e le ambientazioni malate si sprecano. Ultima nota riguarda il personaggio del prete, complesso, malato, affascinante alter ego del punitore che viene liquidato in un finalino che forse non meritava. Invece la fine del villain principale convince proprio perché avviene spezzando e deviando quello che sarebbe dovuto essere lo scontro finale annunciato sin da l’inizio, ossia si evita l’ultimo round da videogioco in modo intelligente.

Jessica Jones, stagione 3 (2019) ***
Gran finale per l’eroina/non eroina interpretata dalla carismatica Krysten Ritter, chiosa che coincide con l’epilogo di tutte le storie dei Defenders prodotte da Netflix. La stagione torna a guardare alle origini di JJ costruendo un thriller in divenire rigoroso. Qui i personaggi vecchi e nuovi (ri)trovano un loro posto nel mondo, tra finali (tragici) o sapientemente aperti, ma non giustapposti. Quel che si sente – molto più di The Punisher, giustiziere che per ovvi motivi “professionali” vive in clandestinità – è lo scollegamento insanabile dal Marvel Cinematic Universe (ossia: Thanos da queste parti non è mai arrivato, né arriverà mai), ma pure dalle interconnessioni tra le diverse serie Netflix. Tangibile segno del definitivo abbandono del progetto da parte di Netflix che non produrrà più per Marvel Studios e Marvel Television. Ma quest’ultima è una contingenza che fa molto bene alla singola trama, donando una ventata di libertà narrativa, altrove soffocata per rimanere negli strabici ranghi della sovrastruttura. Jessica è alle prese con l’ennesimo doppio, ancora una volta legato alla famiglia, impersonato dalla problematica e mattoide Trish. Già “baby Jane” plagiata da una madre disperata e senza scrupoli, Trish sconta il proprio inferno divenendo la nemesi di Jessica, che invidia senza comprendere bene il perché, al di là delle singole frustrazioni di essere o non essere una gifted. Tragedie e pusillanimità che consentono a Gregory Salinger di emergere. Questi è un serial killer (nei fumetti è chiamato Foolkiller, in Italia l’Insanicida, qui interpretato da un bravo Jeremy Bobb) ossessionato dai freaks – ricorda Kilgrave, non a caso è qui rievocato – aspetto che riporta a “Il silenzio degli innocenti”, spesso e volentieri omaggiato e citato. Qualche sbavatura affiora qua e là per concludere digressioni rimaste in sospeso dalla seconda stagione (es. l’ex amante ispanico e figlio che compaiono solo all’inizio della stagione), ma l’intreccio generale regge, anche per il personaggio più a rischio banalizzazione ossia l’avvocatessa di successo Jeri Hogarth interpretata da Carrie-Anne Moss. La stagione si gode sino all’ultima puntata tra suspance e cliffhanger che non vengono disattesi dalle diverse fasi dello sviluppo.

Conclusioni generali
La struttura delle serie collegate al crossover The Defenders così come è presentata dalla piattaforma Netflix è nociva perché fuorviante o, in una parola, è demenziale. Per godere della coerenza narrativa dei sequel bisogna, infatti, guardare le serie intervallando le une alle altre le singole stagioni secondo la cronologia che corrisponde al rilascio, poiché sono concatenate. Pena la mancata comprensione di dettagli così come di snodi importanti e il relativo disorientamento che ciò genera inevitabilmente.
Se le prime due stagioni di Daredevil (ad esempio) possono essere viste conseguentemente, per capire la terza bisogna almeno guardare The Defenders, ma se non si sono seguite le prime stagioni di JJ, LC e IF, be’ allora il tutto diviene assai difficile. Forse una legenda o un avvertimento allo spettatore avrebbe aiutato lo sviluppo e l’affezione del pubblico e, chissà, magari il progetto sarebbe continuato. Al di là dei diritti Disney e l’annunciata apertura della nuova piattaforma afferente alla casa di produzione di zio Walt. Ma sono congetture, perché, purtroppo, sembra che la Disney sia persuasa a escludere le serie collegate ai Defenders dal MCU ufficiale, prevedendo anche alcuni reboot di personaggi con l’inevitabile cambio di interpreti. Campanello d’allarme sarebbe il reimpiego del grande Mahershala Ali– già Cottonmouth per il serial Luke Cage – che interpreterà Blade nel nuovo reboot del personaggio già incarnato da Wesley Snipes nell’omonimo film del 1998. Peccato, perché, al netto di difetti e fallimenti (Iron Fist, su tutti) la struttura del piccolo universo newyorkese era riuscita a creare un intreccio intrigante con personaggi chiave che creavano connessioni tra storie ed eventi Karen Paige, Claire, Misty, Luke Cage e The Punisher.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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