Condottieri (1937) **

Vita e morte di Giovanni de’ Medici, che, seguendo un suo ideale di unità italiana, crea le “Bande Nere”, primo nucleo di milizie nazionali ed evidente parallelismo con l’attualità e la storia recente fascista e squadrista.
Proprio per questi motivi il film non piacque a Mussolini poiché il protagonista muore tragicamente: col senno del poi è facile intravedere un presagio.

Tra gli scorci bellunesi lo sfondo delle Dolomiti (Gruppo del Sella e Marmolada) e in particolare il colle di Santa Lucia in Ladinia che, secondo Zanotto, serve «ad evidenziare la purezza […] degli ideali del protagonista ». Il film è girato anche a Verona, Venezia e negli studi romani della Cines.

Condottieri (Italia/Germania, 1937)
Regia, soggetto: Luigi [Luis] Trenker. Produttore: Nino Ottavi. Produzione: Consorzio Condottieri Roma-Berlino, ENIC – Ente Nazionale Industrie Cinematografiche, Tobis-Cinema-Film (versione tedesca). Sceneggiatura: L. Trenker, Kurt Heuser, Mirko Jelusich. Scenografie: Erich Grave, Virgilio Marchi (costumi), Herbert Ploberger (costumi). Musica: Giuseppe Becce. Montaggio: Giorgio C. Simonelli. Aiuto regista: Alberto Mondadori. Assistenti alla regia: Giacomo Gentilomo, Anton Giulio Majano. Durata: 88’.
Interpreti: L. Trenker, Loris Gizzi, Laura Nucci, Tito Gobbi.
[Scheda pubblicata in “Belluno e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2009, p. 193.]

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Condannata senza colpa – Maria Zef (1953) *

Alla morte della mamma, venditrice ambulante, Maria (Vanicek) e la sorellina Rosetta vengono ospitate in un convento di suore. Rosetta si ammala e finisce in ospedale e Maria va a vivere con uno zio, Zane (Lulli), in montagna. Qui si innamora di Piero, costretto a cercare lavoro in città. Una sera lo zio, prepotente e alcolista, la violenta. La ragazza si ribella e lo uccide a colpi di scure. Al termine di una fuga disperata, Maria cade in un burrone dove trova la morte. Rosetta verrà pietosamente ospitata dalla famiglia di Piero.

De Marchi, al suo debutto, trasforma la cruda storia di Maria Zef, scritta da Paola Drigo nel 1936, debitrice della corrente naturalista più spinta, in un melodramma. Così facendo compie una sorta di esorcismo rispetto ai risvolti culturalmente eversivi – soprattutto perché il romanzo esce in piena epoca fascista -, scelta che nuoce al film.

Condannata senza colpa (tit. alt. Maria ZefItalia 1953)
Regia, sceneggiatura: Luigi De Marchi. Produzione: Cineassociati. Soggetto: dal romanzo Maria Zef (1936) di Paola Drigo. Scenografie: Luigi Latini [L. De Marchi]. Musica: Fabio Censori. Durata: 92’.
Interpreti: Eva Vanicek, Piero Lulli, Dina Sassoli.

[Scheda pubblicata in “Belluno e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2009, p. 193.]

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Il colonnello Von Ryan – Von Ryan’s Express (1965) *

Italia, agosto 1943. Durante la seconda guerra mondiale il colonnello statunitense Ryan (Sinatra) è fatto prigioniero dalle truppe italiane. È accusato dai commilitoni di accondiscendenza nei confronti del nemico. Dopo l’8 settembre, gli stessi prigionieri cadono in mano nazista e Ryan sa “riscattarsi” dirigendo il furto di un treno e riuscendo a portare in salvo i sopravvissuti in Svizzera. Al colonnello, invece, è riservata una sorte amara.
Secondo le indicazioni di Fiorello Zangrando (Cinema in Val Belluna), molte scene, specie nella seconda parte del film, sono state girate lungo la ferrovia Padova-Calalzo, in particolare la tratta compresa tra Castellavazzo e Quero. La produzione ambienta l’episodio in una valle lombarda che culmina con la località di fantasia «Passo Malajo Alt.ne 1200 m» (Passo Maloja).

