Dogman (2018) ****

Che cosa si può dire di “Dogman” che non sia già stato rilevato dalla critica internazionale?
Forse che è un film dipinto dalla luce e dalla propria nemesi, senza però risultare un mero esercizio stilistico; che è disperatamente reale e surreale a un tempo; una porta d’accesso nel delirio cristallizzato.
D’altro canto è cinema che ha bisogno solo di essere visto dallo spettatore, così come dovrebbe essere l’esperienza in sala, mentre ahinoi il cinema tenta di essere altro da sé, ricorrendo a effetti distraenti di ogni tipo per tentare di sopravvivere. Ansia che non riguarda Garrone, regista che ama raccontare storie universali, ossia per un pubblico potenzialmente mondiale, ambizione che il cinema europeo pare dimenticare ripiegando spesso sull’esotismo o sulla posa imitativa.

La trama cupa di “Dogman” si ispira al racconto del “canaro” (toelettatore per cani, diremmo fuori dal vernacolo) della Magliana. Un fatto di cronaca della fine anni Ottanta dal quale Garrone si discosta quasi subito per affrontare un tema capitale: la frustrazione e gli effetti, talvolta inattesi, che essa genera anche in chi sembra destinato al ruolo di gregario, se non proprio di vittima sacrificale, a vita.
Frustrazione è una parola-chiave che definisce la nostra epoca, basta che ci guardiamo intorno. Qualora si divincoli da freni inibitori, la frustrazione può far compiere atti mostruosi o spaventosamente grandiosi, tali da essere esibiti a mo’ di trofeo, ribaltando ogni senso, ogni logica, ogni supposta pietà, ogni filtro di quella che definiamo umanità.
Ma che cos’è l’umanità, in fondo? Non certo la sola parte in chiaro, quella compatibile, quella del rispetto, della convivenza pacifica, quella che subisce in silenzio, ma tutto ciò ha a che fare con l’umano, dunque anche il suo necessario rovescio, l’abisso che ci abita (nessuno si senta escluso, per carità), anche quando siamo apparentemente destinati a una vita sempre uguale a se stessa, giorno dopo giorno.

Come accennato, nel delitto del “canaro” la realtà ha superato la finzione in efferatezza, Garrone in larga parte vi rinuncia temperando i particolari perché è già forte di un cast perfetto (Marcello Fonte premiato a Cannes ed Edoardo Pesce, ottimi performer), di dettagli utili, di una sceneggiatura coerente e una fotografia che è culto dell’immagine pittorica senza (ripeto) essere stucchevole.
Lo spettatore del 2018 forse è abituato alla concorrenza spesso coercitiva della messinscena con il soggetto stesso, come avviene, viceversa, in molto cinema (e serialità tv) contemporaneo che punta sull’acme del grand guignol e, talvolta, solo su quello non avendo altro da dire.
Non è il caso di “Dogman” né del regista italiano più dotato della sua generazione.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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