Babylon Berlin (2017) ***

Berlino, anni Venti. Rath, giovane commissario di polizia, tenta di risolvere un difficile caso che lo porta tra i meandri della metropoli tedesca.

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Il serial tedesco “Babylon Berlin” è insieme spy story, thriller, noir, giallo, mélo e musical.

L’opera magniloquente diretta da Tom Tykwer, regista tedesco più celebre della sua generazione (e non solo perché il numero di nomi che circola al di fuori della Germania è assai risicato), ha forse più difetti che pregi, ma i pregi si sommano al lodevole tentativo di raccontare la storia ambientata nel cuore dell’Europa della fine degli anni Venti, anni difficili e simbolicamente attuali. Quella messa in scena è una Berlino cupa e sordida che prelude all’avvento del nazismo. La fragile democrazia di Weimar è insidiata non solo dai seguaci di Hitler, ma anche dai comunisti, dal terrorismo, dalla violenza, con il supporto e l’invadenza dello spionaggio sovietico. Visto da questa angolazione assomiglia molto al periodo nel quale viviamo, elemento che ci riporta alla dimensione narrativa della metafora.

Parafrasando un modo dire questa Berlino decadente è una Parigi che non ce l’ha fatta. Se una è la Ville lumière, l’altra è la Ville obscure: formicaio inquinato su tutti i piani e che vediamo animata soprattutto di ombre, di una notte che non sembra mai finire. Diffusamente malsana, povera, sporca e irredimibile, ciononostante (anzi forse per questo) tutta la modernità è qui, un anticipo di qualche decennio sulle rivoluzioni del secondo Dopoguerra. Dalla liberalizzazione dei costumi, soprattutto sessuali, al divertimento disperato che si anima nei locali trasgressivi e alla moda. L’atmosfera marziale dell’ex capitale del kaiser – che pure tenta di riemergere – ha lasciato un po’ di posto alla nuova Babilonia, definizione che porta con sé un biblico giudizio morale, senz’appello. Babilonia è la città della corruzione, del piacere, della morbosità, della malattia, delle – cosiddette – deviazioni, Babilonia è il nome della grande prostituta demoniaca che emerge nell'”Apocalisse” di Giovanni. In una scena del film di Fritz Lang del 1927 “Metropolis”, la falsa Maria, robot che ha preso le sembianze umane, veste i panni della prostituta animando con un balletto erotico il  locale notturno. Ambiente che pare proprio lo storico Moka Efti berlinese, al centro anche di questo serial. Appaiono qua e là vedute che rimandano a “Berlino. Sinfonia di una grande città”, sempre del 1927, film diretto da Walter Ruttmann, altro convitato di pietra, o meglio di di celluloide.

Tra i difetti troviamo un certo qual compiacimento per la digressione (male comune di molte serie) che si somma alla pesantezza dei dialoghi, al numero di personaggi che via via si moltiplica.
Alcuni difetti possono diventare pregi, tra essi l’estetismo spinto, citazionista. Sembra di vivere nei quadri della Nuova Oggettività, la corrente artistica figurativa tedesca coeva (Dix, Grosz, tra altri) che esaspera la realtà alla ricerca dell’essenza del Male, che vessa la Germania post bellica. S’indugia sulle mostruosità del periodo, il sentore di morte, le droghe e le dipendenze: la puzza della decomposizione è costante e si riverbera nei molti cadaveri che accompagnano la vicenda, nel marciume, nei cascami orribili della Grande Guerra che si traducono in patologie che rendono precari i più deboli perciò corruttibili, se non corrotti. Tutti corrotti, buoni e cattivi (con i buoni mai veramente tali).
Il gravame teutonico si traduce dunque in barocco funereo – cioè molto più controriformista che bachiano -, e che il regista di “Lola corre” e di “Profumo” predilige, assieme a un pacchiano gusto paraletterario che accompagna i dialoghi e la messinscena, e che lo unisce alle sue frequentazioni delle sorelle Lana e Lilly Wachowski, le autrici di “Matrix” e dei due sequel (1999 e 2003), sul cui immaginario – che deriva dall’opera di George Orwell e da Philip Dick – (banalizzando: noi viviamo in una doppia realtà) il serial BB è in sostanza legato.
Il ruolo della musica – molto spinto e ben poco filologico, a parte le citazioni dall’opera di Kurt Weill – è legato alla presenza divistica di Bryan Ferry, il quale appare in qualità di crooner del locale citato.

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La recitazione è in genere controllata, talvolta sottotono, mai veramente eccelsa, ma funzionale a un racconto complesso e spezzato. Anche il musical non diviene mai tale, gli attori-ballerini si trasformano da cadaveri ad acrobati, soprattutto nella prima parte della stagione. E’ una scelta originale, tra le tante, ma non priva di ingenuità e di estensione delle performance canore oltremisura (con uno stereotipo lynchiano evocato, ma senza la capacità di rendere l’amalgama perfetta, tra momento musicale e non musicale) o quelle danzanti che riportano a una omologa infinita sequenza di “Matrix” (il ballo tribale dei ribelli di Zion). Troppi i colpi di scena, troppe le forzature eppure coerenti con una produzione che tenta molteplici innesti tra generi diversi. La filologia non è il fine ultimo del serial, che ha ambizioni da kolossal, ma che è smaccatamente, consapevolmente, felicemente fuori tempo storico; oltreché kitsch, inverosimile, stucchevole, satollo, naif, talmente tanto da risultare un ibrido affascinante e a suo modo innovativo.

Zu Asche, Zu Staub.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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