Il mistero di Lovecraft – Road to L (2005) **

Il mistero di Lovecraft – Road to L è un mockumentary Fantastico del 2005, genere assai raro nell’ultracentenario panorama della produzione nazionale.
Girato in inglese con la regia di Federico Greco (specializzato nel documentario e nell’horror) e Roberto Leggio, è ambientato tra i paesini e i casolari abbandonati sparsi nel remoto territorio del Delta del Po. E’ ricostuito in divenire il percorso di un fantomatico viaggio nel Polesine del celeberrimo scrittore statunitense H.P. Lovecraft (il quale in realtà, ma lo si afferma anche nel film, non si sarebbe mai mosso dal continente americano in tutta la vita).
Road to L può essere un metafora di qualcosa che sfugge, forse legata alla cultura locale diffidente, chiusa allo straniero, un po’ come il filò al centro dell’indagine, luogo di comunità e di paure, di suggestioni e di protezione, non del tutto positivo poiché custode di segreti mostruosi.
Ricorda vagamente la struttura narrativa di The Blair Witch Project (Myrick, Sanchez, Usa 1999) capofila di film del terrore girati con camera a mano, in stile gonzo, nei quali l’aura di autenticità del documentario (ancorché falso) amplifica le paure smontando la tradizionale cornice della finzione.
Tra l’altro, il film ha partecipato a festival di genere ad Amsterdam, Corea del Sud, Israele (al “Film Festival Cthulhu at Midnight”, non a caso), Argentina, Bilbao, sino al “The H.P. Lovecraft Film Festival” in Oregon, nell’ottobre del 2005.
Il film è acquistato dalla Minerva Pictures e disponibile dal 28 ottobre 2005, ma non risultano dati di circuitazione nelle sale, oltre all’anteprima a Roma durante il “Fantafestival”. Oggi è disponibile la visione in streaming a pagamento.

Tutto sommato è un buon prodotto, tentativo ambizioso e intrigante, nonostante qualche buco – voragine – di sceneggiatura (e un finale incartato alla bene e meglio).
Per appassionati.

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Leoni (2015) ***

Treviso. Al disincantato Gualtiero Cecchin – uomo di mezza età con qualche quarto di nobiltà da vantare – appartengono ambizioni imprenditoriali spericolate che, sommate alla poca voglia di lavorare, si risolvono sempre in fallimento. La sua fortuna è quella di essere il pupillo, ancorché tollerato, di una madre assai influente (Piera degli Esposti) che, nonostante sia inferma, tutto sa e tutto governa da una camera della propria sfarzosa villa.
Attorno alla famiglia Cecchin gravita il cupo Alessio, di professione vigile urbano, soprannominato dal cognato Gualtiero “capusso” per le sue evidenti qualità intellettive. Da tempo Alessio tenta di fare le scarpe agli Cecchin – che invidia e detesta – e dopo molti tentativi ha scoperto il modo per riuscirvi, grazie al fortuito intervento della camorra e di un crocifisso particolarmente reattivo.

Il paesaggio veneto, il passato contadino, la piccola imprenditoria in tempi di crisi, i luoghi comuni, la società di villa e quella multietnica, fanno da sfondo a una commedia brillante e leggera. Parolin scrive e dirige con mano sicura un’ottima sceneggiatura curata nei dettagli (rarità nel cinema italiano contemporaneo), valorizzata da un montaggio sapiente, riuscendo sempre a strappare un sorriso senza ricorrere a eccessive sofisticazioni.
Al centro della scena domina, incontrastato mattatore, un Neri Marcorè in salsa veneta, credibile nonostante le origini marchigiane.

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Aeroporto (1944) **

Tra la vigilia del 25 luglio e l’8 settembre del 1943, un gruppo di aviatori dell’esercito italiano sceglie di continuare la guerra sotto le insegne della Repubblica Sociale Italiana.

