Serial Tweet 2018 [aggiornamento: 5 febbraio]

Serial visti (e intravisti)
(2008-2018)

Legenda:
Vos = Visione in versione originale sottotitolata
Vd   = Visione in versione doppiata
S!     = Attenzione, contiene spoiler!
+      = Elemento positivo (uno o più)
–      = Elemento negativo (uno o più)
KO  = Stagione ed episodio dell’abbandono, momentaneo o definitivo
In blu = Aggiornamenti.

***

American Horror Story (dal 2011). Stagioni: 7+. Vos.
Serie antologica dedicata a storie dell’orrore ideata e diretta da Ryan Murphy e Brad Falchuk. Qui recensioni più articolate:
https://cinex.wordpress.com/2017/11/06/american-horror-story-i-e-ii-stagione/
1. American Horror Story I: Murder House (2011). Voto: 6/10
Los Angeles. Una casa infestata dal Male attira malcapitati che poi uccide condannandoli al limbo eterno. La prima stagione è costruita attorno alla presenza carismatica di Jessica Lange, che con la sua interpretazione illumina un soggetto che, nonostante le premesse, diviene via via piuttosto deludente. Estetizzante in modo dichiarato, la stagione sconta qualche personaggio di troppo, irrisolto o pretestuoso: dopo un viluppo di tensione (epp. 1-10), il plot pare perdere mordente sino a un epilogo superfluo, se non giustapposto.
2. American Horror Story II: Asylum (2012-2013). Voto: 8/10
L’idea di omaggiare gran parte dei sottogeneri, caratteri e stili dell’horror, non basta a salvare fino in fondo un comunque buon prodotto di maniera dal punto di vista formale. Nonostante vistosi buchi di sceneggiatura. A un certo punto gigioneggia anche Jessica Lange, purtroppo, che pare vittima di un personaggio scontato e povero di sfumature. In breve: quando si esce dal manicomio ci si perde e a voler dare troppe spiegazioni, si sfianca anche lo spettatore più fanatico. Come direbbe Suor Jude: peccato.
Stagioni: 3-7: coming soon.

Babylon Berlin (dal 2017). Stagioni: 2+. Vos. Voto: 8/10
Berlino, anni Venti. Rath, giovane commissario di polizia, tenta di risolvere un difficile caso che lo porta tra i meandri della metropoli tedesca. Il serial tedesco è insieme spy story, thriller, noir, giallo, mélo e musical. Opera magniloquente, ha forse più difetti che pregi, ma questi ultimi si sommano al lodevole tentativo di raccontare la storia ambientata in una Berlino cupa e sordida che prelude all’avvento del nazismo. La fragile democrazia di Weimar è insidiata non solo dai seguaci di Hitler, ma anche dai comunisti, dal terrorismo, dalla violenza, con il supporto e l’invadenza dello spionaggio sovietico. Visto da questa angolazione assomiglia molto al periodo nel quale viviamo, elemento che ci riporta alla dimensione narrativa della metafora.
Qui la versione estesa della recensione: https://cinex.wordpress.com/2018/01/16/babylon-berlin-2017/

Better Call Saul (dal 2015). Stagioni: 3+. Voto 10/10. Vos.
Spin-off di Breaking Bad. Ok, siamo seri: è assai riduttivo definirlo in questo modo, proprio perché BcS è tra le migliori produzioni di finzione in circolazione.
Così come fu per il serial originario, centrale pare essere ancora una volta il male di vivere dei perdenti di successo, simile a quel che abbiamo visto gravitare attorno alle vicende professionali di Mr. White e Pinkman. Come questi ultimi, anche il futuro Saul Goodman gioca d’azzardo con gli affetti più intimi, illuso di poter controllare ogni evento collaterale o imprevisto.
Simile anche è l’ottica di chi, per poter percorrere la strada più breve atta a raggiungere un miraggio di successo, venderebbe l’anima. Già sappiamo che il nostro eroe è destinato a svenderla, addirittura (fino a perdere la propria identità).
Chi ha visto BB sa chi sarà Saul in futuro. Ora stiamo cercando di capire chi è stato nel passato, ma non solo: forse stiamo capendo chi sia in realtà.
La terza stagione presenta evidenti segni di stanchezza, sopratutto negli ultimi episodi, lungaggini che paiono dilatare il racconto con finalità atte a servire più l’aspetto produttivo che la metamorfosi di Saul. Il finale di stagione è peraltro molto simile a quello della precedente.
+= soggetto, sceneggiatura, regia, fotografia, personaggi, dialoghi, interpreti;
-= niente di così evidente.