Il colonnello Von Ryan (Von Ryan’s ExpressUSA 1965)
Regia: Mark Robson. Produttori: Saul David, M. Robson. Produzione: 20th Century Fox. Soggetto: dal romanzo Von Ryan’s Express (titolo edizione italiana Il convoglio Von Ryan) di David Westheimer. Sceneggiatura: Wendell Mayes, Joseph Landon. Scenografie: Jack Martin Smith, Hilyard Brown. Musica: Jerry Goldsmith. Montaggio: Dorothy Spencer. Regista di seconda unità: William Kaplan. Durata: 119’.
Interpreti: Frank Sinatra, Trevor Howard, Raffaella Carrà.

[Scheda pubblicata in “Belluno e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2009, p. 193.]

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L’estate di mio fratello (2005) ***

Verona, 1970. Che cosa deve fare un bambino di nove anni quando rischia di venire detronizzato da un fratellino? Un fratellino che improvvisamente si materializza nel ventre della mamma? E un genitore? Un genitore che cosa deve fare quando un bambino decide di interagire con quel fratellino non ancora nato?
Ma se poi giunge, violento, un senso di colpa? Che cosa devono fare quei genitori e quel bambino?
Un bellissimo film dedicato a infanzia e perdita, morte e rinascita, prova a sollecitare alcuni dubbi attorno ad altrettanti rovelli che riguardano da vicino la quotidianità delle famiglie alle prese con figli piccoli.

“L’estate di mio fratello” prova a mettere in scena una storia complessa fatta di immaginazione e realtà che si compenetrano, dando vita a un tutt’uno indistinguibile nella mente di un bambino. Quel tutto è reso con molta semplicità, una costante ironia che alleggerisce il dramma e la sofferenza infantile che gli adulti tentano di negare, di rimuovere e alla fine, disperati, provano a sminuire.
La psiche infantile, le sue difese; la psiche del genitore, le sue debolezze, la paura del genitore disarmato di fronte alla propria impotenza che cozza con il concetto convenzionale di razionalità, di normalità (che roba è in definitiva la normalità, che quando la nomini scompare?).
Si affacciano dubbi sulla negazione della fantasia, l’imposizione del raziocinio o presunto tale del grande sul piccolo, mentre su tutto aleggia il bisogno di essere amati senza condizioni, indistintamente, genitori e figli. Si tratta certamente di concetti relativi, labili, eppure quotidiani, talvolta improvvisamente urgenti, con tutte le difficoltà del caso.

I comportamenti “asociali” dei bambini dovuti alla fuga in un mondo interiore che si manifestano dopo un trauma, possono essere accettati dai genitori il lunedì, ma rimossi il giovedi, reintegrati il venerdì, espulsi il sabato con tanto di punizione.
Reggiani, il regista, lavora attorno al noto concetto pascoliano del “fanciullino”, che regala al film un tocco di poesia senza per questo farlo risultare melenso o giustapposto.

Consigliato a chi da fratello maggiore non ha mai accettato l’arrivo di un competitore in famiglia.
Consigliato a quei genitori che, per vari motivi, sono spaventati dall’immaginazione dei propri figli.

Pluripremiato all’estero, recensito positivamente da “Variety” tra l’altro, ahinoi il film non è stato mai distribuito in Italia.

Principali premi:
* Tribeca Film Festival 2005 (New York): menzione speciale della giuria;
* Festival du Monde di Montreal 2005: menzione speciale tra le opere prime;
* Bergamo Film Meeting 2005: miglior film;
* Sulmona Cinema Film Festival 2005 (L’Aquila): Davide Veronese miglior attore protagonista;
* Zion International Film Festival 2005 (Utah, USA): premio del pubblico.

Principali Selezioni Internazionali:
* Shanghai International Film Festival 2005
* Festival Internazionale delle Fiandre
* Tiburon International Film Festival (San Francisco)
* Festival Internazionale di Stoccolma
* NatFilmFest Copenhagen.

L’estate di mio fratello (Italia 2005)
Regia: Pietro Reggiani.
Con Davide Veronese, Tommaso Ferro, Maria Paiato, Pietro Bontempo, Beatrice Panizzolo.