Sottotono nonostante le aspirazioni propagandistiche, il film allude all’attualità attraverso semplici associazioni visive (il calendario con le date evocanti l’arresto di Mussolini e il successivo Armistizio firmato da Badoglio con gli Alleati).

La pellicola è una delle poche di propaganda militare del periodo. Alcune scene sono girate nell’aeroporto Dal Molin, alla periferia nord di Vicenza.

Regia: Piero Costa. Produttore: Mariangela Nuvoletti. Produzione: Victoria Film. Sceneggiatura: Piero Costa, Alessandro De Stefani (non accreditato). Soggetto: Piero Costa, A. De Stefani (non accreditato). Fotografia: Gábor Pogány. Scenografie: Umberto Bonetti. Musica: Franco D’Achiardi. Montaggio: Gianni Vernuccio (non accreditato). Durata: 90’.
Interpreti: Antonio Lincetto, Armando Ferrara, Gualtiero Isnenghi, Anna Marazzini, Luisa Cei, Mario Sailer, Renato Malavasi, Riccardo Tassani, Piero Carnabuci, Elio Steiner, Carla Zanni, Carlo Minello, Attilio Dottesio, Silvio Bagolini, Anna Arena.

[Scheda pubblicata in “Vicenza e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2008, p. 225.]

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Rumore bianco (2008) *

Esercizio di stile assai esile e sfilacciato, tentativo di florilegio con ambizioni antropologiche (molto vaghe) dedicato alla varia umanità che si incontra lungo il tortuoso corso del Tagliamento, fiume che taglia, appunto, ma è anche via d’acqua che accoglie e dà cittadinanza a storie diverse tra loro.

I termini elegiaci di stupore partecipe paiono essere finalizzati alla rappresentazione di mondi diversi, di multiculturalismo, dall’età arcaica rappresentata dall’anziana contadina ai tuffi un po’ spericolati dei giovani d’oggi. Inoltre, utilizzando il multilinguismo dal friulano al tedesco, Fasulo (regista del più noto e premiato “T.I.R.”) tenta di dar voce alla complessità di un luogo che può essere tanti luoghi diversi a seconda degli interessi e dell’utilizzo che ogni singolo uomo sceglie di farne, ma lo racconta senza mai scalfire la superficie. Forse in modo cosciente, sfiora i personaggi e le loro attività, ma è una pratica deludente rispetto al preludio, alle aspettative che crea, giacché non riesce a coinvolgere lo spettatore.

Non basta, insomma, ispirarsi a Piavoli o a Olmi per portare a compimento un film “poetico” sulla natura e sull’uomo che la vive, la abita, e ne gode il rumore bianco, ossia lo sciabordio delle acque attratte dal mare, laddove un bozzetto rimane tale nonostante la cura – innegabile – della messinscena.

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Louisiana – The Other Side (2015) ****

