Into the Inferno – Dentro l’Inferno (2016) ***

“Into the Inferno” è un oggetto non identificato, potrebbe essere comodamente inserito nel grande insieme chiamato “fuorinorma” cinematografico. E’ di certo un documentario dedicato ai vulcani – dall’Australia all’Indonesia all’Etiopia, dalla Corea del Nord all’Islanda – ma via via diviene anche un trattato di antropologia applicata a singoli luoghi (esotici) che la troupe raggiunge. Ossia è anche un saggio scritto per mezzo di immagini in movimento.

“Dentro l’Inferno” è stato definito poetico da alcuni critici, ma agli occhi di qualcun altro (me compreso) potrebbe risultare anche emblematico della fragile condizione umana. La visione leopardiana della Natura quale matrigna indifferente è anche e soprattutto schiettamente herzoghiana, patrimonio del suo cinema (dalla fiction “Fitzcarraldo” al documentario gemello “Into the Abyss”). Quadro pessimista quanto basta per dar vita a un ritratto nudo dell’umanità, osservata quale effetto collaterale e trascurabile incidente di percorso di Gaia. L’uomo è infatti visto come una creatura che – consapevole anzichenò – cammina sull’orlo della propria estinzione, sempre imminente quanto difficilmente prevedibile. E proprio a causa dei vulcani, in passato, l’umanità (intera) ha rischiato di scomparire dalla faccia della Terra. Perfetto così.

Tra il molto altro, nel film emerge il forte legame con la montagna di fuoco che talvolta diviene vero culto religioso, anche, per dire, in Corea del Nord. Il legame intrecciato dalle singole comunità che vivono alle pendici del vulcano è un vincolo misto di rispetto e di timore (e di ignoranza) che trattiene questi uomini dal guadagnare la fuga per raggiungere con i loro cari luoghi ritenuti più sicuri, considerando la pericolosità e le potenzialità catastrofiche delle eruzioni. Eventi che, peraltro, ciclicamente tornano esigendo anche un tributo di vite umane.

Per concludere il maestro del cinema tedesco Werner Herzog (che già si era cimentato con il documentario sui vulcani “La soufrière” nel 1977) con la “scusa” dei vulcani miscela scienza, magia, statistiche, religione, ricerca, ignoranza e storia, offrendo una nuova piccola grande occasione per tentare di decrittare il rebus uomo.
Il documentario è presente nella library di Netflix.

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Tickled – L’impero del solletico (2016) ***

Tickled è uno strambo e convincente documentario d’inchiesta, già presentato al Sundance Film Festival nel 2016. E’ disponibile sulla piattaforma Netflix col titolo ammiccante L’impero del solletico.

Ok, ma che cosa c’entra il solletico?
In breve e senza spoiler: un annuncio circola sul web e invita giovani e giovanissimi candidati a partecipare a una gara di resistenza al solletico. La gara è organizzata da un ente chiamato Jane O’Brien Media, con sede negli Stati Uniti.
David Farrier, autore neozelandese interessato alla webcultura più bizzarra, decide di raccontare queste strane gare – anche sessualmente evocative – al proprio pubblico, senza pregiudizi con leggerezza e ironia. Inaspettatamente, dopo i primi contatti con la Jane O’Brien Media, riceve da questi una risposta offensiva, quanto gratuita e minacciosa. Farrier decide dunque di andare a fondo per tentare di risolvere il mistero e, allo stesso tempo, di documentarlo insieme al cameraman Dylan Reeve.

Il documentario accompagna passo passo lo spettatore nell’abisso inquietante di Internet, tra minacce e personaggi dall’identità oscura. Farrier svela un’organizzazione che nasce quando Internet diventa un fenomeno di massa, che nel tempo dà vita a un meccanismo efficace composto di ricatti e molestie nei confronti di vittime molto giovani, abbagliate da promesse e denaro. Consigliato.

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Wild Wild Country (2018) ***

La frontiera dei documentari a puntate prodotti da piattaforme quali Netflix propone titoli sempre più curiosi e stimolanti ed è in espansione. Da una parte non aiuta certo a disintossicarsi dalla dipendenza da prodotti audiovisivi seriali di finzione, d’altro canto interrompono il rischio di confondere personaggi qua e là interpretati dal sempre più stretto giro di interpreti che si incontrano nel sistema produttivo americano.
Tra queste docuseries si può annoverare Wild Wild Country che racconta l’avventura americana del guru indiano Bhagwan Shree Rajneesh, detto Osho (1931-1990), celebre non solo per i tormentoni e memi presenti nell’ambito del Facebook italiano, ma soprattutto per la caterva di pubblicazioni, le comuni e centri di meditazione a tutt’oggi sparse in giro per il mondo.

