Anna-Liisa (1922) **

Anna-Liisa è una giovane e benestante donna che per la sua grazia innata è amata dalla propria famiglia e stimata da tutto il villaggio, ma nonostante il suo temperamento cordiale e solare, ella convive con un terribile segreto. Qualche anno prima la ragazza era rimasta incinta di un uomo che che non ama di nome Mikko, Anna-Liisa presa dalla disperazione per la vergogna e spaventata dalle conseguenze, uccide la propria figlia, occultandone il cadavere. Per molti anni Anna-Liisa conduce la propria vita senza che nessuno ne conosca il tremendo delitto, nel contempo tiene a bada il proprio rovello interiore. Ma non tutti ignorano la sua colpa nel villaggio, ne è a conoscenza l’anziana madre di Mikko e quest’ultimo, allontanatosi dal paese da molti anni per fare fortuna.
Un brutto giorno, proprio quando Anna-Liisa è prossima all’altare pronta a sposare l’amato Johannes, quel passato le presenta il contro. Mikko, ex spiantato oggi arricchitosi, reclama a sé la mano di Anna-Liisa, minacciando di rivelare al mondo l’infanticidio. La donna dopo un tentativo darsi la morte per annegamento – sventato da Johannes all’ultimo momento -, è oramai costretta a confessare ai genitori e al promesso sposo il proprio delitto. Dopo un’illuminazione di origine ultraterrena, decide di cambiare vita, affidandosi alla fede nel divino, espiando le proprie colpe.

“Anne-Liisa” è una tragedia cupa che solleva dubbi sulla condizione femminile partendo da una posizione affatto facile, visto il tema scabroso trattato. La produzione finlandese diretta da Teuvo Puro e Jussi Snellman si ispira al teatro realista tardo ottocentesco, ma non rinuncia a interventi melodrammatici molto spinti di derivazione cinematografica. Il testo originario vorrebbe dare vita a un dibattito pubblico riflettendo sulla scadente condizione della donna e degli oppressi nella società finlandese. Il sottotesto perciò si somma al dramma interiore della novella Medea, al suo delitto favorito dalla morale antiquata (se pensiamo che siamo nei primi anni Venti! e guardiamo all’Italia di oggi, viene un po’ di mal di testa come minimo), al suo essere vittima di un abuso forse di tipo culturale prima ancora che sessuale, fino all’incontro con Dio (immancabile nelle produzioni scandinave e nordiche), e il castigo di sapore dostoevskiano che riabilita.

L’intervento mistico dirimente – deus ex machina evocato – è assai presente nei film scandinavi di ogni epoca, in particolare si pensi a Dreyer e Lars von Trier.

#Giornate_Cinema_Muto_2017
#pordenonesilent
#gcm34
#giornatecinemamuto

ANNA_LIISA.tif

Annunci

Podvig vo l’dakh [Impresa tra i ghiacci] (1928) ****

Travelogue sovietico che documenta il tentativo di salvare Umberto Nobile e i suoi compagni di spedizione al Polo Nord, dispersi tra i ghiacci dopo la catastrofe del dirigibile Italia.
I superstiti erigono la famosa tenda color rosso che spicca sul paesaggio artico. Molte nazioni partecipano alla missione di soccorso dando vita a una competizione virtuosa, cui non sfugge la sottotraccia propagandistica.
L’Unione Sovietica spedisce almeno tre navi con a bordo cineoperatori e le manovre di soccorso sono alla base di questo film di montaggio diretto da Georgii e Sergei Vasiliev.
La narrazione porta lo spettatore a godere del successo finale della missione, coadivata da elementi propri della rappresentazione positivistico-futurista sovietica: la magnificazione dell’eroe socialista e della macchina sua alleata, in un intreccio indissolubile tra sforzo sovrumano, ragione, passione ed esito felice.
Il montaggio è incalzante, inframmezzato da numerose didascalie descrittive, ma per niente disturbanti. Anzi si può dire che anch’esse contribuiscono a mantenere il ritmo della narrazione serrato.

Film splendido per immagini e realizzazione.
I superstiti italiani compreso Nobile sono infine ritratti insistentemente in primissimo piano. Sono tutti sorridenti ma non troppo, di certo perché stremati, ma forse perché si sentono esibiti a mo’ di trofeo.

