Ready Player One (2018) ***

E’ il 1983, Umberto Eco riflette sull’intertestualità nel cinema di Spielberg visto nella prospettiva del continuo dialogo con i testi e il mondo:

“Interessante, per un’analisi della nuova intertestualità e dialogismo dei media, è l’esempio di ET’, quando la creatura spaziale (invenzione di Spielberg) viene condotta in città durante lo Halloween e incontra un altro personaggio, mascherato da gnomo de ‘L’impero colpisce ancora’. ET ha un sobbalzo e cerca di buttarsi incontro allo gnomo per abbracciarlo, come se si trattasse di un vecchio amico. Qui lo spettatore deve conoscere molte cose: deve certo conoscere l’esistenza di un altro film (conoscenza intertestuale), ma deve anche sapere che entrambi i mostri sono stati progettati da Rambaldi, che i registi dei due film sono collegati per varie ragioni, non ultima quella che sono i due registi più fortunati del decennio, deve insomma possedere non solo una conoscenza dei testi ma anche una conoscenza del mondo ovvero delle circostanze esterne ai testi. Si badi bene che sia conoscenza dei testi che conoscenza del mondo altro non sono che due capitoli della conoscenza enciclopedica e che pertanto, in una certa misura, il testo fa riferimento sempre comunque allo stesso patrimonio culturale. Un fenomeno del genere era tipico un tempo di un’arte sperimentale che presupponeva un lettore modello culturalmente assai sofisticato. Il fatto che simili procedimenti diventino ora sempre più comuni all’universo dei media, ci induce ad alcune considerazioni: i media prendono in carico ‐ presupponendola – informazione già veicolata da altri media. Il testo ET «sa» che il pubblico ha appreso dai giornali o dalla televisione quali rapporti intercorrano tra Rambaldi, Lucas e Spielberg. I media sembrano, nel gioco delle citazioni extratestuali, far riferimento al mondo, ma in effetti fanno riferimento al contenuto di altri messaggi di altri media. La partita si gioca per così dire su di una intertestualità «allargata» rispetto alla quale la conoscenza del mondo (intesa in modo ingenuo come conoscenza derivata da una esperienza extra-testuale) è praticamente vanificata”.

A mio avviso è un’analisi che si presta benissimo a spiegare il fulcro attorno al quale ruota “Ready Player One”, film-monumento di un’epoca (intesa come anni Ottanta, ma in una prospettiva molto espansa e dai confini culturali assai labili) del passato che si fa distopia o forse una sorta di presente deformato, realtà dove il futuro è lo specchio fedele del passato, nella sua forma digitalmente e virtualmente evoluta.

In una possibile decostruzione analitica, RPO sembra essere la visione di uno sterminato mondo virtuale demiurgico ospitato nel mondo reale, infine messa in scena da un’ulteriore sovrastruttura demiurgica.

1) Spielberg ci accompagna dentro un mondo demiurgico che è il grande Game collettivo. Un’architettura di ispirazione filosofico-gnostica e biblica. L’ennesima evocazione del Grande Fratello orwelliano, ma che è anche doppia realtà dickiana, i mondi paralleli, fantasy (tra tutti, Tolkien) e disneyani, la comédie humaine – preadolescenziale – di Stephen King, i drammatici rapporti autore-personaggi di Pirandello, fino alla citazione di tutti i war games cinematografici (produzione sterminata), a Thron a Mad Max, Star Wars, Star Trek, Storia infinita, Goonies sino a Matrix, Avatar e i reprise serial-citazionisti di Black Mirror e di Stranger Things, Paperopoli e Topolinia incluse;

2) la vera posta in gioco è però il destino del mondo reale, che appare quale contenitore squallido per esseri umani ridotti allo stato larvale e proiettati altrove, in una second life popolata di desideri e frustrazioni in forma di avatar. L’incentivo è fuggire nel mondo effimero del gioco per mezzo del quale essere quel che (non) si è. Nel contempo la realtà (e la libertà) rischia di essere messa sotto scacco da un aspirante demiurgo a capo di una organizzazione gerarchica e minacciosa, ma che è di per sé poco credibile. Questo aspirante autocrate, per nulla colto, è mosso da ambizione che però non può permettersi (chissà chi si cela dietro a questo personaggio? Una mezza idea me la sono fatta);

3) Parallelo scorre il mondo dei testi e della conoscenza. Una library fatta di cultura pop e nerd, una religione che vive nel culto della personalità del vero creatore oggi defunto: il cinema, i videogames, i testi, la musica, i divi, le citazioni da cogliere tra le righe e interpretare nei numerosi easter egg disseminati qua e là. Un po’ come in una complessissima puntata citazionista dei Simpson, summa televisiva del post moderno che nasce alla fine – e sulle suggestioni culturali(ste) – degli anni Ottanta.

4) Il tutto è raccontato, formalizzato, visualizzato dalla messinscena, cioè dal film “di” Spielberg: una ulteriore sovrastruttura demiurgica, surrogato di surrogati della realtà.

L’autore-creatore nella finzione – così come il regista tra i più importanti di quel decennio idealizzato – lascia l’eredità a un possibile eletto, un po’ Luke Skywalker (vedi che fine fa la zia), un po’ messia dei suburbi, un po’ Harry Potter abile mago. Morendo il creatore del Game-universo diviene un luminoso dio presente e assente a un tempo, lasciando il proprio avatar a scandire le fasi delle fatiche iniziatiche, fatiche erculee ed enigmistiche, fisiche e mentali a un tempo. La sua creazione consta di un mondo apparentemente indecifrabile, spietato, e senza dubbio positivo, ma che viceversa è decifrabile, potenzialmente governabile e per questo rischia (ma mai per davvero) di cadere nelle mani sbagliate.
Un po’ come, ciclicamente, accade alla democrazia.

Il finale non riserva alcuna sorpresa, anzi gioca con lo spettatore e le sue attese.
Il destino del mondo reale (per almeno due giorni alla settimana) e virtuale, è infine consegnato a destinazione.
La morale è edificante, in stile 1980s, se si vuole liberal & politically correct, ma in linea coerente con le linee narrative (comiche, love story, avventurosa, inseguimenti, detection) del film.
Ribellati, ma fai sempre la cosa giusta, ragazzo / ragazza: ricorda di conservare e custodire quel che di prezioso ti è stato consegnato e ti ha consentito di divenire Parzival e Artemis, ossia di realizzare il tuo sogno (americano).
Insomma, la prossima volta non votare Trump.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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