Io sono Li (2011) ***

Storie d’oriente d’Italia e d’Asia raccontante per mezzo di punti di vista stranieri, femminili e maschili, di pescatori che osservano e vivono la società italiana odierna. Speranze dalle fattezze umane provenienti da città diverse con un denominatore comune: come Chioggia, Pola e la città costiera della Cina luoghi di origine dei due protagonisti, si affacciano sulle acque, siano esse laguna o mare.
Uno dei possibili fulcri attorno ai quali ruota il film è dato dai concetti di genitorialità e lontananza, in un gioco continuo di riflessi d’acqua, specchi che rivelano, confrontandole, immigrazioni recenti e inintegrabili – in un caso il distacco è voluto dai cinesi stessi – e più antiche, ad esempio provenienti dalla vicina Ex Jugoslavia ed entrate a far parte del tessuto connettivo della vecchia Chioggia, dopo chissà quanta strada, difficoltà, prove.
 
La gestione della dimensione dell’osteria tradizionale veneta (luogo di chiacchiere e di umori e timori popolari, di confronto e di “politica”) rappresenta oggi il salto di qualità culturale della ristorazione cinese, prova di mimetismo per quanto improbabile, che arriva a essere presente con la discrezione di ombre proiettate da un altrove lontanissimo, nel cuore della cultura sociale popolare, oramai frequentata solo da vecchi e pensionati, oltre che qualche perdigiorno.
In prospettiva si intravede anche una sostituzione culturale forse dai confini sfocati, ma è comunque sia una prova di tolleranza, per quanto ambiguo sia il significato di questa parola. Tolleranza fino a qualche tempo fa impensabile che va a toccare i vaghi ma sacri (almeno secondo certa retorica politica) connotati dell’identità autoctona.
 
Segre racconta le avanguardie di un tentativo di integrazione (parola totemica) mentre sorgono, soccombono e infine si arrendono alle regole non scritte di una fredda convivenza parallela tra cinesi e italiani. I due protagonisti che rappresentano in qualche misura il passato e il futuro, sopravvivono solo separandosi ai loro aguzzini, ma rimanendo legati al ricordo reciproco, stretti nonostante le avversità ai valori di fondo che non hanno nazionalità, confini, così come gli affetti (l’amore, probabilmente), sicuri di aver soltanto anticipato i tempi.
L’inevitabile, oltre ai piccoli amorevoli doni fatti di gesti e parole poetiche, è anche – se non il razzismo – l’emersione del sospetto e la diffidenza dei locali nei confronti dello straniero, sospetti che si intrecciano al bisogno dei capi del commercio cinese di mantenere una presenza lieve sul territorio, pur essendo attivi nel cuore verace di Chioggia, ossia l’osteria Paradiso, frequentata da gente non sempre disposta a riconoscersi nell’immigrato, ma che ora già occupa l’altro lato del bancone da proprietario.
 
Dal punto di vista formale la fotografia di Bigazzi valorizza con il calore che la contraddistingue la tenerezza di un acquerello in continuo movimento, che culla lo spettatore in un flusso continuo di immagini, gesti, volti, parole. La luce calda di una lanterna cinese, o una candela che galleggia su acque scure illuminando i volti di chi la guarda è un punto di forza iconico del film.
Ciò che rischia di esacerbare il tocco poetico che contraddistingue il racconto è il finale, fin troppo plateale e forzato, che spinge più in là la linea di verisimiglianza cui aveva abituato lo spettatore, stonando.
 
Cast di tutto rispetto: oltre i due bravi protagonisti Zhao Tao e Rade Serbedzija, buone le performance di attori veneti di grande spessore, da Paolini, a Citran sino a Giuseppe Battiston.

locandina (1)

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L’estate di Giacomo ***

Se il titolo allude a una nuova estate rohmeriana del cinema (l’ennesima), viceversa il film traduce la pur cristallina ispirazione al maestro francese in una docu-fiction che sorprende per pulizia del racconto lineare e simmetrico. Il film è nitido pure nelle idee messe in scena attraverso ritratti di persona riquadrati dalla realtà da una macchina da presa in un continuo corpo a corpo ravvicinato, se non serrato. Cifra che in questi anni ricorda, ricalca (nobilitandola), la miriade di immagini in stile gonzo nelle quali siamo immersi come utenti e spettatori.

Giacomo, bell’adolescente friulano ipoudente, vive un’estate a contatto con la natura, con la musica, con l’ozio, con la compagnia, con la noia, con l’amore. Come lui molti altri ragazzi che vivono fuori dal recinto cittadino, in un rapporto diretto – non mediato – con il paesaggio che è corpo, esuberanza, sperimentazione, bisogni e pulsioni da saziare, necessità forse, vuoti da riempire possibilmente in fretta. Ma è anche musica, ricerca di suono, di riproduzione di esso, che per Giacomo in particolare hanno valore vitale ed espressivo assoluti.

Senza anticipare troppo, il percorso è diviso in due parti e in entrambe al suo fianco ci sono altrettante ragazze. La prima gli rimprovera il suo non apprezzare le piccole cose, una sorta di frammento di discorso amoroso che viene da lontano; la seconda vive il suo “problema” con naturalezza, con il sorriso sulle labbra, e pare aprire a una nuova fase, meno conflittuale della precedente, che scorre in un alveo fatto di riflessi e somiglianze.

Ma forse è anche un racconto del e sul Nordest, tra ozio e negozio, un episodio parte di una raccolta di racconti per immagini in movimento che, con altri titoli dell’ultimo quindicennio, popolano poco e male come meteore le sale cinematografiche.
Tra i molti esempi possiamo citare la docu-fiction dedicata a un fiume importante come il Tagliamento intitolato “Rumore bianco”; l’inconsueto e stimolante mockumentary (falso documentario) thriller “Il mistero di Lovecraft – Road to L.”; l’intenso racconto di Segre “La mal’ombra”; l’apocalittico “Piccola patria”, film a tesi che ha ricevuto attenzioni al di fuori del perimetro veneto, per quanto promotore di una visione pregiudiziale e stereotipata; sino a fiction di ampio respiro come il bel film di Salvatores “Come Dio comanda” che ambienta nel Nordest una storia che ambisce all’universale. Film che hanno provato a inserire un dito nella piaga culturale, vera o presunta che sia, chiamata Nordest, la grande periferia irrisolta – per molti versi sempre in cerca d’autore – della nazione italiana.

estate di Giacomo

Crediti:
http://www.tuckerfilm.com/film/lestate-di-giacomo.html

Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti:

Locarno Film Festival 2011 – Pardo d’oro Cineasti del Presente – Premio George Foundation, Svizzera
Festival dei Popoli 2011 – Menzione Speciale Giuria Concorso Internazionale e Premio Cinemaitaliano.info – CG Home Video, Italia
Belfort International Film Festival 2011 – Grand Prix du Jury and Prix Documentaire Grand Ecran, Francia
SulmonaCinema Film Festival 2011 – Ovidio d’Argento per il miglior film, Italia
Jeonju International Film Festival 2012 – Woosuk Award/Grand Prize International Competition, Corea del Sud
IndieLisboa 2012 – TvCine Distribution Award, Portogallo
Gallio Film Festival 2012 – Premio come miglior attrice a Stefania Comodin, Italia