Legend (Usa/Gb 1985)

Sin dal suo debutto nelle sale Legend è un film divisivo, sia per pubblico (rimane negli annali il flop, peraltro originato da scelte distributive assai miopi) sia per la critica, che in linea di massima non ne ha apprezzato la scrittura, sovente definita sciatta e manierista. A ben vedere la controversia è una caratteristica che può valere per molti altri film di Ridley Scott, o meglio per le accidentali, ma non infrequenti, ciofeche galattiche che il regista britannico ha firmato lungo la sua ultradecennale carriera. E’ utile ribadire che accanto ai flop, Scott può vantare grandi successi e titoli entrati di diritto nella storia del cinema. E non è cosa da tutti, per dire.

Tentando un distacco dalle opposte tifoserie si può azzardare un’analisi più tiepida del nostro film: Legend rientra nella lista delle opere cinematografiche formalmente visionarie e imperfette. Si presenta come fantasy (privo di draghi, e già qui per i cultori è un problema) ma che nella sostanza mescola miti nordici e greci col teatro shakespeariano (echi di il calibano di La tempesta e Puck di Sogno di una notte di mezza estate), cui si sommano sprazzi di macabro ossianico a propria volta venato di erotismo latente proprio della poesia simbolista (es. l’Après-midi d’un faune di Mallarmé – ok: mi sono lasciato prendere la mano). Ma quel che rimane impresso sulla retina è la ricercata fotografia luministica – al limite di un pittoricismo talvolta stucchevole – che rimanda alle leziosità preraffaellite. Il tutto è (però) appesantito dall’accompagnamento sinfonico magniloquente di Jerry Goldsmith (ciò vale per l’edizione europea, infatti le musiche di quella americana sono curate dai Tangerine Dream).

Cominciamo dai punti deboli: siamo dinanzi a una sceneggiatura che è spesso abbozzata; i dialoghi passano dall’aulico shakespeariano allo scialbo colloquiale, lasciando lo spettatore talvolta stranito dal repentino cambio di registro; l’ingenuità dei personaggi si riflette nella trama, non sempre volontariamente, e tutto sommato non è un problema da poco.

Ma il film, si sa, guadagna dal punto di vista visuale e creativo.
Vediamo come, attraverso alcuni punti di forza.

Ritmo. Il film corre, nonostante alcuni rallentamenti vistosi, verso l’ovvio finale. Il classicismo dell’impianto tripartito (I. ordine iniziale; II. caos; III. ritorno all’ordine) è il sistema narrativo che Hollywood ha fatto proprio nel tempo, ma che riguarda categorie antiche e collaudate e che ben si prestano a una fiaba manichea qual è Legend.

Personaggi. I due divi 80’s acqua & sapone per eccellenza Tom Cruise (Jack) e Mia Sara (Lili) ben si prestano agli adoranti primissimi piani, tutti sopracciglioni-dentoni di lui e sguardi languidi di lei. L’erotismo, qualità non così scontata per un film per ragazzi, è implicito ma costante e si riscontra sia nelle ostentazioni di nudità efebiche, sia nei baci appena accennati tra i due protagonisti..
In Jack/Tom Cruise troviamo fuso il mito di Perseo (lo scudo con l’effigie della Medusa e la decapitazione della creatura femminile mostruosa quale atto iniziatico) e di Teseo (la lotta col minotauro, ossia, il cornuto Signore delle Tenebre, e la liberazione di Arianna-Lili dal labirinto del Male, Inferno che più contorto non si può). Ma c’è spazio anche per il principe azzurro delle fiabe (ancora Jack) che sveglia con un bacio la principessa (ancora Lili) addormentata (nel bosco).

Ambientazioni. Al di là della interminabile tempesta (si fa per dire) di pollini e di bolle di sapone le citazioni si sprecano e contemplano dai menzionati preraffaelliti (l’Ophelia di Millais per Lili svenuta su un letto di fiori) e ai simbolisti (Les licornes di Gustave Moreau per i due unicorni indomiti, stile “carosello” di Pino Silvestre Vidal) si rifrangono in uno spettro coloristico vivido che ancor oggi stupisce: la vivace fotografia di Alex Thomson (L’anno del dragone; Labyrinth; Alien³) è giocata sull’aspetto salvifico della luce (elemento drammatico decisivo) che abbaglia spesso i personaggi (anche attraverso gli specchi ustori di Archimede) con barbagli che continuamente sfidano le tenebre e l’oscuro inverno. Scelta che pare ispirarsi alla potente e altrettanto coloratissima fotografia dei felliniani Roma, Fellini Satyricon, Casanova di Federico Fellini diretta dal grande Giuseppe Rotunno (classe 1923 – vivente).

Costumi (Charles Knode) e trucco (Rob Bottin): l’opera di questi artisti del camuffamento è davvero impressionante. Non solo per quanto riguarda la realizzazione del (pazzesco) Signore delle Tenebre (Tim Curry), iconico e citatissimo (cfr. Darbula in Dragonball; e la serie TV Childhood’s End del 2015), e i suoi mostruosi accoliti. Risultano credibili grazie alla cura maniacale della messinscena e dei particolari. Difficile trovare un esempio a metà anni Ottanta (ma non solo) che si avvicini alla sopraffina qualità visiva/visionaria ostentata in questo iconico film, che forse si può riscontrare in alcuni recenti comics movies (Hellboy sui tanti possibili) o in Il labirinto del fauno di Del Toro.

Dove si può vedere?
– Amazon Prime

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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