Il signor diavolo (2019)

Attratto da critiche tutto sommato incoraggianti ho deciso, dopo qualche tempo e troppi bidoni, di tornare al cinema per vedermi un film italiano. Titolo firmato da un autore, Pupi Avati, celebre per aver maneggiato i generi e in particolare l’horror (diciamo così, perché tutti dicono così, ma ci sarebbe da mettere un paio di distinguo) in un modo quanto meno originale per l’epoca. E mi riferisco agli anni Settanta.

Viceversa quello che mi ha accolto è il solito prodotto sciatto, malscritto, cucito peggio, con contorno di personaggi caricaturali e con la sensazione sgradevole che il tutto sia stato confezionato in fretta e furia. Per giunta anche gli attori “di mestiere” presenti non riescono a sollevare granché.
Ora sarà anche tutto voluto (come ha scritto un critico assai benevolo, o dotato di grande immaginazione, credo), per carità. Ma non basta riprendere – maldestramente – quel che funzionava negli anni Settanta solo per pagare un tributo di sangue (più i miei 9 euro, scusate, non è tirchieria, o non solo) sull’altare dell’autocelebrazione di un maestro sul viale del tramonto. Il problema vero è che oggi, rispetto a quegli anni Settanta chiamati in causa, costa infinitamente meno girare un film, ahinoi. Per questo è possibile produrre un soggetto abbozzato, senza capo né coda, gonfiato all’inverosimile per raggiungere una miserevole durata di ottanta minuti, spacciando il tutto per una novella gotica. Il risultato è un film senza una identità, né la vocazione di interessare e perciò rispettare il pubblico.

Anni Cinquanta. Il film è ambientato in un villaggio ai margini della laguna di Venezia, ma l’unica persona che parla con una imbarazzante cadenza veneta è Chiara Caselli, la quale si presta a tentare di scimmiottare la Marlene di “Testimone d’accusa” (sì, come no). Per il resto anche i bambini nativi della Laguna Nord parlano con un’inflessione di Roma. Tutti gli altri son di Bologna e hinterland, bella lì.
Sullo sfondo c’è la DC, Pio XII, i consensi a rischio per un fatto di sangue mostruoso che riguarda due minori. Fatto che spinge un inetto, anemico e sudatissimo funzionario del ministero di Grazia e giustizia (in verità al servizio del partito di De Gasperi) ad accettare di indagare sul luogo per insabbiare. Insabbiare, sic. Non si capisce bene che cosa debba fare costui per insabbiare l’assassinio, peraltro di dominio pubblico, stando attento a rimanere nell’ombra.
Il suo capo al ministero sostiene che se si insabbia l’omicidio allora la DC ne guadagna in termini di consenso, perché la madre dell’assassinato (Caselli) da sostenitrice è diventata fiera avversaria dei democristiani. Oh, tocca fidarci, tanto poi il dadaismo impera e succedono cose a caso a palle incatenate. Infatti la sceneggiatura è saturata da digressioni, da salti spazio-temporali che conducono a vicoli ciechi disturbanti, da troppi personaggi e da piste false giustapposte per diluire ancora un po’ il brodo. Insomma non c’è alcuna tensione e si arriva, un po’ increduli, a un finale deludente (ammesso che ci fosse qualcosa di altrettanto promettente) e involontariamente comico, tra improbabili ralenti ed effetti digitali dozzinali.

In rapida sintesi. Ho già scritto che la verisimiglianza minima non c’è, a partire da un Veneto senza veneti. Ad esempio siamo nei primi anni Cinquanta, ma nei frequenti documenti maneggiati dai personaggi campeggia ancora lo stemma sabaudo (sono dettagli colti da pochi spettatori, sì, ma il diavolo, il signor diavolo appunto, lì si annida). Le targhe delle quattro auto, su cinque, che girano per il film riportano la sigla Ferrara (poi scopri che il film è girato a Comacchio).
Dal lato narrativo non è pervenuto nemmeno l’elemento onirico (à la Bunuel), e se c’era dormiva. Ad esempio la donna eccessivamente incinta rispetto alla continuità temporale non è un indizio della presenza del diabolico nel mondo (magari!).
Così come il facile ribaltamento tra villain e presunti buoni arriva tardi e male. Dettagli che sembrano alludere ad altro, ma alla fine scopri soltanto che erano cose buttate lì, chissà perché, probabilmente per aggiungere minuti. Ad esempio l’ispettore evocato dal flashback mnemonico del protagonista in viaggio, figura chiave del racconto, si perde per strada senza troppi scrupoli.

Che dire degli aspetti formali? Di solito lì qualcosa rimane, gli artigiani italici ecc… Non è questo il caso.
I pochi soldi spesi si vedono tutti e sono pure sprecati. Aleggia a mezz’aria un perenne filtro bruno tipo Instagram (finanche sulle fiamme libere!), così come l’effetto notte è creato da principianti, con barbagli di un ipotetico plenilunio, fin troppo infuocato, che si riflettono sulle superfici lucide.

Non è nemmeno un prodotto per la TV, è davvero un imbarazzante egoistico divertissement che non diverte nessuno.
No: è una operazione nostalgia, scrivono il paio di critici entusiasti, che sarebbe giustificata da una sorta di omaggio a un genere che però non arriva. Non a me.
L’horror? E’ scritto solo nelle note di lancio del film.

Il signor diavolo (Italia 201) * regia di Pupi Avati

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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