Fargo III stagione (2017) ****

[Attenzione: spoiler]
Il più cinematografico tra i serial in circolazione è, forse, “Fargo” definibile un film a lunghissimo metraggio. Non solo per la filiazione all’omonima pellicola (c’era ancora, all’epoca, la pellicola) dei fratelli Coen, ma anche per i meccanismi narrativi che sono propri della serie giunta nel 2017 a completare la terza parte.
La terza stagione è prossima ai nostri giorni rispetto alle altre, giacché i fatti narrati si collocano tra il 2010 e 2011, e si apre e si chiude con un interrogatorio.
La terza stagione è prossima ai nostri giorni rispetto alle altre, giacché i fatti narrati si collocano tra il 2010 e 2011, e si apre e si chiude con un interrogatorio. Da un lato uno surreale e terribile, ambientato nel 1988 in un ufficio spartano dell’altrettanto spartana Berlino Est, ad opera di un gendarme sovietico – come indica l’inequivocabile falce&martello su stella rossa apposto sul colbacco – ai danni di un cittadino, o meglio suddito, tedesco orientale. L’omega della stagione è invece rappresentato da un interrogatorio in un carcere statunitense, con protagonisti il nuovo “vilain” (cerebrale, coltissimo, bulimico, diabolico, assassino ed eccentrico) – tale V.M. Varga – e Gloria, poliziotta disincantata quanto incuriosita, stretta tra delusioni matrimoniali, fallimenti professionali e lutto familiare, coprotagonista di questo terzo capitolo. Il duello termina con un cliffhanger in piena regola e un orologio che sfuma nell’oblio. Chissà se avremo mai soddisfazione di quel duello verbale che vede da una parte un giocoliere, colto millantatore, dall’altra una donna concreta, pragmatica, che non si accontenta di quel che le fanno vedere gli altri.
Se di Varga sappiamo che mangia e vomita e si provoca dolorose ferite alle gengive e ai denti corrosi dai succhi gastrici, di Gloria notiamo che è alle prese con il caso del proprio patrigno morto ammazzato a causa di una omonimia (Stussy, peraltro uno pseudonimo). Uomo burbero dal passato misterioso, ed è impensierita da un racconto di fantascienza con protagonista un pinocchio-robot millenario, portatore di significati insidiosi, deprimenti e pessimisti. Ad un certo punto riceve in dono un marchingegno che si spegne da sé una volta acceso, così come fa il robot nel racconto (animato: bellissimo) che turba i suoi sogni e che rimane, per ora,  senza risposta. Ma in questo realismo magico gli alieni – l’abbiamo scoperto nella seconda stagione – sono pronti anche a intervenire, dunque si tratta di pazientare, forse. Così come si tratta di capire come mai il cadavere del suo patrigno sia stato ritrovato con la bocca e il naso incollati, accanimento incomprensibile di per sé, nonostante il sicario fosse parecchio balordo e mentalmente disturbato.

Abbiamo finalmente la consacrazione di un personaggio-serie, minimo comun denominatore almeno fino a qui, Mr. Wrench interpretato da Russell Harvard, è un super-uomo super-menomato, un eroe degno della poetica del disastro, creatura simbolo di un mondo demiurgico, difettoso, proprio dei Coen nonché prima di loro di rabbini di tradizione yddish, più creativi del creatore che arrivano a evocare la reincarnazione degli uomini defunti in animali, tra l’altro, o il limbo cui sono condannate le vittime di una strage in un villaggio ebraico ucraino, uno dei tanti Pogrom che precorrono la Shoah. Mr. Wrench, infatti, appare in tutte e tre le stagioni (sì, anche nella seconda, seppure brevemente) il quale è la possibile chiave di lettura, tra i tanti indizi, ma lo scopriremo solo vivendo.

Abbiamo ormai inteso che donne e uomini godono di pari gerarchia nel triplice racconto.
Siamo dinanzi a uno sdoppiamento dal sapore divistico di Ewan McGregor che ritroviamo da una parte rivestire i panni Emmit il vincente – la sfinge capitalista dal sorriso di plastica – dall’altra la vittima designata, Ray il fallito, personaggio irrisolto in cerca di autore, perciò marionetta in pectore, che morirà così come ha vissuto di frustrazione: a causa di suo fratello. Anche se la serie ruota attorno a queste due facce di una stessa medaglia, anzi di un francobollo oggetto di contesa, i fratelli Stussy risultano essere i personaggi meno intriganti della III stagione di “Fargo”, proprio per la loro prevedibilità e inconsistenza (sia chiaro: entrambe volute e sapientemente guidate dagli sceneggiatori).
La donna forte è Nikki, cerebrale come il suo antagonista Varga (non a caso morirà colpita in fronte, nonostante sia scampata più volte alla morte: dalle gravi percosse subite, allo spettacolare incidente stradale, entrambi a opera degli scagnozzi di Varga, che rimandano se si vuole alle mirabolanti avventure della “sposa” creata dalla coppia Thurman/Tarantino nel dittico “Kill Bill”). Nikki è tanto una bellissima ragazza cosciente delle proprie qualità estetiche che sa sfruttare alla bisogna, quanto risoluta enigmista (è una giocatrice esperta e vincente), attenta osservatrice dell’animo umano e fredda assassina, che pare essere venuta al mondo per vendicare i torti subiti da lei a dal suo amato Ray. Un angelo della morte per i vari prepotenti o assassini che di volta in volta sfida usando ogni tipo di mezzo. Illecito e criminale, ovviamente.
Tra i comprimari di rilievo c’è Yuri, licantropo ucraino, predatore discendente di predatori (antisemiti) di un’Ucraina da incubo: è lui il convitato di pietra di quell’interrogatorio-farsa nella Berlino Est di ventidue anni prima, ma legato a lui c’è un ultimo ospite speciale interpretato da Ray Wise, noto al grande pubblico per il ruolo di Leland Palmer, che ricorda nonostante le notevoli differenze il Roland Turner interpretato da John Goodman in “A proposito di Davis” (“Inside Llewyn Davis” di Joel ed Ethan Coen 2013), ma che pare anche un omaggio (chissà che non sia un abbaglio) al redivivo David Lynch seriale del coevo Terzo Tempo di “Twin Peaks”. Ray interpreta un ebreo saggio all’apparenza, messaggero mistico che viene a dare nuove motivazioni (per quanto misteriose e complesse) sottoforma di linguaggio metaforico-biblico a Nikki e mostra il giudizio dei morti (ebrei) del passato ucraino a Yuri, nell’ultima – ultima? -, apparizione del licantropo.