#Giornate_Cinema_Muto_2017
#pordenonesilent
#gcm34
#giornatecinemamuto

travelogue sovietico

La scala di Satana – Sette passi verso Satana – Seven Footprints to Satan (1929) ***

Jim (Creighton Hale), un ingenuo rampollo americano ormai fattosi adulto, beneficiario di una cospicua eredità, si è messo in testa di compiere un viaggio “nel cuore dell’Africa nera”. Lo zio Joe, scafato imprenditore, non è d’accordo. Anzi, egli pensa sia giunta l’ora che il giovanotto si assuma le proprie responsabilità e sposi finalmente Eva, interpretata dalla bellissima Thelma Todd.
Ma Jim è risoluto, vuole fare l’esploratore a ogni costo, e per la coppia di nubendi le cose ben presto si complicano assai.

Film brillante tipico dell’epoca d’oro di Hollywood, caratterizzato dal tono scanzonato e leggero, ancora possibile poiché è prodotto prima del crollo di Wall Street. L’indiavolata (è il caso di dirlo) pellicola è diretta dal regista danese Benjamin Christensen, esperto di generi cinematografici – probabilmente un vero esegeta, stando ai risultati – che in questo caso peculiare sfrutta i meccanismi ormai consolidati propri dei soggetti d’avventure nere e misteriose.
L’esito è un viaggio allucinante tra eccentrici e pericolosi membri di una loggia massonica, o di una setta oscura, ospitata tra le stanze di una ignota dimora. Pian piano assieme a Jim ed Eva, rapiti per conto di un misterioso mandante che si fa chiamare Satana, lo spettatore perde la cognizione del tempo e dello spazio, tutto si traduce in un viluppo senza via d’uscita. Si evocano addirittura riti orgiastici, così come si lascia immaginare la violenza inflitta a uomini e donne inermi. Non mancano nemmeno i complotti di malavitosi armati, che emergono improvvisamente, in pieno flusso non-sense – almeno apparentemente – così come sono improvvise alcune manifestazioni sibilline di freaks inquietanti (lynchani ante litteram), come la cassandra con le strane sopracciglia e il volto spaventato, lo storpio pericoloso che viene annunciato da ombre lunghissime (parodia/citazione di “Nosferatu”), l’uomo ipertricotico quasi licantropo che mette paura ai protagonisti ma che in realtà è innocuo, il nano ciarliero che spunta dove meno te lo aspetti e, infine, un gorilla minaccioso. Elementi visivi che si affiancano a una sorta di caccia al tesoro costruita su inseguimenti incrociati, ritmati da un montaggio incalzante, espedienti che dimostrano una volta di più quanto avanti fosse la riflessione metacinematografica a quell’epoca.
“Sette passi verso Satana” è di certo una parodia del genere thriller e avventuroso, ma con invenzioni di grande respiro che la affrancano dalla mera imitazione e caricatura. Punto di forza è il registro grottesco che è valorizzato da attori molto bravi, dallo sguardo disincantato che si può permettere Christensen (fine umorista ed europeo, dato importante quest’ultimo) e dal rigoroso meccanismo della sceneggiatura. Tutto ciò conduce con grande leggerezza lo spettatore al riuscito colpo di scena finale, molto divertente.

***

Thelma Todd è un’attrice molto celebre all’epoca, protagonista giovanissima di più di centotrenta film prodotti in soli nove anni, viene trovata morta – all’apparenza vittima di un suicidio – nel 1935 in circostanze mai chiarite.

Il film viene distribuito anche nell’Italia fascista; nonostante l’ardita evocazione orgiastica e massonica, l’unica raccomandazione promanata dal censore è la seguente: “alle rappresentazioni di questa pellicola dovranno essere esclusi i minori degli anni sedici” (ottobre 1929).

La copia visionata è un’edizione d’epoca con didascalie italiane – sonorizzata – ed è conservata presso la Cineteca Italiana. Proiettata alle Giornate del Cinema Muto 2017.