Black Mirror (dal 2011). Serie TV. Stagioni: 4+. Vos.
Prima stagione (2011):
1. Messaggio al primo ministro. Voto 10/10. I confini tra politica e arte sono molto labili, a scoprirlo personalmente è il primo ministro del Regno Unito. Esordio notevole della serie, difficilmente eguagliabile.
2. 15 milioni di celebrità. Voto 6/10. I sommersi e i salvati del Reality (Freak) Show, tritacarne mediatico cui il pubblico (che vive in box ipermedializzati, ma come polli di allevamento) contribuisce fornendo vittime e carnefici. Ambientazione distopica affascinante (tipica inglese), ma dall’epilogo deludente e scontato.
3. Ricordi pericolosi. Voto 8/10. Molto bello, mi ha ricordato un episodio della serie televisiva Il brivido dell’imprevisto (Tales of the Unexpected, 1979-1988), brevi film presentati da Roald Dahl.
Seconda stagione (2013):
1. Torna da me. Voto 5/10. Si può riportare in vita il compagno defunto, grazie alla memoria telematica e a un apposito kit? Presupposti affascinanti, realizzazione notevole, ma esiti deludenti e scontati, purtroppo.
2. Orso bianco. Voto 3/10. Banale variazione sul tema di 15 milioni di celebrità. La forca mediatica (non era una novità nemmeno nel 2013) si nutre del voyeurismo dello spettatore/cittadino cinico, armato di cellulare e che non riconosce se stesso nel Caino di turno, salvo diventarlo egli stesso, per sete di una presunta giustizia.
3. Vota Waldo. Voto 5/10. L’idea di base, ossia una riflessione sulla fragilità della democrazia e l’incombenza di un fascismo telecratico ancorché sottoforma di orsetto digitale, non è certo nuova ma è sempre attuale. Lo svolgimento tende a incartarsi tra i rovelli del protagonista, sempre più scisso tra personaggio fittizio (Waldo) e i propri dubbi di natura morale. Dopo un preambolo brillante, subentra lo “spiegone” moralista (oltre a qualche buco di sceneggiatura). Cifra che pare essere un marchio distintivo della serie. Possiamo serenamente ammettere che la tesi supportata da “BM”, che si fonda sull’idea che ‘un popolo inebetito dai medium è pronto per la dittatura’, sia stata ampiamente squadernata.
4. Bianco NataleEpisodio speciale (2014). Voto 7/10. Il film migliore della stagione intreccia tre racconti distinti approfittando della durata espansa. Si confermano le tematiche basilari della serie legate non tanto ai vantaggi della società telematica, quanto agli abusi, alle aberrazioni, al senso di schiavitù che essa comporterebbe in assenza di garanzie e diritti. Non si esce dagli stereotipi, nonostante stavolta si accolga una critica al giustizialismo. Purtroppo la demagogia pare essere condizione irrinunciabile dell’intera operazione “BM”. Positiva è la costruzione della trama (la cornice accoglie un paio di digressioni), inoltre la tensione è palpabile e l’effetto sorpresa non è così scontato come in altri casi.
Terza stagione (2016):
1. Caduta libera. Voto 2/10. Di nuovo si parla di stereotipi sulla schiavitù digitale figlia di un mondo ipocrita, senza problematizzarli. L’epilogo che invita a tornare sé stessi più che da urla liberatorie, è da sbadigli, così come le simbologie carcerarie vs. presunta libertà. Caduta libera moralista.
2. Giochi pericolosi. Voto 2/10. Esercizio di stile scontato e prevedibile. Questa volta sotto accusa è la realtà aumentata e tutto quel che comporta sulla psiche umana – se utilizzata in modo cinico e disinvolto -. Qualche concessione all’orrorifico. Il cinema di Nolan, sull’argomento relatività, spazio/tempo, immaginazione, paura, memoria ha fatto di meglio.
3. Zitto e balla. Voto 7/10. L’episodio è salvato dall’interpretazione degli attori. Nonostante vi non sia nulla di nuovo sotto il cielo, il gioco di svelamento regge sino alla fine.
4. San Junipero. Voto 10/10. I ruggenti anni Ottanta fanno da sfondo a una riflessione sullo scarto tra realtà e realtà virtuale – sogno e incubo, vita e morte, vita oltre la morte – sostenuta da sceneggiatura e personaggi complessi, finalmente. Tra i migliori e godibili della serie. Merito sicuro delle interpreti e dei dettagli di regia (fotografia, montaggio), ben al di sopra della media di “BM”. Si può riconoscere ben più di qualche debito con il film di J. Cameron Avatar (2009).
5. Gli uomini e il fuoco. Voto 4/10. La prima parte del film cattura l’attenzione dello spettatore con un lento ed efficace svelamento (ormai un tratto distintivo del serial). Via via lo spettatore matura indizi che lo portano a scoprire il gioco nascosto. In quel preciso momento la sceneggiatura si perde, delude, annoia.
6. Odio universale. Voto: 6/10. Gran finale di stagione, o meglio finale lungo, per un episodio che ricorda molto Messaggio al primo ministro. Non privo di fascino, ma manierista, perciò prevedibile. Il problema è che la tensione si mantiene bene sino a quando l’incognita non viene svelata, dopodiché la sceneggiatura procede per circonvoluzioni e lascia al “finalino”, già sui titoli di coda, un ultimo colpo di scena (che non è in effetti tale, ma pare tanto un cliffhanger). Non manca il temibile doppio messaggio moralista. Messaggio legato da un lato all’uomo che gioca a fare Dio (la creazione delle api artificiali, protesi per mantenere in piedi il sistema-mondo), dall’altro l’accusa al pestilenziale – quanto mai vero – mondo parallelo + macchina del fango denigratorio dei social network, culla di sentimenti forcaioli collettivi. Tesi di per sé stimolante, ma che non porta a granché.
Quarta stagione (2017):
1. USS Callister. Voto 9/10. Nuovo omaggio ad Avatar e non solo all’ovvio Star Trek. Episodio godibile e che rimanda ad altri film della serie passati, innanzitutto alla digressione con protagonista Oona Chaplin in Bianco Natale e a San Junipero. Qui l’impianto gnostico – la doppia creazione demiurgica – è ben curato e godibile dall’inizio alla fine. Il messaggio moralista rimane sullo sfondo per dare spazio allo Spazio, anzi agli universi virtuali (e a una sana vendetta nei confronti di un piccolo dittatore frustrato).
2. Arkangel. Voto 10/10. Episodio diretto da Jodie Foster. Una lettura stimolante dedicata al libero arbitrio (e alla responsabilità genitoriale). Il tema è alquanto difficile e a rischio retorico, altresì
 viene gestito ottimamente dagli sceneggiatori. Il piccolo apologo morale si concentra sulla libertà di ogni essere umano e il suo senso profondo al di là del bene e del male, contro ogni controllo demiurgico. Anche se quest’ultimo sorge dalla volontà di salvaguardare il bene della propria, unica, figlia, è viceversa sintomo di patologia.
3. Crocodile. Voto 7/10. Buono l’intreccio e la gestione dei fatti che portano i personaggi principali – due donne che non si conoscono – a incontrarsi. Il marchingegno al centro dell’episodio questa volta riesce a carpire e riprodurre su un visore portatile i ricordi umani. Il processo è possibile per mezzo di un sensore-chip da applicare sulle tempie del testimone (chip che ormai è divenuto un oggetto canonico della serie, nonostante alcune peculiarità, cfr. San Junipero e altri). Ingenua, nel complesso, è la trama, ossia niente di nuovo. Il plot pare ispirarsi a Hitchcock nella costruzione della narrazione: l’indagine da parte dell’assicuratrice genera nello spettatore onniscente la percezione del thrilling altrimenti inesistente, e si riattiva dopo l’uscita di scena di quest’ultima, quando i cadaveri sembrano essere occultati con successo dal killer.  Ma sul finale che vorrebbe essere a sorpresa, si affastellano troppi elementi assieme, quasi a voler aggravare la posizione di per se stessa già grave dell’assassino, nel frattempo divenuto seriale. Questa volta il progresso (= marchingegno) aiuta la giustizia a emergere, ma è anche la concausa della morte di alcuni innocenti.
4. Hang the DJ. Voto 7/10. Niente di nuovo sotto il sole, ma l’episodio è accurato nei dettagli e con protagonisti in gran forma. Il titolo riprende un verso dalla canzone Panic (The Smiths) e rivela una volta di più che la serie si occupa di mondi virtuali governati da algoritmi, presso i quali gli avatar, che sentono e vivono indipendentemente dalla matrice, si muovono e fanno esperienza sotto tutela. Insomma ancora un apologo morale su un mondo governato e schiavizzato da un demiurgo ignoto (DJ) fin nelle scelte più intime, ma non troppo distante dal nostro. Nonostante la ripetitività della serie, in questo caso la qualità formale è notevole e l’epilogo è (finalmente) ambiguo, quella dei due innamorati non è stata una vera ribellione.
5. Metalhead. Voto generale 5/10. Voto sulla tensione che riesce a mantenere: 10/10. Fantascienza apocalittica in bianco e nero. Da quel poco che si può dedurre è impossibile sopravvivere in un mondo governato da macchine simili a insetti con qualità di segugio. Finale wannabe.
6. Black Museum. Voto: 3/10. L’ultimo episodio è una sorta di racconto dei racconti, molto scarso, velleitario. Pare un patchwork di soggetti abortiti. 