“Louisiana (The Other Side)”, docufiction franco-italiana del 2015 diretta da Roberto Minervini, racconta la quotidianità di Mark (che si autodefinisce criminale e tossicomane), Lisa e Jim, messinscena per mezzo di riprese in stile gonzo, ossia: macchina a mano ravvicinata rispetto all’oggetto o al soggetto ripreso che amplifica nello spettatore la sensazione di assistere a una continua soggettiva (tipica, ad esempio, del cinema porno low cost) e quindi di essere “dentro” quel mondo registrato dalla cinepresa.
Minervini ritrae la realtà attorno senza mai indugiare nell’intervento moralistico. Ciò che fissa è la vita quotidiana fatta di espedienti, affetti, disagio, deformata dall’abuso di droghe sintetiche e alcolici di un gruppo di persone ascrivibili al vago insieme detto “White Trash”, gente di razza caucasica cui appartiene una scarsa scolarizzazione, che naviga a vista ben al di sotto della soglia di povertà. I White Trash sono parte dell’immaginario collettivo e mediatico statunitense (spesso ospiti nel salotti della TV del dolore, rappresentati in “I Simpson” – Cletus e la sua famiglia incestuosa, Nelson, la gattara mannara – o i tossici zombie nei serial “Breaking Bad”, “The Bridge” sino alla prima stagione di “True detective” nella quale hanno un ruolo ben più rilevante), visti e ritratti come la nemesi della nazione americana, anche in senso ironico e sarcastico, sembrano dare senso a un esorcismo collettivo: far sentire ‘salvati’ quelli che non rientrano nella categoria.
Ma l’ignoranza, l’abuso di alcol e droghe (spesso scadenti) che li condanna ai margini della società, li incattivisce e non è certo sintomatico di una condizione trascurabile, anzi, forse sono la quintessenza oscura degli Usa. Nonostante si pongano oltre la legge, Mark e i suoi amici e parenti esaltano la legalità, in una vaga prospettiva di supremazia cui sentono di appartenere oltre ogni evidenza fatta di indigenza. Emerge l’espressione di razzismo viscerale che ha come obiettivo estremo il loro peggior nemico, l’allora presidente Obama.
Questo documento straordinario è un viaggio allucinante, un incubo a occhi aperti sull’abisso della quotidianità di gente deformata dalla condotta di vita estrema. Tra tutte le figure dolenti, dantesche si potrebbe dire, ritratte quella della donna incinta che si fa iniettare una dose in vena – prima di esibirsi, in nudo integrale, tra i clienti sbronzi di un sordido locale di lap dance – è l’emblema tra gli emblemi che più colpisce (laddove non mancano altri esempi estremi).
Così come non mancano momenti di grande, genuina, umanità, dalle tenerezze, al sesso, dalle promesse d’amore all’evocazione di un futuro finalmente felice che non ci sarà mai, visto che quello è il regno dell’eterno presente, dove anche una nonnina si fa di psicofarmaci per tirare avanti.
Un film che forse non prelude l’avvento di Trump, ma in parte lo può spiegare, poiché è tutto da dimostrare che queste persone votino (considerando la complessità dell’esercizio del voto statunitense), ma sono parte vitale e rappresentativa di una minoranza che senza filtri dice e fa – specie nelle ultime scene – quel che il politically correct made in USA nei decenni recenti ha represso e a cui l’attuale presidente, a suo modo tribuno dei White Trash, sembra ostinarsi a dar voce.

Gran film.

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Apnea (2005) ***

Paolo, giovane giornalista sportivo ed ex schermidore, indaga sull’improvvisa morte di un amico trentenne, anch’egli con un passato nella scherma e divenuto col tempo imprenditore conciario. Il cronista ben presto scopre che la morte di un lavoratore immigrato è avvenuta in una conceria non in regola con le norme di sicurezza e che ciò è collegato alla scomparsa del conoscente. Nel frattempo Giordano, il proprietario della fabbrica, cerca di fermare Paolo.

Il film denuncia lo sfruttamento del lavoro di immigrati africani esposti a pericoli mortali dal cinismo di imprenditori senza scrupoli rispettando l’obbligato cliché, ma sottolinea anche la solitudine dei datori di lavoro che invece vogliono garantire le norme di sicurezza.

Ambientato, anche se idealmente, nella Valle del Chiampo, sede storica del distretto conciario vicentino, il film è girato in Provincia di Udine e per quanto riguarda i siti conciari ad Arzignano (fabbriche e dintorni). Alcune aziende della Valle del Chiampo e il Comune di Arzignano hanno collaborato alla realizzazione del film.

Il film è stato presentato in festival in tutto il mondo (Francia, Nuova Zelanda, Repubblica Sudafricana, Spagna, Usa), conta un titolo tedesco (“Apnea. Die Abgründe des Profits”), ma non ha avuto una distribuzione regolare, almeno non in patria. Anzi, Italia ha ottenuto qualche riconoscimento, tra essi e non a caso il premio “Bello & invisibile” conferito dalla rivista “Ciak”.

