Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) ***

Roma, giorni nostri. Enzo Ceccotti, indifferente e apatico ladruncolo di Tor Bella Monaca, un bel giorno scopre di aver sviluppato una forza esponenziale a causa della contaminazione da rifiuti radioattivi (abbandonati nel fondo del Tevere), con i quali viene accidentalmente in contatto. Lo scopre nel modo peggiore, ovvero dopo essere precipitato da un’altezza considerevole, senza conseguenze.
La vera svolta nella vita di Enzo avviene quando incontra Alessia, ragazza con problemi psichici, convinta dalle circostanze che Enzo sia Hiroshi Shiba, l’eroe del suo cartone animato preferito, Anime che dà il titolo al film.

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L’ibridazione tra un prodotto a budget limitato – (semi)indipendente e italiano -, e l’immaginario hollywoodiano creato dal cinema dei supereroi, può sembrare un azzardo e con un destino segnato, quanto noto. Come da tradizione decennale, al piccolo produttore/autore non resta che parodiare quell’immaginario, per salvare apparenze, contenuti, costi, ammesso che ci riesca.
Ma Lo chiamavano Jeeg Robot è parodia fino a un certo punto, poiché si pone in equilibrio tra generi e grottesco, provando a giocare con i cliché, ma senza rimanerne travolto (o perdere la sfida).

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Le ambientazioni, i nomi dei personaggi, le inflessioni dialettali riportano il tutto a una dimensione familiare, fuori dalla mitologia nipponica che rimane in effigie, ma ne è una sorta di antidoto.

Intanto vediamo che cosa non pare essere questo film piacione:

1. Il solito battutismo romanesco, che permane, non è qui un espediente di bottega. Laddove di solito la battuta in vernacolo ha il compito di puntellare un edificio perennemente pericolante, in questo caso diviene corredo e sembra esserci un interessante lavoro selettivo sul linguaggio;

2. Data l’ambientazione malavitosa e stereotipata del film, appare strano che il bozzettismo rimanga invece controllato (e qui non diviene rassicurante rifugio di chi punta troppo in alto, ma poi deve correre ai ripari);

3. Non è nemmeno un patchwork, un cult dei cult alla maniera dei tarantiniani, nonostante la concessione al Grand Guignol, al pulp, al gore sia – sempre – cinefila risulta sorvegliata, e le citazioni non sono pretestuose.

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Ecco, invece, che cosa sembra questo Jeeg Robot, a caldo, in mezzo a diffusi giudizi positivi, che talvolta paiono fin troppo indulgenti:

a. Il gioco dei generi cinematografici e letterari del regista Mainetti, assieme agli sceneggiatori Nicola Guaglianone e  Menotti – quest’ultimo fumettista -, riesce bene. Non si ferma alla caricatura della società, che pure c’è, ma oscilla, come abbiamo accennato, continuamente spingendo il grottesco verso lo splatter;

b. Nel fondo del Tevere sprofonda un Pinocchio irrisolto, che quando riemerge dalle acque malsane deve provare a diventare grande (e forte). Una rinascita con una “spintarella”, proprio come il burattino di legno che diventa un bambino vero. C’è pure l’aiuto del grillo parlante (Alessia, che fa la sua stessa fine);

c. Così come c’è l’immaginario infantile tradito da un futuro che – sembra aggiungere Mainetti -, alla fin fine nel 2016, possiamo pure ammettere si è rivelato deludente. Soprattutto riguardo il mantenimento delle promesse.

Questo film, come il suo eroe, ha alcuni punti deboli:

1. I sogni di gloria incartati e confezionati dall’effimera popolarità della Tv commerciale (critica conformista, ormai fuori tempo massimo) generano mostri pazzoidi piuttosto pericolosi. Perché disposti a tutto per un po’ di popolarità su YouTube. Probabilmente il punto più pedante e moralista del film, del quale non si avvertiva la necessità (nonostante la coerenza narrativa, per carità, che porta al finale);

2. Il tema del riscatto è ambiguo che rimane sospeso, fumettistico (nella sua accezione pre-Nolan). Ovvero riscattarsi di per sé è impossibile, punto. Sempre che nel frattempo – grazie alle scorie radioattive – non diventi Super Qualcuno;

3. La generazione dei quarantenni è rappresentata nella sua congeniale crisi d’identità – anche mascolina senza stimoli, sfigata. Non certo un colpo di originalità (sennò, vien da pensare, che film italiano sarebbe?);

4. Dunque, sobillato da un’anima innocente, il protagonista – ormai divenuto Hiroshi – torna a rifugiarsi nei modelli più puri e manichei, dove i buoni sono tali senza se e senza ma. Nei sogni di gloria questi modelli hanno le fattezze di Jeeg e dei robottoni (in un primo tempo, il film si sarebbe dovuto intitolare Lo chiamavano Ufo Robot). Ma anche questo passaggio parallelo, forse, avrebbe meritato una riflessione in più.