Boris (2007-2010). Stagioni: 3. Voto 7/10
La prima e la seconda stagione (Voto: 8/10) hanno avuto senz’altro il merito catartico di svelare che il re del soap opera italiane è nudo. Non una grande scoperta di per sé, ma è il motivo del successo della prima serie comica italiana che vuole rappresentare un nuovo corso di qualità rispetto al passato. Nonostante un sostrato moralistico e giudicante rileva le miserie del deprimente mondo della produzione audiovisiva romana, il cast è all’altezza della prova, la regia gioca con la metarappresentazione, l’uso della musica in modo strumentale alla narrazione sostituisce le risate registrate delle sit-com americane, ma alla lunga è ridondante. L’ingresso di Corrado Guzzanti  nella seconda stagione, dopo un primo momento felice, non salva il percorso di involuzione già annunciato, nonostante momenti di grande comicità, il linguaggio volgare e il vernacolo romanesco che si vorrebbero ridicolizzare arrivano a livelli parossistici sino alla inevitabile tormentone. Il personaggio di Biascica (affine ai precedenti televisivi interpretati da Marco Mazzocca: un coatto in fondo fragile che indossa una maschera da energumeno) in cura dalla psicanalista regala i momenti migliori e memorabili. Nella terza stagione (Voto: 6/10) si risente una qual militanza politica riflesso della crisi in atto nel Paese. Una posa che nuoce al serial e lo appesantisce attorno alla digressione mélo (la storia tra Alessandro e Arianna) e una generale stanchezza che porta a continui colpi di scena che non sono mai tali e a ripetizioni.

