Labyrinth (Gb/Usa 1986)

Labyrinth è una commedia musicale, tra le più popolari degli anni Ottanta, diretta da Jim Hensons, padre dei Muppet che anima i numerosi pupazzi che imperversano lungo il film; la sceneggiatura è scritta da Terry Jones (già Monty Python).

Il protagonista è una star musicale del calibro di David Bowie, che negli stessi anni conosce un successo plateale, ma che in realtà vive una grande crisi creativa (bellissimo in questo senso Velvet Goldmine che ne racconta alcune fasi della metamorfosi pop). Bowie, assecondando il suo personaggio divistico, gioca con le ambiguità di genere che lo hanno reso un camaleonte sin dai primi anni Settanta. Qui veste i panni del misterioso e fascinoso Re dei Goblin, Jareth, tirannico sovrano di mostruosi ma goffi gnomi da lui resi schiavi. Egli vive in un castello posto al centro di un labirinto insidioso, e come un ragno rimane in attesa di essere chiamato in aiuto da chicchessia. Ma il suo aiuto non è senza conseguenze e a pagarne le spese è Sarah interpretata dalla sedicenne Jennifer Connelly (che debutta nel 1984 in C’era una volta in America di Sergio Leone). 

La teenager Sarah, dotata di un carattere tosto e di qualche mania di persecuzione, si rifugia in un mondo di fantasia che corrisponde alla propria camera affollatissima di peluche, libri, statuine, oggetti. Al di fuori di essa la ragazza vive il continuo contrasto con la matrigna, che ritiene egoista, e il padre che lei ritiene debole e indifferente. In particolare si ribella al fatto di dover fare da babysitter al fratellastro Toby, bambino che ha poco più di un anno d’età. Sarah, alle prese col fratellino, vive la frustrazione dando sfogo alla propria rabbia; il bimbo, spaventato dalle urla della ragazza, si dispera e diventa inconsolabile. La ragazza allora desidera con tutta se stessa che il Re dei Goblin lo porti via con sé. Cosa che puntualmente avviene, ma che getterà Sarah, di già pentita, nel terrore. Allora lo spietato Jareth la sfida: se entro l’ora stabilita la ragazza riuscirà a raggiungere il castello, il piccolo Toby potrà tornare a casa, viceversa rimarrà nel mondo incantato del Re dei Goblin «diventando parte di loro» per sempre.
C’è un piccolo problema: per raggiungere il castello Sarah dovrà attraversare un insidioso labirinto.

Il film cita esplicitamente Il mago di Oz, mostrando il dettaglio del libro presente nella cameretta di Sarah (tutti i personaggi animati sono presenti sottoforma di peluche, così come il quadro di Escher e altri oggetti vari, nella camera della ragazza). Molti sono gli espedienti narrativi che rimandano ai racconti di Lyman Frank Baum, tanto da far pensare a una sorta di remake libero e arricchito. Ciò avviene sin dal preludio, nel quale si manifesta la natura ostile: Sarah è investita da un acquazzone così come Dorothy viene rapita dall’uragano, compreso il cane di entrambe; il mondo fiabesco cui Sarah deve far fronte da sola è tutto declinato al maschile; i bizzarri tre compagni di avventure caratterizzati da qualità e difetti, richiamano liberamente il leone, lo spaventapasseri e l’uomo di latta; e così il percorso labirintico stesso che deve condurla al cospetto del sovrano-mago; l’epilogo è simile riguardo alla relativa crisi della figura patriarcale, che viene smascherata in tutta la sua inconsistenza dalla ragazza stessa. Manca il corrispettivo della figura della strega dell’Ovest, ma la pesca avvelenata che drogherà Sarah riconduce allo stereotipo della strega di Biancaneve e perciò alla figura ambigua sessualmente di Jareth, visto che questi prepara il frutto avvelenato.

A uno sguardo più attento trama e caratteri dei personaggi sono ibridati da suggestioni appartenenti a Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e soprattutto al sequel Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Nella fattispecie riguardano particolari importanti che rafforzano alcuni passaggi simbolici e iterati: il riferimento al tempo che fugge (tredici ore per superare il labirinto) rappresentato dal richiamo agli orologi e al senso di ansietà che generano (ossia la sublimazione del Coniglio Bianco); il superamento degli specchi che diventano passaggi tra una dimensione del sogno a quella dell’incantesimo: qui Sarah infrangendo lo specchio distrugge la propria immagine riflessa, rovinando i paradisi artificiali creati da Jareth a un tempo, e facendola crescere nella consapevolezza di sé: sempre meno bambina sempre più giovane donna cosciente delle proprie potenzialità e forza. 

Visto che il film è prodotto da George Lucas non mancano riferimenti al Signore degli Anelli, tra tutti il nano Hoggle (in italiano Gogol), guida ricattabile, ambigua, avida, paurosa e schizoide che richiama non solo nel suono il nome Sméagol. Hoggle è legato a Sarah dal suo “tesoro”, ossia un sacchetto colmo di preziosi che la ragazza sottrae al nano costringendolo ad a condurla al castello. A proposito: una citazione cinematografica riguarda anche Star Wars e il celebre mostro Wampa, sorta di yeti peloso bianco che vive nel pianeta ghiacciato che compare in L’impero colpisce ancora, esso in particolare ricorda il peloso Ludo, colori a parte, compagno di avventure di Sarah (confronta l’immagine nei commenti).

