American Horror Story, I e II stagione

Serie antologica dedicata a storie dell’orrore ideata e diretta da Ryan Murphy e Brad Falchuk.

American Horror Story I: Murder House (2011) **
Los Angeles. Una casa infestata dal Male attira malcapitati che poi uccide condannandoli al limbo eterno. Testimone oculare delle storie misteriose e ponte tra due dimensioni – da una parte il mondo dei vivi, dall’altra quello degli spiriti – è Constance (Lange) inquietante vicina di casa, un tempo proprietaria dell’immobile stregato. La prima stagione è costruita attorno alla presenza carismatica di Jessica Lange, che con la sua interpretazione illumina un soggetto che, nonostante le premesse, diviene via via piuttosto deludente. Altro punto di forza è la regia e una fotografia al limite del patinato. Estetizzante in modo dichiarato, la stagione sconta qualche personaggio di troppo, irrisolto o pretestuoso: dopo un viluppo di tensione (epp. 1-10), il plot pare perdere mordente sino a un epilogo superfluo, se non giustapposto. Le digressioni, rappresentate dalle varie vicende umane collegate alla casa lungo il secolo di storia, rappresentano l’aspetto creativamente più interessante della stagione, molto più della trama principale.
L’horror non è così horror, nonostante le molte concessioni al gore, più rari sono i colpi di scena o le tensioni proprie del genere. Tra l’altro, è citato e ricostruito il caso di cronaca irrisolto noto come l’assassinio della “Black Dahlia”, relativo alla misteriosa uccisione di Elizabeth Short, aspirante attrice ritrovata mostruosamente mutilata nel 1947. In breve la stagione è volutamente manierista.

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American Horror Story II: Asylum (2012-2013) ***
Al netto dei grandi nomi e numeri a disposizione, anche la seconda stagione, così come la prima, si risolve in un bel compito, ordinato, senza orecchie agli angoli delle pagine, la fila di aste tutte pulite e perfette: ma è rimane un noioso compito copiato. L’idea di omaggiare gran parte dei sottogeneri, caratteri e stili dell’horror, non basta a salvare un prodotto di maniera, spesso autocompiaciuta e tronfia peraltro. Sarà anche vero come dicono i critici più attenti che la stagione picchia duro dal punto di vista della messinscena e del racconto. Sarà, ma non appena ci togliamo gli occhiali dei più sensibili/scandalizzabili tra gli spettatori possibili (il titolo della serie dovrebbe fare una prima selezione, ma va be’), al di là messa in mostra dell’abiezione più bestiale – dallo stupro, alla tortura corporale e mentale, all’incubo della privazione dei diritti e della libertà – che cosa rimane del serial? Rimane forse qualche interpretazione di rango, qualche personaggio interessante, ma il livello estetizzante non riesce a colmare buchi – spesso voragini – di sceneggiatura, ingenuità intollerabili e un paio di digressioni cieche, o fesserie vere e proprie dal punto di vista registico e attorico. Nonostante tutto, a un certo punto gigioneggia anche Jessica Lange, purtroppo, che pare vittima di un personaggio scontato e povero di sfumature. Mentre il gioco che lo spettatore può fare nei molti momenti di noia è quello di indovinare le decine di citazioni e gli omaggi alla storia del cinema horror, sparse qua e là.
Ma giunti alla seconda stagione, nonostante lo sforzo economico produttivo evidente, si scopre che il meccanismo generale della serie è assai scontato. Perciò anche nella seconda stagione, stancamente, dopo un preludio carico di aspettative si arriva alla penosa ultima parte del serial e all’epilogo con spiegone. In breve: quando si esce dal manicomio ci si perde, e a voler dare troppe spiegazioni, si sfianca anche lo spettatore più fanatico. Peggio se quest’ultimo è un percorso “voluto” dagli sceneggiatori.
Come direbbe Suor Jude: peccato.

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