Regia: Roberto Dordit. Produttore: Francesca Cima, Nicola Giuliano. Produzione: Indigo Film, Rai Cinema, Istituto Luce (distribuzione). Soggetto: Roberto Dordit. Sceneggiatura: Roberto Dordit, Serena Brugnolo. Fotografia: Tommaso Brunori Borgstrom. Scenografie: Beatrice Scarpato, Maria De Fornasari (costumi). Musica: Paolo Buonvino, Pasquale Laino. Montaggio: Luciana Pandolfelli. durata: 93’.
Interpreti: Claudio Santamaria (Paolo), Fabrizia Sacchi (Monica), Michela Noonan (Chiara), Diego Ribon (Alex), Giuseppe Battiston (Renato), Elio De Capitani (Giordano), Emilio De Marchi, Emanuel Dabone, Enrica Rosso, Daniele Mauro.

[Versione integrata della scheda pubblicata in “Vicenza e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2008, p. 226.]

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La fine della notte (1989) ***

Due amici, Claudio e Vincenzo – abitanti in una cittadina veneta che allude ad Arzignano in provincia di Vicenza -, tipi solitari e abitudinari, passano molto del loro tempo libero assieme. Il primo (voce narrante) è un ragazzo con qualche problema di schizofrenia, che odia il posto dove vive, l’odore della concia delle pelli, il lavoro del padre agricoltore, e non sopporta di essere chiamato “matto”.
Vincenzo, più giovane dell’amico, è meccanico, ha venticinque anni e forse un sogno: aprire un’autofficina tutta sua per automobili di lusso.
Insieme vanno in giro in auto, un po’ dove capita, e lasciano scorrere le ore senza tanti discorsi. Vanno spesso a trovare un amico americano, Wayne, il quale poco distante ha allestito un parco per bambini in cui espone modelli di dinosauri di grandi dimensioni. Per arrotondare contrabbanda auto statunitensi e vende hashish. Per quest’ultimo motivo riceve le visite di Vincenzo.

Un giorno, però, i due amici vengono scacciati malamente da uno sconosciuto mentre stanno prendendo tranquillamente un po’ d’aria su un argine: è il padrone del posto. Claudio torna a casa, mentre Vincenzo medita la vendetta e dopo aver fatto l’amore con una ragazza (che lo invita al suo matrimonio), passa a prendere l’amico alle due di notte.

Decidono di andare a trovare il proprietario dell’argine per dargli una lezione. Questi li accoglie con un fucile, Vincenzo riesce a disarmarlo dopodiché lo picchia lasciandolo tramortito. Da questo episodio in poi scatta nel giovane un desiderio di fuga che è anche di rivalsa, forse piacere e che Claudio, pur confusamente, avalla. Al termine di quella notte si lasciano alle spalle due morti e molta paura. Quando infine i due giovani vengono individuati dalle forze dell’ordine, sono raggiunti da un numero esagerato di pattuglie dei carabinieri: Claudio viene arrestato, mentre Vincenzo si suicida.

Ferrario – al primo lungometraggio – trae spunto da un fatto di cronaca avvenuto nel giugno 1986 (che vide protagonista un giovane arzignanese), per raccontare una rabbia senza nome, una rabbia giovane per citare il titolo italiano del film di Terrence Malik, “Badlands” 1973, senza scopo in apparenza, sorta di delirio di onnipotenza frutto di un male infantile, infine banale, nonostante i tragici risultati. La critica alla società, giudizi o moralismo rimangono sottotraccia. Il film è girato tra Arzignano, Chiampo e alcune località lombarde lungo le rive dell’Adda.