#Giornate_Cinema_Muto_2017

SEVEN_FOOTPRINTS_TO_SATAN

Blade runner: la saga (1982-2017)

Blade runner (1982) ****
Ambientato nel 2019 “Blade runner” è un film di ambientazione distopica diretto da Ridley Scott, dalla gestazione difficile, che ha rappresentato e favorito la rinascita della fantascienza. Inutile aggiungere un commento alle miriadi di recensioni che lungo tre decenni si sono succedute dando vita a un imponente oceano di parole, meritatissimo. Il film è diventato parte integrante immortale della cultura pop (su tutti il celeberrimo e citatissimo monologo di Hauer), anche visivamente: si dice abbia influenzato anche l’architettura contemporanea. Ma oltre alla fantascienza “Blade runner” è la attualizzazione di un genere cinematografico hollywoodiano classico ossia il noir, che si riconosce nelle caratteristiche del protagonista Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, nonché dalle atmosfere piovose, cupe e da una buona dose di pessimismo non troppo frequente in altri generi. Il finale “ecologico” e speranzoso della prima versione è imposto dalla produzione, ma Scott nel 1993 si prende una rivincita dirigendo un “Director’s cut” con un finale diverso (il sogno dell’unicorno) che apre a interpretazioni meno scontate o liete. Per i venticinque anni, nel 2007 si arriva a un “Final cut”, abbastanza inutile che riguarda interventi superflui.
Capolavoro senza tempo.
Regia: Ridley Scott. Durata: 117 minti (1982); 116 minuti (1993).

Nel 2017 viene distribuito il coraggioso sequel che Scott affida a Denis Villeneuve. Per lanciare il film vengono rilasciati tre cortometraggi sul canale YouTube della Warner Bros, e in Italia dal Canale Sony, coproduttrice del film, in realtà sono racconti molto importanti per raccordare i due episodi a lungometraggio (tranquilli: niente spoiler per chi non ha visto il sequel).

Black out: 2022 (2017) ****
Cortometraggio d’animazione in rotoscopio diretto da Shinichiro Watanabe (autore di “Cowboy Bebop”). Si tratta di un raccordo narrativo che spiega un elemento fondamentale e spesso richiamato nel sequel a lungometraggio, ossia il “Blackout” legato alla fine della produzione dei replicanti Nexus 6.
Regia: Shinichiro Watanabe. Durata: 15 min.
Link: https://www.youtube.com/watch?v=Sz-XCVylgOU
(sottotitoli in italiano)

2036: Nexus Dawn (2017) ***
Dopo una brevissima introduzione di Denis Villeneuve, regista del sequel a lungometraggio, inizia il corto diretto da Luke Scott, figlio di Ridley. Il cieco Mr. Wallace, interpretato da Jared Leto, presenta a una commissione preposta il suo progetto di produzione di replicanti obbedienti, affinché superi il divieto di produzione dopo la rivolta dei cosiddetti “lavori in pelle”, messa in scena nel film del 1982. Mr. Wallace, nonostante la contrarietà dei suoi interlocutori, saprà trovare argomenti assai persuasivi.
Regia: Luke Scott. Con: Jared Leto. Durata: 6 min.
Link: https://www.youtube.com/watch?v=S_x6iZK87EU&t=35s
(sottotitoli in italiano)

2048: Nowhere to run (2017) **
Secondo breve film diretto da Luke Scott, ambientato dodici anni dopo il precedente. E’ un ritratto di Sapper (Bautista) che vedremo all’inizio del sequel a lungometraggio.
Regia: Luke Scott. Con: Dave Bautista. Durata: 6 min.
Link: https://www.youtube.com/watch?v=49Vph-pOMWM
(sottotitoli in italiano)

Blade runner 2049 (2017) ****
In un epoca di reboot, sequel, prequel non sempre all’altezza delle aspettative, questo aggiornamento, ambientato trent’anni dopo il primo film leggendario, rappresenta una grande sorpresa. Nonostante i timori dei duri e puri (immancabili) e un certo qual paesaggio con macerie (cui Scott non è esente specie con alcuni sequel e prequel di “Alien”) che fa sempre pensare al peggio, Villeneuve riesce a convincere realizzando un film straordinariamente avvincente, noir d’azione, caratterizzato da una sceneggiatura d’acciaio e un grande interprete come Ryan Gosling. Il sequel dà spazio a una riflessione che può portare ad arricchire l’immaginario figlio di Philip Dick, di per se stesso già molto ricco e complesso, favorendo speculazioni filosofiche notevoli. La recitazione sottrattiva è forse l’intuizione più importante che rafforza il racconto non privo di complessità.
Da non perdere.
Regia: Denis Villeneuve. Durata: 163 min.