Dai, che un anno passa in fretta.
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House of Cards – Quinta stagione (2017) *

18738950_1382258178463611_8175220755558464470_oIl declino della serie che ha fatto la fortuna di Netflix (Italia esclusa) è inesorabilmente lungo come quello dell’impero americano ivi messo in scena.
Annaspa di episodio in episodio nelle verbose sequenze claustrofobiche al chiuso di stanze, corridoi, scale di servizio, luci artificiali, talpe e spie, governate da meccanismi burocratici sempre più inverosimili e noiosi. Ossia azioni che continuano a riprodursi per gemmazione, con lo scopo di allungare il brodo per allontanarsi dalla concorrenza e dal paragone con Trump (ma su questo punto torneremo alla fine).

C’è da dire che formalmente gli episodi sono sempre lussuosi, ben diretti da alcuni registi che provengono dal cinema (è il caso di Agnieszka Holland che ne firma due in questa stagione).
Cari Frank e Claire, siamo affezionati talmente che avevamo già capito – tutti – sin dalla Terza stagione, che la dittatura di velluto marcata Underwood sarebbe finita nel talamo nuziale (seppure frequentatissimo), allo scontro finale tra voi due.
La consorte angelicata lo è in quanto luciferina e da quando si lascia andare al cameralook facile si confessa agli spettatori, attraverso lo stargate privilegiato che toglie di volta in volta ogni minimo dubbio. Ammesso che ce ne fosse qualcuno ancora in circolazione. Finalmente anche Claire si è laureata assassina spietata, ella stessa come l’illustre marito. Ma l’uccisione del cavalier servente esistenzialista-mollaccione è talmente penosa e manierata (e involontariamente comica) da far sperare di dimenticarla al più presto. Così come è irritante anche la scomparsa (momentanea) di alcuni personaggi chiave, nonché la figura di cartone del segretario di Stato Durant – né carne né pesce – che viene spinta giù dalle scale dal presidente per poi svanire nell’oblio: sono cose che lasciano quasi inteneriti.
Dove siamo finiti?
La tipica telenovela brasiliana era più attenta a mantenere nel tempo gli standard, per non disorientare troppo lo zoccolo duro, invece qui pare abbiano tentato di cambiare troppo per non cambiare nulla, gattopardeschi al midollo.
Il sesso per Frank è sempre meno presente (forse il Potere presidenziale l’ha sostituito? chissà?) e quando c’è è superfluo, giustapposto, così come il torbido ha lasciato il posto al prevedibile.
La recitazione di entrambi i protagonisti è ai limiti sindacali dell’impegno: una coazione a ripetere di smorfie, anzi mezzesmorfie, che ne fanno maschere prive di fascino, appiccicate ai volti come i capelli di plastica di Kevin Spacey.
Per il resto, valgono i dubbi già espressi per GoT (e altre serie), soprattutto riguardo l’ultima stagione, risollevatasi – tra morti eccellenti e scene di massa -, solo nei tre episodi terminali.
Per il resto siamo dinanzi a un manifesto accanimento.

La risposta più banale per questo annacquare senza sosta e senza ritegno (ossia: segui i soldi e capirai perché si allunga il brodo), non basta forse a comprendere come mai questa estenuante Quinta stagione non sia stata l’ultima della serie. La fuoriuscita anzitempo di Beau Willimon, giovane sceneggiatore non ha certo giovato e forse ha rivelato che non fosse nei patti arrivare addirittura a una sesta, ipotetica, stagione.

E’ colpa dell’effetto Trump?
Forse la realtà sta superando qualsiasi possibile sceneggiatura su Washington e dintorni? Forse che sì, forse che no.
Ammettiamolo: vorremmo tanto che Trump fosse un Gran genio del male, invece non è niente di ché (a Reagan, cui è stato frettolosamente paragonato, non lega nemmeno le calighe). Almeno per ora (un brivido corre lungo la schiena), dunque Underwood può stare tranquillo, se sconta qualcosa sconta i propri errori, le proprie stanchezze e le proprie ridondanze.

Insomma. L’ultima curiosità che rimane viva nello spettatore più affezionato/masochista si fonda in una sola domanda: ma come la chiuderanno?