The Romanoffs (epp: 1-3)

La serie antologica – composta da otto episodi a lungometraggio autoconclusi – mette in scena storie ambientate nel presente riguardanti alcuni discendenti dalla famiglia imperiale russa (o presunti tali), oggi sparsi nei diversi continenti. La serie prende quale pretesto i Romanoff, il loro antico lignaggio nonché la particolare condizione di rifugiati (seppure VIP), obbligati dalla diaspora, oggi vittime più o meno coscienti di uno sradicamento culturale, di ruolo e di identità. Simboli di un passato che continua a perpetuarsi nonostante tutto. La serie sonda questioni universali quali: i rapporti tra le generazioni, le frustrazioni dovute dal fallimento, l’apparente crisi delle caste e il persistere del classismo, il razzismo, i pregiudizi, la paura di un mondo multiculturale e multiconfessionale. Così come è messa sotto la lente di ingrandimento l’idea di nazionalità, rimessa in discussione – talvolta involontariamente – dalla presenza di figli di immigrati nati in Occidente, nonostante i rigurgiti nazionalisti. Tra le altre questioni emerge il confronto tra la ricchezza e la povertà, meschinità e nobiltà (nel senso lato del termine, non solo di casta), in Europa così come in America.
Ogni episodio è aperto da una raffinata messinscena in costume ambientata in un palazzo riccamente arredato. In rapida sequenza vediamo la cruenta esecuzione dello zar Nicola e della sua famiglia, biancovestiti, passati per le armi da un plotone di rivoluzionari. Nel mentre si odono le eloquenti parole del brano di sottofondo, Refugee di Tom Petty. Allora dai cadaveri degli antenati giustiziati sgorga una scia di sangue che conduce lo spettatore tra fotografie di volti ignoti, probabilmente discendenti più o meno diretti degli zar, vissuti nei diversi decenni precedenti o successivi alla Rivoluzione d’Ottobre.
La serie è prodotta, scritta e diretta da Mattheu Weiner, il celebrato autore di Mad Man, già membro della crew di I Soprano.

1. L’ora viola. Voto 7/10. Parigi, oggi. Anushka (Marthe Keller) ricca nobildonna di origini russe ormai anziana, sola e ipocondriaca, tenta continuamente di attirare l’attenzione di Greg (Aaron Eckhart), prestante e tollerante nipote, suo unico erede di origini statunitensi. Costui è fidanzato con Sophie (Louise Bourgoin), già divorziata, la quale spera a propria volta di poter mettere le mani sul patrimonio della vecchia principessa. Mentre le due donne si disprezzano apertamente generando continue difficoltà a Greg, ecco che entra nelle loro vite la giovane Hajar (Ines Melab) studentessa parigina di origini magrebine, la quale per pagarsi gli studi lavora come badante. Nella fattispecie assiste Anushka, bisognosa di aiuto dopo l’ennesimo collasso. La nobildonna apparentemente capricciosa e volubile in realtà coltiva un secondo fine che molto dice di una mentalità dinastica antica, la quale più che al domani pensa ai secoli a venire. Ed ecco che l’ancien régime e la modernità – nella sua manifestazione più complessa e apparentemente contraddittoria – operano più o meno inconsapevolmente insieme per giungere infine al medesimo risultato. L’apologo (morale) lavora bene sui contrasti, sui singoli caratteri, sui rapporti di forza, sulle micro espressioni e gli sguardi, sui tempi comici e drammatici quasi teatrali, così come molta importanza hanno i silenzi. Il lavoro più complesso compiuto da Weiner riguarda l’ibridazione dei registri (omaggio soprattutto alla commedia borghese sofisticata di parola, sino all’irrompere del comico, del grottesco e del fiabesco), aiutato da un cast che pare ben assortito. Non manca il gioco degli equivoci, ma qui la parabola già discende rendendo prevedibile il finale che vorrebbe essere a sorpresa. Forse l’epilogo così apertamente trasognato, fiabesco, “teatrale”, omaggio più o meno disincantato al mito di Cenerentola, non rende giustizia al processo sfaccettato che la messinscena era riuscita a creare per la prima metà abbondante del film. Peccato. Vale comunque la pena di vederlo per godere di una performance attorica (e registica) di gran livello.
Durata: 1 e 24 minuti.