Il documentario, in particolare, racconta una fase della vita pubblica di Osho, ovvero la nascita di una comune statunitense ospitata in un ranch nell’Oregon. Da lì in poi inizia una storia nera, inaspettata forse, che fa dei seguaci post-hippy di Bhagwan una setta – armata per giunta – con ambizioni non solo indipendentiste, ma pure espansionistiche. La situazione precipita anche a causa della megalomania di alcune personalità vicine a Bhagwan, tra tutte Ma Anand Sheela, che presto divengono figure centrali della vicenda narrata.

Il documentario offre tra l’altro un’ottima speculazione sulla democrazia e sui rischi cui è esposta, ma che evidenzia luci e ombre distribuite equamente, sia nell’ambito della setta che nei risoluti e marziali ambienti governativi. Il focus della questione riguarda la possibilità concreta della scalata alle istituzioni della democrazia americana da parte di un gruppo di potere, ricchissimo, eccentrico e bizzarro, volutamente incompatibile con la realtà americana della provincia conservatrice, ma che conosce seguaci in tutto il mondo.
Questa vicenda ha contribuito a infragilire la percezione di sicurezza negli anni d’oro dell’amministrazione Reagan, impegnata sul fronte della guerra fredda ad coltivare viceversa un’immagine muscolare, obbligandola a reagire di conseguenza.
Molti buchi di sceneggiatura non oscurano il racconto, che punta a evidenziare la banalità e della ridicolaggine del male, supportata da una scelta oculata del found footage. La realtà della comune è fatta di persone che forse fuori da quel contesto irregimentato e gerarchico non avrebbero potuto osare tanto ( …niente spoiler).
E’ spiegato quanto basta per creare una crisi politica e sociale di dimensioni nazionali, facendo luce sull’attività occulta del potere governativo, tesa a difendere quelle stesse istituzioni. I metodi dei federali sono, as usual, discutibili e altrettanto inquietanti, ma si rendono necessari a impedire che la situazione degeneri nella violenza.

C’è da dire che di sette e scalata alla democrazia ce ne intendiamo anche qui da noi, intendo nell’Italia di oggi, dunque la visione di questo documentario può aiutare a comprendere meglio la nostra attualità: così è se vi pare.

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Ready Player One (2018) ***

E’ il 1983, Umberto Eco riflette sull’intertestualità nel cinema di Spielberg visto nella prospettiva del continuo dialogo con i testi e il mondo:

“Interessante, per un’analisi della nuova intertestualità e dialogismo dei media, è l’esempio di ET’, quando la creatura spaziale (invenzione di Spielberg) viene condotta in città durante lo Halloween e incontra un altro personaggio, mascherato da gnomo de ‘L’impero colpisce ancora’. ET ha un sobbalzo e cerca di buttarsi incontro allo gnomo per abbracciarlo, come se si trattasse di un vecchio amico. Qui lo spettatore deve conoscere molte cose: deve certo conoscere l’esistenza di un altro film (conoscenza intertestuale), ma deve anche sapere che entrambi i mostri sono stati progettati da Rambaldi, che i registi dei due film sono collegati per varie ragioni, non ultima quella che sono i due registi più fortunati del decennio, deve insomma possedere non solo una conoscenza dei testi ma anche una conoscenza del mondo ovvero delle circostanze esterne ai testi. Si badi bene che sia conoscenza dei testi che conoscenza del mondo altro non sono che due capitoli della conoscenza enciclopedica e che pertanto, in una certa misura, il testo fa riferimento sempre comunque allo stesso patrimonio culturale. Un fenomeno del genere era tipico un tempo di un’arte sperimentale che presupponeva un lettore modello culturalmente assai sofisticato. Il fatto che simili procedimenti diventino ora sempre più comuni all’universo dei media, ci induce ad alcune considerazioni: i media prendono in carico ‐ presupponendola – informazione già veicolata da altri media. Il testo ET «sa» che il pubblico ha appreso dai giornali o dalla televisione quali rapporti intercorrano tra Rambaldi, Lucas e Spielberg. I media sembrano, nel gioco delle citazioni extratestuali, far riferimento al mondo, ma in effetti fanno riferimento al contenuto di altri messaggi di altri media. La partita si gioca per così dire su di una intertestualità «allargata» rispetto alla quale la conoscenza del mondo (intesa in modo ingenuo come conoscenza derivata da una esperienza extra-testuale) è praticamente vanificata”.

