The Young Pope ****

Premessa non peregrina (e necessaria)
Bisognerebbe aspettare, forse, qualche mese, prima di scrivere una recensione dedicata a un serial così complesso e anomalo, al contempo coerente con il percorso cinematografico di Sorrentino. Bisognerebbe saper aspettare, per favorire una decantazione seria, al fine di capire se tutto quest’oro è liquidabile quale citazionismo à la “Grande bellezza” o come pare – per ora almeno, ma non risvegliatemi se sto sognando – un vero salto di qualità che è mancato del tutto al film premiato con l’Oscar (che non ho apprezzato se non per il lungo piano sequenza sul Tevere che chiude il film). Pazienza, aspetterò una prossima volta.

Il soggetto è affascinante, spiazzante, folle, verisimile e inverosimile, ma compresso e vigilato per non infastidire troppo il superio dello spettatore sempre in cerca di incongruenze o errori.
Gli attori sono molto ben calati nei ruoli, Sorrentino li dirige sapientemente ma non è una novità, la fotografia di Bigazzi è la garanzia, essa genera piacere vero per gli occhi: è una luce talmente plastica da risultare palpabile (non papabile).

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I dolori del giovane papa
Ma a parte tutto, qual è il problema di The Young Pope?
Il problema, forse, è che problemi non se ne trovano, nonostante la complessità del racconto per immagini.
Ma andiamo con ordine.
La regia è magniloquente, forse troppo per un prodotto pensato per il piccolo schermo?
NO. Anzi.
I dialoghi talvolta risultano incartapecoriti, scontati e sciatti come nella tradizione della peggiore fiction TV italiana?
NO, è un prodotto internazionale che non crea imbarazzi, scivola via senza colpo ferire. Qualche didascalismo di troppo è presente, ma non lascia segno perché non risulta pretestuoso, ma funzionale.

TYP è un serial dedicato al potere e all’impotenza che rievoca le narrazioni altrettanto grottesche e spiazzanti presenti in House of cards, che pare venga spesso chiamato a modello di riferimento con piccole ma frequenti citazioni (la palestra, le visioni, la sigaretta, il cameratismo, la solitudine del Capo).
Ma quello che travolge Pio XIII è un potere che arriva da molto più lontano (e molto al di là del terreno) di quello americano. E’ un potere antico che sembra in procinto di schiantarsi al suolo, sotto i colpi della modernità, ma intuiamo che difficilmente toccherà terra in questo secolo, o addirittura in questo millennio. La Chiesa è precariato votato all’eternità. O così pare: magari tutto è già caduto da tempo e non siamo disposti ad accorgercene, ad ammetterlo.
E ancora, la coltre di fumo attorno al pontefice è tale da rendere tutto indistinguibile, sospeso in una sorta di eterno presente, dimensione parallela nella quale il tempo scorre in modo diverso, molto più lento, da quello del resto del mondo. Quello che cambia sono le facce, le visite, gli incontri, gli abiti le insegne magnifiche riverbero del potere del pontefice barocco reincarnato.

[Da qui in poi: Spoiler]

Vero divo & vero uomo
Pio XIII è la reincarnazione non solo nominale ma anche vagamente fisiognomica, almeno nel corpo affusolato e diafano, di Pio XII. Eugenio Pacelli il principe carismatico, populista e grand’attore che era solito – così come Lenny -, aprire le lunghe braccia a creare una figura coreografica, una Ypsilon che è sia croce, sia ali della colomba bianca.
Anzi, è una fenice bianca, abbacinante, che risorge sulle macerie e sulla miseria mondana e personale, tra aspettative ultraterrene e terrene che si traducono nell’attesa di un padre e di una madre, che sono sia dio o sia i genitori biologici che lo abbandonarono da bambino.
E’ il nuovo messia, costui? La soggettiva finale lascia adito a.

Pio XIII – l’orfano prescelto – ricostruisce il ponte (pontefice non a caso) con i simboli eterni del potere papale – che ricordano anche il tentativo ancien régime simboleggiato dal camauro indossato da Benedetto XVI/Ratzinger.
Il papa divo (il divismo del potente/del potere è un vecchio rovello di Sorrentino), il papa mediatico, il papa uomo, bambino, senza radici (le radici sono importanti, cit.), affascinante, troppo bello e giovane per essere papa. Il papa “imprenditore” concreto & americano, più moderno e al passo coi tempi di quanto siamo disposti a credere, proprio per le sue capacità mimetiche, si confronta con il fantasma di Wojtyla, altro divo mediatico, citato spesso nel corso del serial e presente al termine della (bellissima) sigla con l’apparizione (in stop motion!) della celeberrima statua La nona ora (2001) di Maurizio Cattelan.

Freak Show Vaticano
Tutt’intorno a Lenny/Pio gravitano personaggi italianissimi, debiti felliniani, grotteschi, caricaturali, piccoli fisicamente e moralmente, umani troppo umani come il Cardinale Voiello, scafato, espressione di un’intelligenza luciferina che ricorda quella di un Giuda al lavoro per cogliere in flagrante un uomo risoluto come il Cristo della spada del Vangelo secondo Matteo, ma roso da dubbio come il Cristo nel Getsemani. Poi il corollario degli americani, da Suor Mary (non a caso), al cardinale che avrebbe voluto essere papa, all’amico fraterno, sino all’arcivescovo pedofilo, complessati, mondani, sensuali, contorti e – ovviamente – pragmatici, ma talvolta testimoni del sovrannaturale rapporto di Lenny con l’Ente supremo.
Il girotondo di vecchi prelati e della suora è parte di un circo, anzi di un vero e proprio freak show che crea uno scompenso e subito dopo un equilibrio con le solennità, e le bellezze vaticane e la giovinezza candida e severa del pontefice-faraone.
Ma è il peso dei millenni, della verità rivelata e di nuovo confusa, le responsabilità dello spettacolo del potere papale e della curia sempre in giardino tra giovani suorine che si confondono con i candidi panni che stanno stendendo, sono essi alla base del serial.

Il sogno e l’incubo
L’attività onirica del pontefice è centrale sin dal primo episodio e riverbera nell’alfa e omega, il potere (necessario) e la seduzione del potere, la gestione marcia della carità (la suora in Africa) e la gratuità, la differenza tra la verità e la Verità (il caso del veggente Pettola). Infine l’incertezza, anche sessuale (la statua della Venere preistorica come pietra di paragone, l’omosessualità come oggetto ignoto da rifiutare e allontanare) vengono via via messe in crisi e poi a posto, un nuovo posto, e talvolta terminate, anche brutalmente.
Così come la suora madre acquisita; il cardinale padre acquisito; il fratello prelato acquisito; Pio il figlio acquisito sono il surrogato della famiglia perduta e che non potrà mai avere, ecco che nella seconda fase della vita i ruoli familiari vengono sostituiti e colmati con l’amico fragile, gay e alcolista guadagnato alla morte, che lo può aiutare a fare i conti con i fantasmi dei genitori biologici, tutti costoro – compresi i cardinali membri della Curia – riprendono la loro dimensione di qua o di là della linea posta dal divino, appena prima che si compia quello che pare essere il disegno ultraterreno e umano troppo umano a un tempo, svelato da una soggettiva onnisciente: dal particolare all’universale.
Soggettiva che in gergo cinematografico si definisce dello “spettatore-dio”: colui che tutto sa, non a caso.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

2 pensieri riguardo “The Young Pope ****”

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