Regia, soggetto e sceneggiatura: Davide Ferrario. Produzione: Pagnoli Film. Fotografia: Robert Schafer. Scenografie: Franca Bertagnolli. Musica: Daniel Bacalov. Montaggio: Michael Essex, Elena Laurenti, Jacopo Quadri. Assistente alla regia: Adriana Monti. Durata: 90’.
Interpreti: Claudio Bigagli (Claudio), Dario Parisini (Vincenzo), John Sayles (Wayne), Adriano Micantoni (il vecchio Ricci), Giovanni [Lindo] Ferretti (Giovanni Ricci), Mario Valdemarin.

[Versione integrata della scheda pubblicata in “Vicenza e il cinema”, a cura di A. Faccioli, Marsilio, Venezia 2008, pp. 231-232.]

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Io sono Li (2011) ***

Storie d’oriente d’Italia e d’Asia raccontante per mezzo di punti di vista stranieri, femminili e maschili, di pescatori che osservano e vivono la società italiana odierna. Speranze dalle fattezze umane provenienti da città diverse con un denominatore comune: come Chioggia, Pola e la città costiera della Cina luoghi di origine dei due protagonisti, si affacciano sulle acque, siano esse laguna o mare.
Uno dei possibili fulcri attorno ai quali ruota il film è dato dai concetti di genitorialità e lontananza, in un gioco continuo di riflessi d’acqua, specchi che rivelano, confrontandole, immigrazioni recenti e inintegrabili – in un caso il distacco è voluto dai cinesi stessi – e più antiche, ad esempio provenienti dalla vicina Ex Jugoslavia ed entrate a far parte del tessuto connettivo della vecchia Chioggia, dopo chissà quanta strada, difficoltà, prove.
 
La gestione della dimensione dell’osteria tradizionale veneta (luogo di chiacchiere e di umori e timori popolari, di confronto e di “politica”) rappresenta oggi il salto di qualità culturale della ristorazione cinese, prova di mimetismo per quanto improbabile, che arriva a essere presente con la discrezione di ombre proiettate da un altrove lontanissimo, nel cuore della cultura sociale popolare, oramai frequentata solo da vecchi e pensionati, oltre che qualche perdigiorno.
In prospettiva si intravede anche una sostituzione culturale forse dai confini sfocati, ma è comunque sia una prova di tolleranza, per quanto ambiguo sia il significato di questa parola. Tolleranza fino a qualche tempo fa impensabile che va a toccare i vaghi ma sacri (almeno secondo certa retorica politica) connotati dell’identità autoctona.
 
Segre racconta le avanguardie di un tentativo di integrazione (parola totemica) mentre sorgono, soccombono e infine si arrendono alle regole non scritte di una fredda convivenza parallela tra cinesi e italiani. I due protagonisti che rappresentano in qualche misura il passato e il futuro, sopravvivono solo separandosi ai loro aguzzini, ma rimanendo legati al ricordo reciproco, stretti nonostante le avversità ai valori di fondo che non hanno nazionalità, confini, così come gli affetti (l’amore, probabilmente), sicuri di aver soltanto anticipato i tempi.
L’inevitabile, oltre ai piccoli amorevoli doni fatti di gesti e parole poetiche, è anche – se non il razzismo – l’emersione del sospetto e la diffidenza dei locali nei confronti dello straniero, sospetti che si intrecciano al bisogno dei capi del commercio cinese di mantenere una presenza lieve sul territorio, pur essendo attivi nel cuore verace di Chioggia, ossia l’osteria Paradiso, frequentata da gente non sempre disposta a riconoscersi nell’immigrato, ma che ora già occupa l’altro lato del bancone da proprietario.
 
Dal punto di vista formale la fotografia di Bigazzi valorizza con il calore che la contraddistingue la tenerezza di un acquerello in continuo movimento, che culla lo spettatore in un flusso continuo di immagini, gesti, volti, parole. La luce calda di una lanterna cinese, o una candela che galleggia su acque scure illuminando i volti di chi la guarda è un punto di forza iconico del film.
Ciò che rischia di esacerbare il tocco poetico che contraddistingue il racconto è il finale, fin troppo plateale e forzato, che spinge più in là la linea di verisimiglianza cui aveva abituato lo spettatore, stonando.
 