Breaking Bad (2008-2013). Stagioni: 5. Voto 11/10. Vos.
La pietra di paragone per eccellenza.
Vanta numerosi tentativi di imitazione e uno Spin-off di livello.
Da rivedere (e rivedere).

The Bridge (2013-2014). Stagioni: 2. Voto 3/10 (= st.1). Vos.
Remake da una produzione TV scandinava. La prima stagione è caratterizzata da una sceneggiatura didascalica, affossata da personaggi piatti, prevedibili e stereotipati.
Il vilain di turno è l’uomo con meno carisma che si sia mai visto ai confini col Messico, territorio assai battuto dai serial statunitensi.
+ = Diane Kruger.
– = recitazione di Diane Kruger.
KO = I stagione: 13 e ultimo episodio.

I Borgia (2011-2013). Stagioni: 3 (serie rimasta incompiuta). Voto 6/10 (= st. 1). Vd.
Ho visto solo la prima stagione di tre, pur non essendo appassionato di polpettoni in costume e affini, mi sembrava degna di nota, nonostante le imperfezioni e le inesattezze storiografiche (ma per quelle c’è la saggistica).
+ = Jeremy Irons e qualche altro interprete notevole;
– = lentezza tipica del genere di ambientazione storica.

The Crown (dal 2016). Stagioni: 2+. Voto 10/10. Vos. S!
Tra le migliori produzioni britanniche degli ultimi anni, The Crown racconta la leggenda vivente di nome Elisabetta II, donna imperscrutabile, presenza discreta e costante, forza tranquilla, ma forza. Il serial ne fa emergere alcune sfaccettature, non senza risvolti umanissimi e irriverenti, inimmaginabili (se non impossibili da mettere in scena) fino a qualche anno fa. La vita privata e la privazione dell’intimità, tra le ombre della servitù che li governa, li veste, li sveste, li controlla. Il regolamento della quotidianità è rigido, tanto quanto il protocollo ufficiale seguito passo passo dai potentissimi segretari (veri registi della monarchia, spesso senza scrupoli nell’utilizzare espedienti e atteggiamenti manipolatori).
Elisabetta incarna una storia antica in attesa di essere travolta. La regina, poco più che trentenne, si misura con la propria ignoranza, un senso di inadeguatezza sempre presente, i fantasmi del passato incarnati dallo zio David/Edoardo VIII, sorta di suo doppio e – utile – cartina di tornasole. La donna si salva talvolta in extremis grazie al proprio fiuto innato che la aiuta a non commettere troppi errori. La regina senza età appartiene al proprio passato, nata per essere monarca di un impero ben oltre la sua decadenza. Enigma vivente, ma sfinge ordinaria pervasa di una femminilità standardizzata e priva(ta) di sensualità.
Tra le righe del serial non si percepisce (ancora) il rischio di santificazione, tantomeno di demonizzazione, gli sceneggiatori fanno i conti con un mito eternizzato e quotidiano che resiste al peso degli anni, della secolarizzazione, della modernizzazione, della corruzione e dei cambiamenti di costume.
Quando tutto pare minacciare la corona, sempre prossima alla capitolazione, in un istante Elisabetta riemerge dalle acque scure che la stavano inghiottendo, ridando vita a un eterno ritorno all’uguale originario, ossia una serializzazione del potere monarchico, scoglio sicuro nel mezzo della tempesta.

La prima stagione è frutto di un lavoro di grande selezione e misura, mentre la seconda stagione risente di qualche lungaggine di troppo, ma i didascalismi non ne alterano il senso profondo. Alcuni personaggi sono ben tratteggiati grazie alle interpretazioni di rango (a Churchill è dedicato un ritratto notevole, luci e ombre che si addicono a un uomo contraddittorio che ha fatto la storia da protagonista), tra gli altri emerge un Filippo inedito, principe consorte meno stereotipato del suo consueto ritratto scandalistico.
+= soggetto, sceneggiatura, regia, fotografia, personaggi, dialoghi, interpreti;
-= niente di così evidente.

The End of This F***ing World. Voto 8/10. Road movie che vede protagonista una coppia di adolescenti confusi che, nel giro di poche ore, si trovano a dover sostenere insieme e separati prove immani e terribili. Essere chi/che cosa? è il dilemma di due fuggiaschi sbandati in cerca di un modello da seguire che non hanno, dato che i genitori si dimostrano infantili, egoisti. spaventati, deboli, esautorati o inutili. Il serial composto da episodi di 20 minuti è un romanzo di formazione estremo che si giova di un cast di grande caratura a partire dai due protagonisti (il ragazzo è già apparso nell’episodio Zitto e balla di BM). Qualche invenzione registica e di montaggio valorizza il continuo flusso di pensieri, parole, azioni rendendo conto di un quadro complesso ma non banale. Nonostante la fuga disperata di una coppia di giovani non sia una novità in ambito cinematografico (pensiamo a Malick). La messinscena è cruda e ironica, riporta la narrazione dritta nei binari di un grottesco fatalista e molto british. La metafora dell’inferno interiore di due ragazzi disorientati, vittime di abbandono e di un giudizio autoinflitto è ben descritta. Tutti i personaggi hanno qualcosa da nascondere, un segreto più o meno orribile da tutelare. Epilogo scontato, molto al di sotto del livello del serial (se come sembra non è previsto un sequel).