52929

Le mani sulla città (1963) ****

Veduta della metropoli in bianco e nero. Niente scala di grigi, niente vie di mezzo, così viene ritratta la Napoli in fermento sospesa tra antico e futuro nei primi anni Sessanta.
Un cantiere a cielo aperto che poggia sui cunicoli sotterranei e sulle macerie millenarie: due città sovrapposte, la moderna e “il ventre di Napoli” l’antica sedimentazione greco-romana. Al centro della scena è la speculazione edilizia e conseguente morte e ferimento di innocenti, che danno origine a un’inchiesta in seno al Consiglio comunale, ormai in scadenza e già in campagna elettorale. E’ un’inchiesta politica che può avere conseguenze sino a Roma, fino a scuotere qualche poltrona nei palazzi del potere, perciò crea molto fermento.

Da una parte troviamo un costruttore (= palazzinaro), interpretato da un oscuro Rod Steiger, di nome Nottola (non a caso sinonimo di pipistrello), delinquente in doppiopetto dall’aria esistenzialista, con il colletto del cappotto rialzato e l’espressione perennemente tormentata.
Dall’altra parte il consigliere comunista De Vita (nomen omen, anche qui) che sfida apertamente con un eloquio forbito la cricca del malaffare edilizio. De Vita è interpretato da un autentico politico napoletano, nipote di un sindaco del capoluogo campano, Carlo Fermariello, oratore consumato, attore spontaneo e disinvolto, coscritto di Giorgio Napolitano, classe 1925, ed esponente di quel comunismo moderato definito non senza ironia “migliorista” dalle correnti di Sinistra del partito.

Sotto accusa è messa la Napoli del Boom, che con la scusante del progresso di facciata sta cementificando, spesso contravvenendo le leggi vigenti, il territorio metropolitano. Ma è riconoscibile anche la Napoli del populismo che mette assieme il vago fronte monarchico e postfascista e che trova in Achille Lauro, importante armatore napoletano, il simbolo di una Destra dai confini molto labili. Destra legata al capitale, alla speculazione, espressione di un asse che la lega alla Democrazia Cristiana, anche a livello nazionale. Achille Lauro, detto il comandante, è accusato d’essere l’inventore di un curioso sistema di voto di scambio che consiste nell’offrire all’elettore in cerca di favori una scarpa prima delle elezioni, la seconda scarpa viene consegnata solo dopo il voto, ovviamente favorevole e in qualche modo verificato. Ma oltre alla nota di colore, Lauro è stato parte dei fautori del cosiddetto “sacco di Napoli”, messo in atto alla fine degli anni Cinquanta, cui si ispira il film di Rosi.

La città che sale è, in realtà, la città che sprofonda: sono molte le ascendenze artistiche e cinematografiche richiamate formalmente nel film. Ad esempio l’ideale futurista e sovietico che viene messo in discussione e calato nel ruolo mass-mediatico di un cinema che si fa “denuncia”. Laddove la rappresentazione positiva della macchina corrispondeva mezzo secolo prima a un valore indiscutibile di progresso, viceversa oggi la macchina è mezzo e simbolo di sopraffazione, di stupro e di morte. Questo esempio di cinema della realtà sociopolitica, della passione civile che si traduce in estetica, è senza ombra di dubbio fortemente manicheo, e trova, così come il bianco e nero caratterizzato da contrasti netti, un uso insistito delle ombre che si allungano come le mani sul plastico, messa in scena di quel che sarà, come il film stesso sembra presagire un in finale cupo e pessimista, che trova ragione nella celebre ultima didascalia.

le_mani_sulla_citta

Le mani sulla città (Italia 1963)
Regia: Francesco Rosi.
Con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Carlo Fermariello.

lemanisullacitta6622.jpg

Feud (2017) ****

“Le faide non nascono dall’odio, le faide nascono dal dolore”.