A mio avviso è un’analisi che si presta benissimo a spiegare il fulcro attorno al quale ruota “Ready Player One”, film-monumento di un’epoca (intesa come anni Ottanta, ma in una prospettiva molto espansa e dai confini culturali assai labili) del passato che si fa distopia o forse una sorta di presente deformato, realtà dove il futuro è lo specchio fedele del passato, nella sua forma digitalmente e virtualmente evoluta.

In una possibile decostruzione analitica, RPO sembra essere la visione di uno sterminato mondo virtuale demiurgico ospitato nel mondo reale, infine messa in scena da un’ulteriore sovrastruttura demiurgica.

1) Spielberg ci accompagna dentro un mondo demiurgico che è il grande Game collettivo. Un’architettura di ispirazione filosofico-gnostica e biblica. L’ennesima evocazione del Grande Fratello orwelliano, ma che è anche doppia realtà dickiana, i mondi paralleli, fantasy (tra tutti, Tolkien) e disneyani, la comédie humaine – preadolescenziale – di Stephen King, i drammatici rapporti autore-personaggi di Pirandello, fino alla citazione di tutti i war games cinematografici (produzione sterminata), a Thron a Mad Max, Star Wars, Star Trek, Storia infinita, Goonies sino a Matrix, Avatar e i reprise serial-citazionisti di Black Mirror e di Stranger Things, Paperopoli e Topolinia incluse;

2) la vera posta in gioco è però il destino del mondo reale, che appare quale contenitore squallido per esseri umani ridotti allo stato larvale e proiettati altrove, in una second life popolata di desideri e frustrazioni in forma di avatar. L’incentivo è fuggire nel mondo effimero del gioco per mezzo del quale essere quel che (non) si è. Nel contempo la realtà (e la libertà) rischia di essere messa sotto scacco da un aspirante demiurgo a capo di una organizzazione gerarchica e minacciosa, ma che è di per sé poco credibile. Questo aspirante autocrate, per nulla colto, è mosso da ambizione che però non può permettersi (chissà chi si cela dietro a questo personaggio? Una mezza idea me la sono fatta);

3) Parallelo scorre il mondo dei testi e della conoscenza. Una library fatta di cultura pop e nerd, una religione che vive nel culto della personalità del vero creatore oggi defunto: il cinema, i videogames, i testi, la musica, i divi, le citazioni da cogliere tra le righe e interpretare nei numerosi easter egg disseminati qua e là. Un po’ come in una complessissima puntata citazionista dei Simpson, summa televisiva del post moderno che nasce alla fine – e sulle suggestioni culturali(ste) – degli anni Ottanta.

4) Il tutto è raccontato, formalizzato, visualizzato dalla messinscena, cioè dal film “di” Spielberg: una ulteriore sovrastruttura demiurgica, surrogato di surrogati della realtà.

L’autore-creatore nella finzione – così come il regista tra i più importanti di quel decennio idealizzato – lascia l’eredità a un possibile eletto, un po’ Luke Skywalker (vedi che fine fa la zia), un po’ messia dei suburbi, un po’ Harry Potter abile mago. Morendo il creatore del Game-universo diviene un luminoso dio presente e assente a un tempo, lasciando il proprio avatar a scandire le fasi delle fatiche iniziatiche, fatiche erculee ed enigmistiche, fisiche e mentali a un tempo. La sua creazione consta di un mondo apparentemente indecifrabile, spietato, e senza dubbio positivo, ma che viceversa è decifrabile, potenzialmente governabile e per questo rischia (ma mai per davvero) di cadere nelle mani sbagliate.
Un po’ come, ciclicamente, accade alla democrazia.

Il finale non riserva alcuna sorpresa, anzi gioca con lo spettatore e le sue attese.
Il destino del mondo reale (per almeno due giorni alla settimana) e virtuale, è infine consegnato a destinazione.
La morale è edificante, in stile 1980s, se si vuole liberal & politically correct, ma in linea coerente con le linee narrative (comiche, love story, avventurosa, inseguimenti, detection) del film.
Ribellati, ma fai sempre la cosa giusta, ragazzo / ragazza: ricorda di conservare e custodire quel che di prezioso ti è stato consegnato e ti ha consentito di divenire Parzival e Artemis, ossia di realizzare il tuo sogno (americano).
Insomma, la prossima volta non votare Trump.

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