La pelle dell’orso ***

Secondo la mitologia, il vello d’oro, ossia la pelle intera di un ariete alato, aveva il potere di guarire le ferite. Pure al vello dell’orso, titolare del film di Marco Segato – documentarista che si cimenta in un lungometraggio di finzione – appartiene un potere di guarigione, ma di ferite molto profonde. Piaghe nascoste nei risvolti di un rapporto non risolto tra un figlio quattordicenne, maturo anzitempo, e un padre rimasto crisalide, più montanaro dei montanari, che risponde al nome di Pietro Sieff.
Giorno dopo giorno, senza esserne cosciente Pietro – e il suo male di vivere oscuro – attira a sé il figlio che, al contempo, tenta di respingere, per un senso di vergogna mascherata da posa burbera e scostante. Siamo nell’immediato secondo Dopoguerra, in un paese di alta montagna pressoché isolato, popolato da cavatori e allevatori di bestiame: una vita dura sempre uguale, almeno all’apparenza.
Pietro, che oggi lavora in una cava, ha conosciuto le durezze della guerra e della galera. E’ un assassino – assassino passionale, diremmo oggi – tornato in libertà dopo aver scontato la condanna. Durante la guerra, la moglie – una Penelope fragile appena tratteggiata dal ricordo dei testimoni – accoglie nella casa vuota un altro uomo, forse un balordo che Pietro uccide, di ritorno dal conflitto. La tragedia spinge la donna, rimasta sola anche per l’arresto del marito, a suicidarsi, abbandonando al proprio destino Domenico, il figlio ancora in fasce avuto da Pietro.
Una volta tornato a casa, Pietro adotterà nei confronti del ragazzo atteggiamenti contraddittori, al quale l’adolescente paziente e amorevole – ma come può esserlo un montanaro altrettanto taciturno e schivo – contrappone la sua presenza in forma di ombra e di discreto angelo custode.
Il figlio percepisce l’abisso del padre anche se non sa bene che cosa l’abbia creato, ma – al contrario di tutto il paese che lo maltollera e maltratta – egli vuole proteggere Pietro e non solo perché coinvolto per motivi parentali. Solo così Domenico potrà sapere chi è, e da dove viene, per poter cominciare a camminare con le proprie gambe.

***

Una sera, all’osteria, si discute di un orso feroce che di recente ha ucciso una vacca nella stalla del paese. L’orso ispira a Pietro una possibilità di riscattarsi – almeno economicamente – e si propone di ammazzarlo, unica risoluzione sulla quale tutti gli uomini del posto concordano per liberarsi del flagello. Conoscendo il carattere guascone – sostenuto dall’alcol – dell’uomo, il proprietario della cava, nonché suo padrone, sfida Pietro a uccidere la belva per 600 lire (salario annuale di un cavatore) cifra che, in caso di fallimento, si tramuta in un anno di lavoro senza compenso. Pietro accetta, spavaldo e orgoglioso, e senza dire nulla a Domenico si mette sulle tracce del Diavolo, il nome che la bestia si è guadagnata in anni di scorribande. Venuto a conoscenza della scommessa, Domenico si mette a propria volta sulle tracce del padre: il ragazzo imbraccia un fucile, arma che sa usare per diletto, dotato di buon mira, all’insaputa di quasi tutti (del padre di sicuro).
Nel suo cammino silvano, Domenico incontra una donna misteriosa, figura catartica e simbolica quanto l’orso, abitatrice delle foreste, personaggio reale senza tempo – anche se legge “Grand Hotel” e indossa i Persol all’ultima moda -, sorta di “anguana” diremmo nel Nordest: ninfa dai poteri benefici e al contempo personificazione dell’erotismo e del desiderio. In sua presenza, padre e figlio si incontrano di nuovo – forse per la prima volta nella vita – all’interno di un forte abbandonato della Grande guerra. Come due animali diffidenti perché entrambi feriti si annusano per rimandare la resa dei conti a un altro momento. Così come farà l’orso con loro, poco dopo.
Il momento del confronto arriva dopo l’intervento di una Natura leopardiana, sottoforma di una vipera che morde il padre. Forse per la febbre scatenata dal morso velenoso della serpe, forse per le tossine entrate in circolo nel corpo di Pietro, l’evento fa sì che dopo timidi approcci – cui scappa anche un sorriso e uno scherzo – l’adulto possa lasciarsi andare (sempre con parole contate e ponderate, ma pesanti come il piombo) per raccontare al giovane la sua versione dei fatti, di come andò quella volta che uccise il suo rivale e di come sua madre decise di morire.
L’epilogo del film mette assieme i pezzi – non tutti, ma i più importanti di certo – della vita del genitore e del figlio, che riusciranno a unirsi in uno scopo comune contro la paura di vivere, ritrovandosi finalmente, poco prima che il destino si compia.

I punti di forza del film risiedono nel volto carismatico di Paolini, nel suo raro (almeno al cinema) ruolo di protagonista; nelle ambientazioni impareggiabili valorizzate dalla fotografia di Daria D’Antonio; nella messinscena di una Wilderness che mette a nudo un trapper-scout nostrano, rude – come si conviene nella letteratura americana di riferimento -, in una condizione di natura estrema; la presenza degli animali è usata con grande senso della misura (il diffuso confronto – scherzoso – con un recente film hollywoodiano non regge, tra l’altro, proprio per questa capacità sottrattiva che Segato predilige), che il regista ha definito presenza “di verità” nel film di finzione, che regala al pubblico momenti di emozione e di meraviglia genuine.
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[da qui spoiler]
Qualche problema è evidente nelle ultime battute del film – quando il ragazzo va a riscuotere il premio dal padrone della cava – scena assai delicata trattata forse in modo didascalico. Qui più che altrove il problema è però associato alla recitazione, in difetto e in eccesso, dei due interpreti messi a confronto, fatto che evidenzia il vulnus. Altri problemi recitativi emergono qua e là, ma si notano gran poco, trattandosi di un film votato al silenzio (o almeno così pare).
Viceversa, oltre alla citata fotografia e alla regia, ciò che sorprende è il senso del ritmo, sostenuto e curato, raro in un film italiano, merito di un montaggio sempre coerente con la narrazione che permette di assaporare sia quadri montani en plain air à la Segantini, sia i volti nella notte scolpiti dalla luce di un De la Tour – ma mai leziosi -, e al contempo di vivere le ansie e le angosce dei protagonisti umani e non.

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Info: http://www.jolefilm.com/produzioni/cinema/la-pelle-dellorso/

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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