Fargo (dal 2014). Stagioni: 3+. Vos. S! 
Spin-off dell’omonimo film (1996) dei fratelli Coen.
Le prime due stagioni Voto: 9/10. Il serial è esponente di quel che si potrebbe definire realismo fantastico, chi conosce la filmografia dei due fratelli sa che tra le pieghe dello spazio e del tempo può intrufolarsi anche qualche evento ultraterreno, misterioso, senza troppi complimenti. E così accade pure in questa serie, che racconta strane storie accadute nell’Upper Midwest americano, in decenni diversi, e che gravitano attorno alla famiglia di un vice sceriffo e, qualche anno più tardi, della figlia, anch’ella poliziotta.
La terza stagione (7/10) è incentrata sul tema del doppio, storie di sangue e violenza ambientate nella provincia gelida americana. Ritorna, in particolare, un personaggio per filare la trama che collega tra loro le tre stagioni. Il bene, il male, il soprannaturale e noi. A distanza di tempo, non pare all’altezza delle due stagioni precedenti.
+= soggetto, sceneggiatura, regia, fotografia, personaggi, dialoghi, interpreti;
-= terza stagione in flessione rispetto alle precedenti.

Feud (dal 2017). Stagioni: 1. Voto 10/10. Vos.
Serie TV antologica in otto episodi, “Feud” è tra i prodotti seriali più sorprendenti e appaganti in circolazione. Racconta la faida, questa la traduzione letterale del titolo, tra due attrici nate all’inizio del Novecento e divenute nell’arco di una lunga carriera veri e propri miti viventi. Capolavoro.
Ne scrivo più compiutamente qui: https://cinex.wordpress.com/2017/10/02/feud-2017/

+= soggetto, sceneggiatura, regia, fotografia, personaggi, dialoghi, interpreti.

The Get Down (dal 2016). Stagioni: 1. Voto 9/10. Vos.
Luhrmann, Shakespeare, Bronx-NY & la nascita del Hip Hop.
Un voto sulla fiducia per un serial-musical molto ben curato e ricco, che ha appena spiegato le ali, ma ha già dimostrato di saper volare (che poesia).
Per appassionati del genere, eh.
Seconda (e ultima) stagione = la vedrò prossimamente.
+ = grandi potenzialità.

Gomorra – La serie (dal 2014). Stagioni: 3+. Voto 10/10. S!
Le faide della camorra di Scampia, cruda messinscena della lotta per il potere (droga e soldi): sullo sfondo l’Orestiade.
La terza stagione è in controtendenza rispetto alla decadenza generale e a una flessione che generalmente interviene nei serial di lungo corso. Gomorra conferma la grande cura nei confronti dei personaggi e delle ambientazioni sfrondandoli dall’ordinario. Il vero rischio per i criminali attorno ai quali ruota la vicenda non è rappresentato dallo Stato – che dovrebbe intervenire, mettere ordine, punire, viceversa rimane sullo sfondo – ma molto spesso dalla propria mossa sbagliata.
+ = ancora grandi potenzialità.

House of Cards (dal 2013). Stagioni: 5+. Voto 5/10. Vos. S!
I due protagonisti sono il punto di forza assoluto di un serial che apre lo stargate per condurre il pubblico in una dimensione parallela alla nostra.
Tra gli elementi caratteristici il celebre camera-look confidenziale di Frank (e, dall’ultimo episodio della IV stagione, anche di Claire) rivolto al suo spettatore onniscente, nonché il fascino magnetico della moglie, altrettanto spietata, i quali contribuiscono a svelare il lato oscuro e sozzo di sangue del Palazzo che governa la superpotenza statunitense.
La serie vive in continuo dialogo con fatti reali (ad esempio anche lì, siamo in campagna elettorale per le presidenziali).
La quarta stagione è molto fiacca, ma si riprende nell’epilogo promettendo una svolta, annunciata anche dall’uscita del progetto dell’ideatore Beau Willimon.
La quinta stagione naviga a vista, senza idee e con qualche caduta rovinosa nell’involontariamente comico. Senza speranza di ripresa. Qui qualche riflessione (Trump compreso) in più: https://cinex.wordpress.com/2017/07/12/house-of-cards-quinta-stagione-2017/
+= soggetto, sceneggiatura, dialoghi, protagonisti, personaggi secondari, interpretazione; – = durante le ultime due stagioni si subisce un’eccessiva dilatazione dei tempi narrativi (vera noia).

The Man in the High Castle (dal 2015). Stagioni: 2+. Voto 10/10. Vos.
Da Philip Dick, tra le migliori produzioni (Amazon) seriali in circolazione. E’ in lavorazione la terza stagione.
– = recitazione non sempre all’altezza.

The Night of – Cos’è successo quella notte? 2016. Stagioni: 1. Voto 2/10. Vos.
Gran cast e atmosfere cinematografiche di lusso sprecate per una miniserie pretenziosa e, infine, deludente.

I Medici (dal 2016). Voto 1/10. Vd.
Il pesce puzza dalla testa cioè, in questo caso, dal primo episodio. Si tratta di un polpettone pieno di figaccioni in abiti quattrocenteschi che abbaiano forte-forte, solo come i cani rabbiosi sanno fare. Dustin Hoffman è pettinato come Achille Bonito Oliva.
+/- = nient’altro da dichiarare.
KO = I episodio.

