L’ingannno – The Beguiled (2017) ***

[Attenzione: spoiler]

Un nuovo gineceo diretto da Sofia Coppola, di nuovo un giardino di vergini, non suicide questa volta, ma omicide.
“L’inganno” è un film che va esplorato così come quel giardino incolto, vero sauvage, che circonda e contrasta con le linee pulitissime della villa neoclassica abitata dalle protagoniste.
Anzi è proprio un horror senza averne completamente l’aria, si potrebbe dire. Solo a un secondo sguardo più attento e forse più astratto si possono riscontrare nel film alcuni stereotipi del genere orrorifico, abilmente camuffati in questo racconto sospeso tra realtà e fantastico.
Che cosa c’è di più inquietante di una pallida villa sudista abitata da sole fanciulle e ragazze che imparano il francese e a cucire sotto l’occhio vigile di due precettrici non più giovani, ma ancora attraenti?
Difficile dirlo, dipende dai punti di vista: parimenti potrebbe anche essere la perfetta sintesi di un miraggio paradisiaco.
Ma le cose cambiano quando in mezzo a loro, un giorno, capita un bel soldatino blu ferito – nemico per giunta – nel brutto mezzo della guerra di Secessione.
Allora la mente corre a “Suspiria” di Dario Argento, ma anche al misterioso e al fantastico che aleggia in “Picnic ad Hanging Rock” (1971, Peter Weir), e a tutte le piccole donne della Coppola (dalle vergini suicide citate alla corte di Maria Antonietta), educande che si possono tramutare in baccanti, così: senza battere ciglio. Streghe che conoscono la segreta natura (spietata) delle cose, perciò sono in grado di guarire, ma anche di somministrare pozioni velenose, letali, ecc…
Un modo per scoprirlo è guardare questo film fin nell’abisso, penetrarlo letteralmente, perché c’è una questione irrisolta di mascolino e femminino che grava per tutta l’ora e mezza di proiezione, di stregonesco appunto e di gioco delle parti, molto molto simile a quello della mantide religiosa e del suo compagno d’eros e ciò si manifesta quando meno te lo aspetti. Ossia con l’inganno.

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Salvatore Giuliano (1962) ****

Immediato Dopoguerra. Indagine sulla tragica morte di Salvatore Giuliano (1922-1950), il misterioso bandito vicino al movimento indipendentista siciliano poi colluso con ambienti mafiosi, responsabile della strage di militanti comunisti a Portella della Ginestra (1 maggio 1947).

Film-inchiesta canonico, di grande eleganza formale (a partire da una sontuosa fotografia in bianco e nero di Gianni di Venanzo e all’uso esemplare dei flashback e del montaggio ritmato) che si fonda sul rigore della ricostruzione storica compiuta da Rosi e collaboratori.

Salvatore Giuliano (Italia 1962, 120′)
Regia: Francesco Rosi
Con: Frank Wolff, Salvo Randone, Renato Pinciroli.

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Lacrime delle Dolomiti di Sesto – Tränen Der Sextner Dolomiten (2014) *

1914. Due giovani sud tirolesi vengono arruolati nell’esercito asburgico per difendere il territorio di confine nei pressi delle Dolomiti di Sesto. Nel frattempo si contendono il cuore di Anna, che amano entrambi.

Produzione dedicata al centenario della Grande Guerra, che si traduce in un film di grandi e bellissimi paesaggi di impianto documentaristico, purtroppo accompagnati a un soggetto senza alcuna sostanza.
Evitabile.

Regia: Hubert Schönegger
Con: Thomas Prenn, Florian Maria Sumerauer, Jasmine Barbara Mairhofer, Gedeon Borkhard, Christiane Filangieri.

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Dietro i candelabri – Behind the Candelabra (2013) ****

Biografia di Liberace, pianista-showman statunitense di origini italo-polacche che raggiunge il successo negli anni Cinquanta, protagonista di concerti eccentrici caratterizzati da costumi di scena sontuosi e sovraccarichi di lustrini e zirconi, particolarmente valorizzati dalla luce di candelabri, simboli immancabili delle performance pubbliche del divo assieme al pianoforte a coda.

Il film è diretto da un ispirato Soderbergh e interpretato (magistralmente) da Michael Douglas e Matt Damon: assieme danno vita a un biopic bellissimo e accurato, lontanissimo dall’essere una scontata oleografia.
Soderbergh racconta con grande grazia quel che accade “dietro i candelabri”, ossia la vita segreta del musicista assieme a Scott Thorson, suo giovane autista divenuto amante.
Tratto dall’omonimo memoriale scritto Scott Thorson e Alex Thorleifson.
Da non perdere.