Riguardo al film le critiche che ho potuto leggere si mantengono sulla superficialità: non ne avvertono alcun senso profondo alternativo, apprezzando perlopiù il gran lavoro di animazione, la qualità delle canzoni, la fotografia e gli effetti speciali (la sequenza delle scale di Escher). Qualcuno apprezza il dadaismo di fondo e la carica comica (la palude dell’eterno fetore, luogo mitico del cinema anni Ottanta entrato nel lessico comune). Ma ad esempio la critica di Mereghetti si limita a snocciolare una serie di dati produttivi.

La mia opinione è che il film contenga almeno tre tracce di lettura, e per niente banali.

La prima è che il labirinto rappresenti la metamorfosi interiore in atto nell’adolescente Sarah, figlia di genitori separati e forse per questo recalcitrante nel voler abbandonare il suo mondo parallelo incosciente e all’apparenza rassicurante. Una metamorfosi che la allontana dalla sua cameretta infantile, tutta bambole e fiabe e sogni a occhi aperti, e grazie a un percorso tortuoso, e con tutte le insidie del caso, raggiunga alla coscienza di essere una giovane donna in grado di emanciparsi da strutture patriarcali vetuste e infide rappresentate da un re cui affidare la risoluzione di suoi problemi (in tal caso il pianto di Toby), simbolo che si rivela effimero, per cominciare a essere finalmente padrona della propria esistenza.

La seconda traccia più profonda affronta un argomento spinoso e doloroso, ma che ancora può riguardare suo malgrado il delicato passaggio di crisalide umana che porta Sarah dall’infanzia all’adolescenza. Insomma, sono persuaso che Labyrinth con tutta la sua carica di simboli e citazioni letterarie e ambiguità sia un film dedicato alle insidie rappresentate dalla pedofilia.

Mi spiego meglio: nel 1986 l’argomento pedofilia non era all’attenzione dell’opinione pubblica con la stessa intensità e coscienza di oggi, al di là dei singoli delitti e la relativa cronaca. Di sicuro esisteva già anche la figura retorica della metafora. Scherzi a parte: avrò cercato male, ma non ho trovato traccia di questo peculiare rilievo interpretativo. Considero presupposto evidente la differenza d’età che intercorre tra Jareth, interpretato da un Bowie allora quarantenne, e la sedicenne Sarah/Jennifer Connelly, nonché la ambigua relazione che si instaura tra i due personaggi sin dal rapimento del piccolo Toby (peraltro dato ulteriormente interpretabile sulla stessa linea).

All’inizio del film, infatti, avviene un primo corteggiamento, per quanto ancora sottile, da parte del re, che però si esplicita nel tentativo di seduzione durante il sogno del ballo in maschera. Sogno per mezzo del quale Jareth tenta di intrappolare Sarah, che per giunta ha drogato usando la pesca adulterata. D’altro canto, nel prologo, la ragazza, raccontando la storia che poi vivrà nella dimensione parallela, dice che «nessuno sapeva che il re dei goblin era innamorato della ragazza», quel «nessuno sapeva» è altrettanto sibillino e dichiara l’humus necessario all’adescamento. Sin dai titoli di testa vediamo Jareth sottoforma di barbagianni mentre spia la ragazza giocare nel parco pubblico, come a studiarne passioni e carattere, altra strategia usata di frequente per l’approccio seduttivo. Al primo incontro in forma umana, invece, segue il primo regalo: è una sfera magica che diviene serpe e poi foulard di seta, che simboleggiano, probabilmente, seduzione, minaccia e ricatto. Le cose si esplicitano nell’epilogo: qui Jareth si dichiara disperatamente alla fanciulla che ormai l’ha in pugno, e snocciola presunti passati favori e generosità a suo dire ignorati da Sarah: «lascia solo che ti domini e potrai avere tutto ciò che vuoi… ti chiedo solo di temermi, amarmi, fare come ti dico… e io sarò il tuo schiavo». Infine, sconfitto, Jareth si trasformerà di nuovo in barbagianni che, simbolo per simbolo, è un rapace notturno con tutto il suo portato simbolico negativo. Allo stesso tempo Sarah riceverà, invece, un vero dono, ossia il valore dell’amicizia disinteressata da parte di Hoggle e compagni di viaggio e grazie a ciò conoscerà la forza della propria volontà.

Aggiungo un’ultima traccia del tutto pretestuosa, forse: mi sono convinto che Labyrinth altro non sia che un film liberamente ispirato alle vicende personali del reverendo Lewis Carroll e alle sue chiacchierate – ma nulla più – amicizie in età adulta con alcune bambine; in particolare quella con Alice Liddel, la bimba di sette anni che ispirò l’omonima eroina del suo romanzo più celebre. Chissà.

Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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