Mr. Robot
(dal 2015). Stagioni: 2+. Voto 4/10 (= st.1). Vos.
Complottismo e conformismo a buon mercato sono intrecciati indissolubilmente allo stereotipo di genio & sregolatezza proprio del protagonista.
Il serial ben presto annaspa nelle atmosfere rarefatte, sempre in bilico tra trip, incubo e realtà dove non sai mai che cosa accada e a chi, o viceversa che cosa sia frutto dell’immaginazione del personaggio principale.
Nel mezzo, random, appaiono o si evocano tantissime cose per hacker e informatici che ammorbano a morte chi specialista non è.
Lungo il serial si assiste a una concentrazione spaventosa di attori cani, mentre la narrazione, dopo un esordio interessante, si perde, sino al tracollo finale.
E’ pronta la seconda stagione, che non mi avrà.
+ = primi tre episodi;
– = recitazione, personaggi, dialoghi, sceneggiatura, regia.
KO = I stagione: 10 e ultimo episodio.

Narcos (dal 2015). Stagioni: 3+. Voto 9/10. Vos.
Il serial su Pablo Escobar e il cartello di Medellin si è rivelato una vera e propria droga che dà assuefazione puntata dopo puntata (questa analogia mi è venuta così).
Certo è che il primo episodio della stagione d’esordio non preannuncia quel che maturerà in seguito.
La criminalità legata a stupefacenti, denaro, soldi, potere, latitanza e affetti familiari è un insieme che continua a dar soddisfazioni nell’ambito dei serial statunitensi (vedi Breaking Bad).
La terza stagione (9/10) dedicata al Cartello di Cali è stata sorprendente per due motivi, almeno: per aver mantenuto una qualità narrativa che altri serial longevi se la scordano; per aver superato il confronto con il precedente divistico di Pablo Escobar. Anzi ne ha evidenziato gigionismo ed eccessi. Il serial corale gestisce bene la caterva di personaggi perciò la tensione perdura sino alla mattanza finale, complici anche le – inquietanti – vicende reali cui il serial si ispira. Prossima tappa: Messico. (Ma una domanda rimane in sospeso: che fine ha fatto Judi Moncada?)
+ = recitazione del protagonista, sceneggiatura;
– = qualche orpello melodrammatico di troppo nella seconda st., ma in sé trascurabile (ad avercene).

Pablo Escobar. El patron del mal (2012). Stagioni: 1+. Voto n.c. Vos.
Ci ho provato. Ho provato a guardarlo dopo la fine di Narcos, ma mi è venuta la tristezza incolmabile, di quella che se non stai attento piangi forte.
Inoltre – deterrente – è un monumento biografico in ben 74 episodi.
Sin dalle prime battute si capisce che è più attendibile sul piano storico del serial USA. Anzi, la figura del patron emerge ancora più spaventosa nella sua goffaggine e nel suo essere così insostenibilmente ordinaria e anonima. Ma non basta.
Non posso esprimere alcun voto.
KO: IV episodio.

Les revenants (dal 2012). Stagioni: 2. Voto 3/10 (= st.1). Vos. S!
L’idea di partenza è affascinante, ma bastano tre episodi della prima stagione per capire che gli autori si sarebbero ben presto incartati da soli e rifugiati nel facile finale aperto, stracolmo di mistero misterioso nonché paraculo.
+ = idea di base;
-= sviluppo deludente.
KO = II stagione: 1 episodio.

Sens8 (dal 2015). Stagioni 2+. 8/10. Vos.
Di Lana e Lilly Wachowski (Matrix). Sulla fiducia.
Attenzione: la prima stagione è un lunghissimo episodio pilota.
Seconda stagione = la vedrò prossimamente.
+ = idea di base, personaggi, regia, fotografia;
– = dilatazioni narrative a tratti insostenibili e pretestuose.

Strange Things (dal 2016). Stagioni: 2+. Vos. S!
Prima stagione: 7/10. Il rischio di un’operazione nostalgia e del filologicamente corretto a ogni costo non è stato scongiurato. Anzi, il citazionismo maniacale rivolto alla filmografia cult 80’s, negli ultimi episodi ha nuociuto fin troppo. Ciononostante la sceneggiatura regge bene creando livelli di dipendenza molto alti.
Ma il cliffhanger finale preannuncia questioni ben peggiori, ovvero: è prevista una seconda stagione.
Seconda stagione: 3/10. Come era ampiamente prevedibile la seconda stagione ha mantenuto le promesse di fallimento annunciate. Sceneggiatura abbozzata, brodo allungato, personaggi inconsistenti, inutili nuovi ingressi, fumo negli occhi, nonostante tutto non sembrano desistere, il non finale lascia presagire il peggio, ovvero una terza stagione. Operazione sempre più velleitaria. 
-: autocompiacimento nerd.

Taboo (dal 2017). Stagioni: 1. Voto 4/10. Vos. S!
Serie divistica che ruota attorno alla figura carismatica (o presunta tale) di Tom Hardy, sex symbol conclamato. Le promesse sono rimaste sulla carta, ma la presenza di Ridley Scott tra i produttori è – almeno negli ultimi anni – troppo spesso spia di paccottiglia e grand guignol a buon mercato, puntualmente garantiti.