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Diaz – Don’t Clean this Blood (2012) ***

G8, 21 luglio 2001. Mentre gli occhi increduli del mondo sono puntati su Genova, tra le 22 e mezzanotte, trecento poliziotti armati di tonfa assaltano i manifestanti inermi, e ormai a riposo, ospitati presso la scuola Diaz. La spedizione punitiva in piena regola si traduce in due ore di pura violenza cieca, torture, tentati omicidi, lesioni, umiliazioni di ogni tipo.
Vicari riesce nell’impresa di girare un film a ciglio asciutto che per mezzo di un flusso continuo, dinamico, nervoso, mai domo rende vivido lo scandalo di quella orribile vicenda che, di per sé, crea un precedente inquietante nella storia d’Italia.
La dimensione allucinante si scontra con quella dell’altra “narrazione” della polizia stessa, del brusio di fondo dei politici che balbettano e tentano di difendere lo status quo, brusio condito dall’impotenza dei giornalisti italiani e stranieri che non possono informare come dovrebbero; dei comuni cittadini improvvisamente privati dei diritti basilari, terrorizzati dal fatto di non avere più alcuna garanzia.
Il velo del tempo si stende sulle colpe degli uni e degli altri, sul pregresso, sugli errori, sulle provocazioni. Quel che è accaduto quella notte rappresenta un buco nero, simile a un colpo di Stato.

Finalmente un film degno di questo nome è riuscito a dimostrare quanto fragile sia la nostra democrazia, con l’avallo – inquietante – delle grandi potenze mondiali, per mezzo dei suoi leader, manichini in vetrina nella dimensione parallela della zona rossa.
Dall’oscurità della Storia emerge con una forza inarrestabile un contropotere eversivo, fascista, che sembra senza fine, quello dei trecento agenti impiegati alla Diaz, un’azione criminale definita macelleria messicana dal vicequestore Fournier, presente quella notte.
Quell’anno fatale si concluderà con l’attacco alle Torri Gemelle, che contribuirà a far passare quest’atto spaventoso sullo sfondo. Il 2001 sarebbe dovuto essere un anno di aspettative soddisfatte, veicolate dalla mitizzazione del nuovo millennio, della fantascienza e invece si è rivelato un salto nel vuoto, inimmaginabile, nonostante tutto.
Non tutti i buoni sono da una parte, non tutti i cattivi sono dall’altra, Vicari è stato accorto in questo.
La stampa mondiale per quanto si sia sforzata, non ha potuto raccontare in pieno quel che invece il bel film di Vicari è riuscito a mettere in scena, e senza scadere nel patetico o nel consolatorio manicheismo che al solito contraddistingue il cinema d’impegno civile. Non era per niente facile, ma oltre a raccontare una storia importante Diaz riesce a essere formalmente un gran prodotto, raro per il cinema europeo.

 

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Cliffhanger (1993) **

All’esile trama del film (la guida alpina Gabe Walker, interpretato da Stallone, sgomina una banda di malviventi intenti a organizzare una rapina milionaria) fa da contrappeso la spettacolare sequenza iniziale, ad alto tasso di suspance, in cui il protagonista non riesce a portare in salvo la fidanzata del suo migliore amico, a lungo sospesa nel vuoto durante una scalata.

Le ambientazioni montane sono girate nei dintorni della conca ampezzana (Lagazuoi Piccolo, Torre Grande d’Averau e lungo il Boite all’altezza dell’ex aeroporto di Fiames). Alcune scene, in particolare le arrampicate di Stallone, invece, sono girate su una parete di legno dipinto posizionata a Rio Gere, sulla strada del passo Tre Croci, molte altre sono ricostruite in studio. Le scene iniziali sono girate sulle due Torri Piatte del gruppo della Croda dei Toni (Dolomiti di Sesto, Alto Adige); di forte impatto non solo emozionale, il film offre un set naturale di straordinaria bellezza. Nella finzione le Dolomiti bellunesi rappresentano le Montagne Rocciose del Colorado (USA), luogo dove in parte il film è girato.

Cliffhanger (Id., USA 1993)
Regia: Renny Harlin. Produttori: Mario Kassar, Alan Marshall, R. Harlin. Produzione: Carolco, Le Studio Canal +, Pioneer. Soggetto: John Long, Michael France. Sceneggiatura: M. France, Sylvester Stallone. Scenografie: John Vallone. Musica: Trevor Jones. Durata: 116’.
Interpreti: Sylvester Stallone, John Lithgow, Janine Turner.

[Scheda pubblicata in “Belluno e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2009, pp. 192-193.]

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Cinque giorni di tempesta (1997) *

A ventisette anni Giovanni (De Francesco), veterinario mancato, lascia la natia isola Salina per fare il militare di leva a Bolzano, dove arriva con cinque giorni di anticipo. Circostanze sfortunate e una passione amorosa lo costringono a ripartire. Passa per Padova, Malamocco, Cortina d’Ampezzo, Prato, Arezzo, Roma e Venezia, dove s’imbarca per Sydney per cominciare una nuova vita.

Cinque giorni di tempesta (Italia 1997)
Regia: Francesco Calogero. Produttore: Galliano Juso. Produzione: Digital Film, RAI – Radiotelevisione italiana. Soggetto e sceneggiatura: Giovanni Veronesi, Sandro Veronesi, F. Calogero. Scenografie: Roberta Barbanera. Musica: Mario Tronco. Montaggio: Davide Azzigana. Durata: 95’.
Interpreti: Roberto De Francesco, Chiara Caselli, Angiola Baggi.

[Scheda pubblicata in “Belluno e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2009, p. 192.]

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