Wonder Wheel (2017) ***½

Nonostante l’abbia visto qualche tempo fa al cinema (purtroppo doppiato malissimo), Wonder Wheel è stato travolto dalla cronaca – e più che alle denunce, siamo ancora al puro sputtanamento – che ha probabilmente chiuso la carriera cinematografica di Woody Allen, classe 1935. Film talmente schiacciato dalla pubblica lapidazione che ho dovuto lasciar passare un po’ di tempo. Ed eccoci qui: riflettendo siamo in presenza del sogno americano (o il suo fraintendimento) che diviene incubo, e che, guarda il caso, è anche il tema portante dell’ultimo film di Allen. Che forse ultimo lo è per davvero.
E’ un gran dolore oggi assistere alla pletora di attori e attrici che fanno a gara per seppellire anzitempo quello che fu ritenuto un genio, ma ora è l’emblema del maligno da ostracizzare: sciò. Una pratica da branco che ricorda i vecchi tempi del maccartismo: nemmeno un briciolo di garantismo è possibile per questi maramaldi solerti? A quanto pare, no.
Ma la Wonder Wheel, la ruota delle meraviglie e delle miserie, continua a girare, e lo fa per tutti, si sa.

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In fondo questo (gran) film – da recuperare in lingua originale – che cosa mette in scena? Mette in scena la caducità delle cose mondane e della fortuna che le governa. Ad esempio la paura. La paura di scoprirsi poveri illusi a metà della propria unica esistenza, la paura del fallimento e della scoperta della propria mediocrità, di essere già morti in vita cosa che fa ancor più della paura della morte stessa. La sindrome del relitto: sentirsi vecchi anzitempo, superati, umiliati dalla dirompente freschezza del nuovo che avanza (e che è inarrestabile, nonostante tutto). L’amore, infine, o meglio la natura volubile dell’amore, l’ambiguità delle parole amorose, del loro essere tutto e, un momento dopo, polvere al vento.
Insomma, questioni vivide che talvolta ci conducono a escogitare e commettere atti ignominiosi per ricevere – ancora per un preziosissimo instante – l’inimitabile luce dorata che emana l’oggetto del nostro desiderio.
Se poi quella luce la dirige (la crea, meglio) un maestro come Vittorio Storaro le cose tendono ad andare per il verso giusto.

L’America è un luogo dove tutto è sogno, tutto è incubo, dove tutto è reale e contraffatto a un tempo, proprio come un parco dei divertimenti. Come la temporanea illusione di salire su, e ancora su, in alto, quasi a toccare il cielo con un dito, grazie alla ruota delle meraviglie. Illudendosi che quella quota raggiunta grazie a una macchina, non contenga in sé il ritorno a terra. Che, nonostante tutto, potrebbe non essere un atterraggio morbido.

E poi c’è una strepitosa Kate Winslet e l’età che avanza: l’attrice si mette in gioco senza infingimenti, come altre grandi dive prima di lei, in tutto il suo maturo splendore. Winslet fa recitare il suo personaggio controllando ogni gesto: ella è un’attrice fallita che non a caso si cambia d’abito quando indossa una nuova maschera. Un abito che diviene costume di scena, nella sua casetta di legno, dentro all’artificio del Luna Park. Mentre calca quel legno – suo privato palcoscenico – teatro di frustrazioni autentiche, autentico abisso dell’anima, mette disperatamente in scena la menzogna, ancora una. Ma terribile e senza ritorno, nonostante i lustrini dell’abito troppo lussuoso per la miseria che la circonda e la pervade. Lustrini che non abbagliano più nessuno, né il marito, né l’amante, solo la propria illusione tragica, e forse nemmeno quella.
La recitazione di Wislet – di impianto teatrale, volutamente tale – riconduce al gioco delle parti, omaggio pirandelliano. Un personaggio disperato in cerca di un autore, in una dimensione parallela a quella della famiglia e di un figlio incendiario, di una figliastra incendiaria lei stessa suo malgrado, di un marito altrettanto illuso e di un amante illusionista provetto, che si prende la briga di raccontarci la vicenda, con distacco altrettanto sospetto.
A terra, assieme ai cadaveri reali, rimangono le frustrazioni di chi è stato abbandonato da se stesso e a se stesso più di una volta, ma che ancora una volta demanda ad altri il compito di togliere la propria dignità dal fango. Melma nella quale, con solerzia, si era cacciata da sé.
Grande film, grande Wislet, grande Storaro, grande Woody.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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