Otto episodi di un polpettone in costume ambientato agli inizi dell’Ottocento con concessioni alla moda attuale. La storia sfilacciata è insulsa come poche (per carità: è ancora aperta, si preannuncia una seconda stagione), sfugge il senso del titolo (sì c’è un quasi incesto, ma oggidì che sarà mai…). Il tutto nonostante il gran cast, sprecatissimo, Jonathan Price in testa. Si sperava che almeno l’ultimo episodio si risolvesse in un qualche vitale colpo di coda. Ebbene, no.
Tom Hardy nemmeno recita, ma probabilmente nessuno gliel’ha chiesto.
Improbabili citazioni dal divin Marchese De Sade.
Da evitare con cura.

Il Trono di Spade – Game of Thrones (dal 2011). Stagioni: 7+. Voto 7/10. Vos. S!
Gran minestrone Fantasy riuscito, nonostante qualche smagliatura (sempre più evidente nelle stagioni più recenti) e ripetizione. Shakespeare un tanto al kg. Particolarmente spietato, non manca di tirare fendenti brucianti ogni mezza paginetta a un pubblico masochista, peraltro ormai affetto dalla sindrome di Stoccolma.
Il serial è di conseguenza una salsa composta da Grand Guignol, violenza, sesso & potere nella quale sguazzano draghi, presunti nobili, streghe, fenomeni e cristirisorti.
Il tutto accade mentre dal Nord selvaggio incombe l’Inverno, minaccia colossale e pressoché ignota che terrorizza gli abitanti al di qua del periclitante vallo difensivo.
GoT è un raro caso di “cinéroman” che – almeno nella sesta stagione – anticipa addirittura il feuilleton (in sostanza: o perché lo scrittore non riesce a star dietro alla produzione audiovisiva, o perché è un cazzone di suo, non ho ben capito).
Arrivati alla VII stagione si sente il peso del tempo che passa – spesso invano -, così come si sa che il colpaccio di scena, occorso già al termine della prima stagione, deve riecheggiare in tutte le successive. Di volta in volta si tratta di indovinare di chi sarà l’illustre cadavere a occupare l’ultima puntata di ogni benedetta stagione. Ma il piano è ormai inclinato e ben oliato, il bastimento non può che andare verso il varo (sono tra quelli che lo attendono, curioso, questo finale).
Aspettiamo fiduciosi l’apocalisse zombie.
O il matrimonio dei matrimoni.
O un matrimonio zombie.
E poi ancora un ultimo colpo di scena.
Fine.
Fine?
Ah. Nota importante, circa. C’è anche un messaggio di fondo, tra gli altri possibili, che emerge. Un messaggio che accompagna tutte le stagioni della serie e pare sentenziare che quelli come gli Stark – che trasudano onestà e guardano gli altri dall’alto in basso – non sono che dei poveri illusi e miseri sfigati, spocchiosi, boriosi e vanaglioriosi. Ossia sussiegose teste da spiccare per il divertimento del reuccio viziato di turno. Proprio costoro sono destinati a soccombere ben prima di chi, viceversa, ha il dna avvelenato dalla sete di potere e i capelli biondi o anche platinati e che il mondo lo osserva da un punto di vista più basso, talvolta bassissimo. Per ora il migliore, di gran lunga.
Settima stagione: l’ineluttabile viaggio verso il grande conflitto tra umani da un lato della barriera ed Estranei dall’altra si avvicina, caratterizzato da momenti altamente spettacolari che si alternano a soluzioni di sceneggiatura segnate da una ingenuità e banalità disarmanti. Gli elementi narrativi che avvicinano il più seguito serial Fantasy di sempre ai meccanismi propri delle soap opera sono assai evidenti; così come alcuni colpi di scena non lo sono affatto, ma è un male comune delle serie longeve. Si annacqua il flusso per poi far precipitare (quasi) tutto nel giro di pochi istanti. Più in generale gli ultimi episodi sono molto meno compiaciuti del sangue e le morti eccellenti delle prime stagioni scarseggiano anche se non mancano, così come i siparietti erotici si riducono a qualche evento peraltro castigato. Su tutto sembra mancare una regia di fondo e, forse, l’assenza dei romanzi di Martin (tutt’ora in fase di redazione) nuoce nel profondo.
+: cura dei personaggi principali;
-: complicazioni eccessive dell’intreccio, fin troppo letterarie, difficili, ripetitività, lungaggini, ingenuità, prevedibilità.

True Blood (2008-2014). Stagioni: 7. Voto 6/10 (= stt.1/5). Vos.
Serial modaiolo-vampiresco, erotico & gay friendly, che origina da un’idea suggestiva per incartarsi nelle ultime stagioni in modo tragicomicamente goffo.
Oggi è superato anche – e soprattutto – dai suoi cloni, ma qualche anno fa aveva il suo fascino e nelle prime stagioni godeva di un’architettura narrativa coerente e sorvegliata che teneva insieme personaggi dal misero spessore, ma dall’indubbia avvenenza. Bellissima sigla.
+: contesto iniziale
-: ripetitività letale dalla IV stagione.
KO: VI stagione: I episodio.