Cast di tutto rispetto: oltre i due bravi protagonisti Zhao Tao e Rade Serbedzija, buone le performance di attori veneti di grande spessore, da Paolini, a Citran sino a Giuseppe Battiston.

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L’estate di Giacomo ***

Se il titolo allude a una nuova estate rohmeriana del cinema (l’ennesima), viceversa il film traduce la pur cristallina ispirazione al maestro francese in una docu-fiction che sorprende per pulizia del racconto lineare e simmetrico. Il film è nitido pure nelle idee messe in scena attraverso ritratti di persona riquadrati dalla realtà da una macchina da presa in un continuo corpo a corpo ravvicinato, se non serrato. Cifra che in questi anni ricorda, ricalca (nobilitandola), la miriade di immagini in stile gonzo nelle quali siamo immersi come utenti e spettatori.

Giacomo, bell’adolescente friulano ipoudente, vive un’estate a contatto con la natura, con la musica, con l’ozio, con la compagnia, con la noia, con l’amore. Come lui molti altri ragazzi che vivono fuori dal recinto cittadino, in un rapporto diretto – non mediato – con il paesaggio che è corpo, esuberanza, sperimentazione, bisogni e pulsioni da saziare, necessità forse, vuoti da riempire possibilmente in fretta. Ma è anche musica, ricerca di suono, di riproduzione di esso, che per Giacomo in particolare hanno valore vitale ed espressivo assoluti.

Senza anticipare troppo, il percorso è diviso in due parti e in entrambe al suo fianco ci sono altrettante ragazze. La prima gli rimprovera il suo non apprezzare le piccole cose, una sorta di frammento di discorso amoroso che viene da lontano; la seconda vive il suo “problema” con naturalezza, con il sorriso sulle labbra, e pare aprire a una nuova fase, meno conflittuale della precedente, che scorre in un alveo fatto di riflessi e somiglianze.

Ma forse è anche un racconto del e sul Nordest, tra ozio e negozio, un episodio parte di una raccolta di racconti per immagini in movimento che, con altri titoli dell’ultimo quindicennio, popolano poco e male come meteore le sale cinematografiche.
Tra i molti esempi possiamo citare la docu-fiction dedicata a un fiume importante come il Tagliamento intitolato “Rumore bianco”; l’inconsueto e stimolante mockumentary (falso documentario) thriller “Il mistero di Lovecraft – Road to L.”; l’intenso racconto di Segre “La mal’ombra”; l’apocalittico “Piccola patria”, film a tesi che ha ricevuto attenzioni al di fuori del perimetro veneto, per quanto promotore di una visione pregiudiziale e stereotipata; sino a fiction di ampio respiro come il bel film di Salvatores “Come Dio comanda” che ambienta nel Nordest una storia che ambisce all’universale. Film che hanno provato a inserire un dito nella piaga culturale, vera o presunta che sia, chiamata Nordest, la grande periferia irrisolta – per molti versi sempre in cerca d’autore – della nazione italiana.

estate di Giacomo

Crediti:
http://www.tuckerfilm.com/film/lestate-di-giacomo.html

Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti:

Locarno Film Festival 2011 – Pardo d’oro Cineasti del Presente – Premio George Foundation, Svizzera
Festival dei Popoli 2011 – Menzione Speciale Giuria Concorso Internazionale e Premio Cinemaitaliano.info – CG Home Video, Italia
Belfort International Film Festival 2011 – Grand Prix du Jury and Prix Documentaire Grand Ecran, Francia
SulmonaCinema Film Festival 2011 – Ovidio d’Argento per il miglior film, Italia
Jeonju International Film Festival 2012 – Woosuk Award/Grand Prize International Competition, Corea del Sud
IndieLisboa 2012 – TvCine Distribution Award, Portogallo
Gallio Film Festival 2012 – Premio come miglior attrice a Stefania Comodin, Italia