Serie TV in otto episodi, non ancora edita in Italia, “Feud” è tra i prodotti seriali più sorprendenti e appaganti in circolazione.
Racconta la faida, questa la traduzione letterale del titolo, tra due attrici nate all’inizio del Novecento e divenute nell’arco di una lunga carriera veri e propri miti viventi.

tLWFxNuXX7vgL820jiCLsoqYxnM.jpg

La parabola diviene sempre più difficile per due donne ormai mature (siamo agli inizi degli anni Sessanta), che le ha portate da simbolo di emancipazione a incarnare le prime psycho-biddy del cinema, ruolo ingrato per molti versi per due bellezze sul viale del tramonto, ma di nuovo grande, improvviso, inebriante successo di pubblico.
Il filone horror hagsploitation o psycho-biddy – delle vecchie matte, come si può tentare di tradurre dal feroce gergo della pubblicistica hollywoodiana – è inaugurato dal film maledetto “Che fine ha fatto Baby Jane?” (1963) di Robert Aldrich, sottogenere anfibio attorno al quale ruota la serie.

Feud-4

A causa di questo film la grande, bellissima e, a quanto pare, calunniata diva Joan Crawford si mette in competizione con la talentuosa, manipolatrice e cinica Bette Davis, interpretate rispettivamente da altrettante grandi attrici: Jessica Lange, che dà anima e cuore in questa difficile interpretazione; Susan Sarandon impressionante per mimetismo e verisimiglianza.
Sceneggiatura, regia, montaggio, fotografia impeccabili come ci ha abituato Ryan Murphy (finora un vero e proprio re mida della messinscena).

Insomma, prima di iniziare qualsiasi altra serie: “Feud”.

C40Qc_mXUAAQsKI

Beggars of life (1928) ****

Beggars of life” diretto dal grande William A. Wellman (qui grandissimo), è una novella aspra, moralmente ambigua, con le durezze di un western, seppure anomalo, in cui i mendicanti di vita sono eroi assassini, vittime in cerca di un riscatto più o meno consapevole, lontano dal proprio passato.
La notorietà del film (per quanto ridotta) è dovuta alla presenza di una Louise Brooks che rende il racconto vivido con la sola presenza carismatica, ma pure alla strabiliante interpretazione di Wallace Beery, deuteragonista che a poco a poco indossa la scena, scippandola ai due amanti fuggiaschi.

Preludio della Grande Depressione, qui trasfigurata in crisi morale e disperazione senza giustizia, emerge a poco a poco lo sfondo della provincia americana, dalla quale Wellman dirotta, beffardo, il sogno americano in un Canada quale terra promessa.
E’ un ritratto feroce di un angolo di mondo dove nessuno è al sicuro, ma nel quale non manca l’ironia che spesso sfuma nel sarcasmo.

Niente è certo: men che meno la nostra reazione se messa alla prova più estrema.
Anche il sesso diviene ambiguo, il “genere” sfugge tra i panni maschili indossati da Brooks.


Travestimento che non sfugge all’astuto bandito, chiamato Serpente, che osservando per bene quell’adolescente riconosce le forme di una ‘girlie’: sicché nuova odissea, nuova paura, delinquenti assedianti, poliziotti alle calcagna.
Se il gruppo di vagabondi è almeno abbozzato, i poliziotti sono ritratti come formiche senza volto, sempre indietro nella corsa affannosa, destinati a colpire l’assassino sbagliato e a rimanere vittime della sua messa in scena.

Beggars of Life” scorre celere come un treno destinato al disastro, come il convoglio senza manovratore dato alle fiamme da Beery e che si distrugge precipitando dalla montagna. Anche un omicidio per legittima difesa è assorbito in una morale a parte, morale in cui la vittima/carnefice Brooks avrà la sua possibilità finalmente altrove, in fuga dalla violenza nel nome dell’amore. Amore che, vistolo con i propri occhi per la prima volta, intenerisce il cuore arido del bandito disincantato e che, infine, per difenderlo, ‘scivola via’, testualmente, nell’oblio, anche qui, per la prima (e ultima) volta.

Beggars of Life (Usa 1928)
Regia: William A. Wellman
Sceneggiatura: Benjamin Glazer dal romanzo di Jim Tully.
Con: Wallace Beery, Louise Brooks, Richard Arlen.

[Visto alle Giornate del Cinema Muto, 2013]

MV5BMGQ4ZTZlMzgtYTY0ZC00ZmFhLTk4YjUtODJjN2U0ODNjNjQ3XkEyXkFqcGdeQXVyMDUyOTUyNQ@@._V1_