Stranger Things (2016) **(*)

Nel dettaglio: tre asterischi pieni per la produzione, fotografia, montaggio, regia e interpreti; un asterisco in meno per questioni di fondo, di un certo qual conformismo della messinscena, deludente, che tenterò di spiegare.

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Il serial si fa amare in maniera più che ruffiana, strusciandosi addosso allo spettatore con un immaginario nerd più o meno noto, più o meno da manuale (pur non essendo un amante dell’horror anni Ottanta per motivi di fifa, ne conosco proprio per la fifa tic, maschere, cliché), con derive nostalgiche un po’ intossicanti. Forse questo è un dato legato alla biografia dei due autori/registi, i gemelli Matt e Ross Duffer, classe 1984, e a un immaginario cinefilo e letterario che omaggiano ampiamente senza mai problematizzarne, viceversa, l’approccio estetico. Ma evidentemente ciò non nuoce al serial se riesce a catturare l’attenzione del pubblico, anche quello più anziano che gli anni Ottanta li hanno vissuti in prima persona, oltre che della critica.

Durante la visione ho potuto distinguere due centri di attenzione, il livello del piacere, che nel mio caso è rimasto costante lungo tutti e otto gli episodi, e quello razionale/critico che però non si è accontentato del calligrafismo, del manierismo e delle citazioni.
Sono livelli che raramente hanno combaciato durante la visione – parlo sempre per me – ma che non hanno impedito il godimento di alcune trovate più di altre, nonché di sorridere di quel cinema che viene omaggiato per mezzo di una serie di Wally che spuntano qua e là tra i personaggi e le tenebre.

La riserva riguarda soprattutto il conformismo di fondo che con l’attenuante del registro, come sempre accade, scivola via o deve scivolare via.
E’ un vecchio tema questo, presente nel dibattito critico caratteristico degli anni Ottanta: con il paravento della guerra fredda si puntellava l’approccio semiologico rispetto ai film utilizzando il gioco degli opposti schieramenti ideologici, esacerbandolo e mandando al macero ogni questione di fondo, disinnescando anche gli aspetti che a trent’anni di distanza si vedono, forse, meglio. Ma a differenza di allora, oggi si può tentare di traguardare oltre le griglie, finalmente. Basterebbe volerlo.

Da una parte emerge un plot che è costruito sul modello di un vecchio meccanismo sperimentato e ben oliato, verisimile, che dà piacere perché tutto ritrova il proprio posto, calibrato nei tempi e nei modi, le sorprese non sono mai tali, mai fino in fondo, intendo. La regia è al servizio della storia, gli interpreti sono notevoli (Winona Ryder e i giovani protagonisti sopra tutti), nonché l’uso sicuro dei diversi piani e spazi narrativi: il presente, il sottosopra, il “flashback”, non mi pare di avere colto sbavature se non nella vicenda di Barb che si disintegra al confronto delle altre ben più strutturate.

Ma una povertà di fondo persiste nel piacere di “riconoscere”, ritrovare somiglianze, dal sosia di River Phoenix, al potente influsso di Stephen King e Steven Spielberg, ai film della nostra infanzia con la celebrazione dell’amicizia infantile e dell’amore adolescenziale che redimono. La chiave di volta è nel “solo uniti ce la faremo”, dando conto per contrasto civettuolo all’adagio di tutte le trame degli horror à la Raimi (ossia “ragazzi: ora dividiamoci e…” ecc), delle pose ‘liberal’ che tentano di dare una risposta alternativa al reaganismo e all’edonismo di quegli anni rampanti, ma anche di nuova caccia alle streghe e di trionfo dell’elettronica.

Così via si arriva a riconoscere le tute gialle di “2001 Odissea nello spazio” che illuminano gli innumerevoli easter eggs che arricchiscono un soggetto che pare scritto da un Lewis Carroll che ha preso l’acido sbagliato, all’onnipresente Spielberg, alle citazioni insistite (che fatica!) di “Star Wars”, alle più riuscite eco delle atmosfere dei film di John Hughes e ai suoi figli di papà ribelli, sfrontati, un po’ psicologi e paraculi.
Ovviamente “Stand By Me” e  il racconto di King dal quale è tratto, “The Body”, non a caso, è citatissimo, fin nel titolo di un episodio. Le concessioni al thriller psicologico, si mescolano a “E.T.”, “The Goonies”, ma pure ad “Alba rossa”, nonché allo sguardo Fantastico di Joe Dante.
Scopriamo via via gli ultracorpi di un para-Stato – sono loro i veri alieni cattivi – che generano e allevano replicanti viventi o li sostituiscono con fantocci, uccidono i testimoni, ma sono goffi perciò vulnerabili. Un film di inseguimenti che termina con la loro (auto)distruzione e con l’altrettanto riscatto prevedibile di tutti i perdenti della Provincia americana profonda che diventano eroi per un giorno (e torniamo sempre a King e alle note di “Heroes” di Bowie, parte di una colonna sonora altrettanto selezionata e ruffiana).
C’è sempre “Alien” tra gli easter eggs – uova citazioniste che poi alla fine si materializzano pure – scovato grazie a un “Blow Up” (ossia dalla citazione che più cinéphile non si può, tratta dall’omonimo film di Antonioni) che è il mostruoso antagonista di un Dungeons & Drangons che qui muta in un drammatico Pokemon Go antelitteram.

Anche chi non ha vissuto nell’Indiana del 1983 conosce bene quel che è mostrato nel serial e non è una semplice coincidenza, perché l’ha conosciuto nei film, nei telefilm, nella musica, nei modelli, nei giornalini di quegli anni e negli anni successivi, ovvero il lavoro di ricerca filologico che i due autori hanno saputo fare e mettere in scena, e molto bene a quanto pare.
Il problema è che al di là del processo filologico e cinefilo – che non è disprezzabile a priori – o postmoderno, il rischio dell’oleografia perfetta ma stucchevole rimane intatto. Se da una parte si intuisce che ambientare una storia del genere ai giorni nostri sarebbe più complesso (forse per i troppi smartphone e computer), è il motivo per il quale – nonostante l’amo del tradizionale cliffhanger gettato nel finale – si fatica a trepidare per la seconda stagione, come è successo per altri serial recenti: personalmente mi ha saziato. Forse fin troppo.

Stranger Things (luglio 2016) è una serie televisiva in 8 episodi ideata da Matt e Ross Duffer, prodotta per Netflix, della quale è preannunciato un sequel.

 

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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