2. Noi reali. 4/10. Stati Uniti. Michael Romanoff (Corey Stoll) e Shelly (Kerry Bishé), coppia in crisi senza figli, si rivolgono a una terapeuta matrimoniale per cercare di venire a capo di alcune incomprensioni, ma soprattutto per risolvere l’accondiscendenza arrendevole da parte di Michael nei confronti della moglie, che sfocia nell’indifferenza. Michael si rifugia nella posa di un cinismo protettivo e anche nell’ambito del lavoro: arriva a dispensare consigli manipolatori ai propri clienti carichi di sussiego che mascherano una sostanziale insoddisfazione personale. Un giorno viene sorteggiato quale giudice popolare in un processo per omicidio e in quell’occasione conosce l’avvenente Michelle (Janet Montgomery) che cattura l’attenzione dell’apparentemente apatico Michael. Questi, grazie a una macchinazione, spedisce la moglie in crociera da sola, e nel frattempo tenta di conquistare Michelle.
Un montaggio alternato mette a parte lo spettatore dell’avventura di Michael con Michelle in uno chalet in mezzo al bosco, e del tentativo di approccio galante subito da Shelly, che infine rifiuta le avances, durante la crociera dedicata ai fasti dell’ex famiglia reale russa.
Tornati alla routine, Michelle scarica Michael che, disperato, medita così di cambiare drasticamente la propria condizione.
Episodio che omaggia la dramedy, la quale a propria volta richiama l’opera di Woody Allen: attenzione ai dettagli e nel contempo al mimetismo di costumi e ambienti che mai distraggono l’azione; grande cura dei dialoghi, spesso brillanti; sul lato della performance attorica, attenzione all’intonazione della voce, alle microespressioni, alla gestualità fortemente evocativa. Altro richiamo ad Allen è il rimando a fattori psicologici, se non propriamente psicoanalitici, ai tormenti esistenziali che sfociano in egoismo e superficialità e di nuovo al tentativo della manipolazione del prossimo, fino alla negazione della realtà e alla preparazione del delitto, nel quale si sente l’influsso di Dostoevskij, compreso il castigo espresso che toglie totalmente la dignità all’aspirante assassino.
Nonostante le sapide premesse e la maestria registica, si giunge, come il precedente episodio, a un epilogo deludente che sa di stravisto. Ci ritroviamo infine in zona Black Mirror in quanto a superficialità della chiosa, e forse Weiner cercava una leggerezza che però non trova. La storia di insoddisfazione personale e tradimento che si veste di grottesco non è di per sé originale, ma il passaggio meccanico dalla tragedia alla farsa pare creato per arrivare a una conclusione tirata via che vanifica le premesse del film (con tanto di canzone didascalica di sottofondo).

3. Casa dei bisogni speciali. 4/10. Austria, oggi. Metaracconto: una troupe cinematografica sta girando un serial dedicato allo zar Nicola e alle vicende sua famiglia poco prima della rivoluzione intitolato The Romanovs (con la v). La produzione è diretta Jacqueline (Isabelle Huppert) ex attrice ormai matura che dice di essere discendente degli zar. Dal suo arrivo sul set la protagonista Olivia (Christina Hendricks), sostituta di una collega fuggita per motivi misteriosi, si scontra con l’ostilità o l’indifferenza della regista, mentre si innamora del protagonista che interpreta Rasputin (e pare essere posseduto dallo spirito del monaco). In seguito occorrono fatti strani, inspiegabili, o apparentemente sovrannaturali che inquietano l’attrice attorno alla quale ruota la vicenda. Il finale la realtà si fonde con la finzione in un connubio tragico. Se dal punto di vista della rappresentazione formale il lavoro è estremamente pregevole, da quello del racconto è sorprendentemente deludente, quando non incomprensibile. Nonostante un cast di rango, a partire da Isabelle Huppert, si assiste a tempi recitativi degni di un teatro filmato, a dialoghi piuttosto legnosi, a una lentezza estenuante e all’ennesimo epilogo che vorrebbe essere d’effetto, viceversa risulta estremamente freddo e slegato. La falsariga del luogo maledetto e infestato da fantasmi più che altro mentali pare rimandare a “Shining”, dal punto di vista dei dialoghi e dell’azione ricorda ancora molto cinema d’interni di Woody Allen (con il duplice significato della parola interiors, non a caso titolo di un film alleniano).

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