True Detective (dal 2014). Stagioni: 2. Voto 6/10 (= st. 1). Vos. S!
La prima stagione (fin troppo osannata a mio parere) si sostiene sulla verbosa performance dei due protagonisti, antitetici per qualità fisiche e morali. Dopo l’incipit, il meccanismo funziona sempre meno nel continuo alternarsi dei piani narrativi, dei flashback. Ma il serial dà il peggio in un finale telefonato e deludente (e un po’ wannabe, tra Lynch e i Coen). L’esordio, invece, è tra i migliori delle ultime produzioni seriali americane. Per quanto riguarda l’inizio della seconda stagione, l’ho trovato indigesto. Letteralmente.
+ = protagonisti (= st. 1);
– = epilogo deludente e scontato ( = st. 1).
KO = II stagione: 1 episodio.

Twin Peaks (2017). Stagioni: 1. Voto 10/10. Vos. S!
Forse non si può nemmeno definire serial, ma potrebbe trattarsi invece di un sequel, ossia potrebbe essere più vicino al concetto di capitolo cinematografico che alla stagione seriale.
Al di là dei dati tecnici, questo è il terzo capitolo che ha le caratteristiche di un film a lunghissimo metraggio (se solo fosse stato girato in pellicola), date le diciotto ore circa di proiezione che corrispondono alle altrettante parti nelle quali è stato rilasciato dal produttore. E’ l’epilogo (almeno per ora) di una saga che vede nell’ordine cronologico diegetico (cioè non di edizione) il prequel – lungometraggio cinematografico – “Twin Peaks: Fuoco cammina con me” (Twin Peaks: Fire Walk with Me, Usa/Fra 1992) e il serial TV “I segreti di Twin Peaks” (Twin Peaks, 30 episodi suddivisi in due stagioni, Usa 1990-91). Serie che ha contribuito a cambiare la storia del cosiddetto telefilm tramutandolo in un’esperienza visiva e di fruizione di massa assai diversa dagli stilemi dei serial televisivi prodotti nei decenni precedenti. La lunga vicenda narrata è caratterizzata dall’annodare diverse (importanti) digressioni a un evento emblematico destinato a riproporsi costantemente. La trama principale ruota attorno alla misteriosa morte di Laura Palmer e alle indagini di agenti speciali del FBI, spesso coadiuvati dall’apporto di sensitivi e di esseri ultraterreni. Alla dimensione del villaggio “reale” di Twin Peaks, nello Stato di Washington, si innestano sconfinamenti in dimensioni parallele od oniriche, che fino alle prime due stagioni e al prequel risultavano talvolta evocative o misteriose fughe in un altrove difficilmente decifrabile, e ritenuto dai più fine a se stesso: cifra del cinema di Lynch. La terza parte rivela che non è così, che tutto ha un senso laddove lo trova risolto, fosse anche nella dimensione dell’impossibile e del sogno o dell’altrove parallelo, nonché nelle continue interazioni tra i diversi luoghi. Comunque sia, il duo Lynch e Frost dà vita a una nuova esperienza visiva straordinaria, che gioca con i generi, anche con i più popolari, prendendosi libertà di strappare un sorriso grazie al nonsense e giocando con effetti speciali che (talvolta) paiono rimandare a una dimensione artigianale, che spicca in tempi di computer grafica votata alla verisimiglianza. Ma il nuovo capitolo di Twin Peaks è soprattutto una perla rara nel panorama produttivo internazionale, esperienza che rivaluta tutta la saga: compreso il vituperato prequel, che oggi appare, viceversa, indispensabile per comprendere gli ultimi sviluppi della trama.
Straniante l’invecchiamento degli interpreti (che riflette anche il nostro di spettatori), comune ad altre saghe longeve come Star Trek e Star Wars, assieme agli interventi del perturbante (ossia apparizioni di attori che sono realmente morti da tempo) e segno dei tempi, tempi sempre più evidentemente reduci del Novecento. Non meno importante è lo sviluppo delle digressioni rimaste in sospeso che si concludono quasi tutte (quasi).
E’ consigliato un ripasso.

Victoria (dal 2016). Stagioni: 2+. Voto: 8/10. Vos.
Tra i serial più patinati, agiografici, sontuosi in circolazione; i personaggi sono poco più che bidimensionali (specie nella seconda stagione) e le forzature storiche in senso politically correct si sprecano, ma è un’opera colossale e accurata, ed è un piacere per gli occhi. Notevole è la performance del cast, composto da attori di rango, è il caso di dirlo. Per molti versi simile e speculare a “The Crown”.
Ne scrivo anche qui:
 https://cinex.wordpress.com/2018/01/20/victoria-2016/

Vikings (dal 2013). Stagioni: 3+. Voto n.c. Vos.
La mia barchetta si è insabbiata già alla fine del secondo episodio, proprio quando i ribelli stavano orientando le loro navi verso le coste della Gran Bretagna. No, niente.
– = dialoghi verbosi, inverosimi; personaggi caricaturali;
KO = I stagione: II episodio.

The Young Pope 2016, Stagioni: 1. 10/10. Vos.
Il migliore Sorrentino di sempre cura nei dettagli un progetto ambizioso e riuscito, una serie Tv per molti versi straordinaria. Qui qualche approfondimento in più: https://cinex.wordpress.com/2016/11/28/the-young-pope/

FINE (?)

***

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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