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Che fine ha fatto Baby Jane? – What Ever Happened to Baby Jane? (1962) ***(*)

Ingredienti per fare un quasi-capolavoro.
Prendi “Viale del Tramonto” (1950) e “Psycho” (1960), scrittura due star in declino, un grande regista capace di grandi flop; galvanizza il tutto con il gusto kitsch proprio del cinema di genere, quasi rituale nell’esercizio della citazione, del piacere di mettere in scena lo stereotipo, del rapporto ruffiano e mirato con il “proprio” pubblico, composto generalmente di spettatori che bisogna dissetare di cliché e di tutte le sue semplificazioni e superficialità immaginabili. Porsi costantemente al limite del troppo che stroppia (talvolta oltre). Aggiungi un montaggio incalzante, un uso disinvolto dell’inquadratura (riflessi speculari, primissimi piani, dettagli irriverenti sui volti segnati dal tempo e dal trucco delle due protagoniste), un grande esordiente (Victor Buono) quale deuteragonista.
Di nuovo: insisti colla propensione per l’eccesso, le digressioni per contrasto (i modelli femminili alternativi rappresentati dalle ordinarie ma impeccabili vicine di casa wasp, e della austera e onesta governante hispanica). Ancora: le lungaggini che sottolineano la ricerca continua della caricatura, della “simia dei”, dell’angelo decaduto che si dimena per sopravvivere nel fango che lo opprime. Si aggiunga la narrazione lasciata soprattutto alle inquadrature ansiogene, insistite, sui luoghi ricorrenti della messinscena (la camera da letto, il soggiorno, la cucina, il giardino), l’uso in salsa thriller del flashback.

Un posto d’onore spetta ai geniali titoli di testa composti da un collage di foto sul luogo dell’incidente automobilistico, fulcro del film (sembrano i rilievi dei sopralluoghi degli inquirenti), sono immagini (lunghe, anche queste) che arrivano dopo un prologo che ha il compito di rendere pleonastico il resto del film, ma che proprio per questo aiuta a interpretarlo sin nei (troppi) dettagli.
Aggiungi la musica perfetta, che – ovviamente – sottolinea pesantemente i momenti drammatici cercando e trovando l’enfasi.

Ecco, si sommi tutto questo e ci si troverà dinanzi a un quasi-capolavoro. Quasi-capolavoro poiché, forse, l’insieme è stato regolato per non esserlo, proprio per il gusto dello sfregio, per continuare a piacere anche al pubblico più popolare. Insomma Aldrich sembra ossequiare la mozione Hitchcock il cui cinema, come è noto, all’epoca dalla critica veniva considerato snobisticamente spettacolo per le masse.

Lo sfregio è rivolto a tre elementi:
– vilipendio al divismo della Hollywood del muto (il preludio è ambientato nel 1917) e degli anni Trenta codificata da un sistema dei generi che sta per entrare in crisi, è messo in scena da parte di due dive in disarmo prodotte da quella Hollywood;
– sfida al lato ipocrita della società dello spettacolo (oggi tema assai più scontato, ma allora mica tanto)
– infine: sfregio a quell’antipatica di Shirley Temple, così perfetta per non destare il sospetto d’essere capace di ignominie.

Il resto lo completano le facce sfatte di due donne già belle e affascinanti, che si mettono in gioco in modo estremo, masochistico visto che hanno per lungo tempo rappresentato il glamour da un lato e l’anticonformismo dall’altro. Ossia da una parte la conservatrice Joan Crowford (all’epoca 58 anni, la diva più demolita di sempre, cfr. il film “Mammina cara” del 1981 tratto dall’autobiografia della povera figlia, una sorta di Baby Jane vessata dalla madre nevrotica e violenta); dall’altra abbiamo la donna libera(l) caratterizzata dai celeberrimi occhi ipertiroidei e stracolmi di disincanto, la grande Bette Davis (allora cinquantaquattrenne) col suo bel carattere di carta vetrata.

Così vengono raccontate le due sorelle protagoniste del film, due facce della stessa medaglia malata, il successo. Ma il problema è il successo che viene a mancare, assieme al senso della realtà e della verità che emerge in un sensazionale colpo di scena finale, avvolto nell’ambiguità, cifra che accompagna tutto il film.
Da rivedere.

Nel 2017 è rilasciata la bella miniserie TV “Feud – Bette and Joan” dedicata ai retroscena del film di Aldrich. Il serial creato da Ryan Murphy, si pone come la sua terza serie antologica dopo le due serie di successo “American Horror Story” e “American Crime Story”.

Che fine ha fatto Baby Jane? – What Ever Happened to Baby Jane? (Usa 1962)
Regia Robert Aldrich.
Con: Bette Davis, Joan Crawford, Victor Buono.

 

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