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I personaggi rientrano negli stereotipi dei marginalizzati – eredi sui generis dei borgatari di Pasolini e di Scola – affini ai protagonisti di serial televisivi nazionali, più o meno recenti – che raccontano la malavita romana e campana di ieri e di oggi.

Si riconoscono innesti dal film Romanzo criminale (sin dal protagonista, un bravo Santamaria imbolsito e improbabile quanto basta a essere convincente) a “Gomorra. La serie“, con tanto di malavitosi di Scampia. Sino al recente e gotico Suburra – peraltro dello stesso regista che ha diretto alcuni episodi del serial Gomorra e di “Romanzo criminale. La serie“, Stefano Sollima. Tanto che alcuni personaggi e situazioni paiono arrivare direttamente da Suburra (ma gira che ti rigira, siamo nei paraggi).
Mainetti stesso proviene dalla fiction televisiva – e la sua esperienza è prima di tutto attorica – e ne conosce il respiro e il passo. Forse per questo è riuscito a dominare bene la parte recitativa e condurre gli attori in porto, valorizzandone le performances così eterogenee tra loro.

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Il folletto vilain à la Joker è interpretato dall’iperattivo Luca Marinelli – protagonista di varie sequenze cult, quasi tutte canore – che ricorda da vicino Cesare, la sua parte in Non essere cattivo (2015) ultimo film di Claudio Caligari. Ma evoca anche l’inevitabile e già citata dimensione pasoliniana: abitante disperatissimo di una baracca lercia dove però girano soldi, droga e morte. Non solo: egli ricorda pure i personaggi sballati di Andrea Pazienza (nel film di Caligari, Marinelli pare un ricalco di Zanardi). Chissà se queste similitudini non siano sintomo di poca duttilità dell’attore, staremo a vedere.

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La rivelazione è comunque la fotogenica Ilenia Pastorelli, convincente nel ruolo di Alessia. Personaggio affatto facile, sia per l’interpretazione bambinesca e complessa di una persona ingenua ma saggia e visionaria, sia per ritmi verbali indiavolati.

Al di là delle ascendenze televisive e fumettistiche, Lo chiamavano Jeeg Robot è un film per il grande schermo. Quel che colpisce positivamente è che oltre a essere un prodotto di sceneggiatura  – che perciò non perde pezzi – sa essere complesso, valorizzando la freschezza della recitazione di attori davvero in parte.

Nonostante qualche corrività e conformismo già notati in precedenza, il film è godibile e, pur con i suoi limiti produttivi, sembra espressione di una reale industria cinematografica nazionale, parte di un piano lungimirante ed eterogeneo. Ma quella italiana è un’industria che – come i superereoi – non esiste, nonostante qualche illusoria epifania. Come questo Jeeg Robot, che ha anche qualche ambizione in più, che per una volta non nuoce.

Qualche critico,  magari sotto (comprensibile) stress, parlando del film si è già giocato la definizione “capolavoro”. Non pare proprio il caso. Jeeg è uno dei migliori film nazionali degli ultimi anni, molto divertente e ben realizzato, ma non può ne sa – né vuole – essere diverso da sé. Anche se è già qualcosa più del nulla cui siamo assuefatti, altrimenti si rischia di confondere una luce di lampadina con quella del sole.
Ovvero il reale problema è semmai il livello della media dei film italiani, non propriamente entusiasmante, per usare un eufemismo.

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Il figlio di Saul (2015) ***

Poema scritto con immagini in movimento, poema tragico sul corpo, per un corpo, raccontato da una macchina da presa incollata a Saul in un interminabile pedinamento, un vero corpo a corpo. Corpo ancora vivente tra quelli senza vita di Auschwitz.

Nella fabbrica della morte non c’è spazio per la speranza, tuttavia nel protagonista si fa strada un’iniziativa personale, un progetto. Mosso dalla volontà di ricerca dell’umano perduto, Saul si ostina a far fiorire un gesto di pietà, intimo, in mezzo al delirio della violenza, in mezzo alla morte. Se c’è ancora uno spazio minimo per un tentativo di misericordia, Saul lo porterà fino in fondo, tra mille rischi.

Film girato con camera a spalla, claustrofobico, quel che non concede agli occhi lo offre all’immaginazione. L’orrore è sfocato, rifiutato dagli occhi nonostante sia lì, presente. Quel che è a fuoco sono i viventi del sonderkommando, condannati a diventare cenere una volta terminato il loro servizio, e i loro aguzzini. Il reparto speciale di internati è obbligato a pulire i luoghi dello sterminio e a trattare i “pezzi”, ovvero i cadaveri che di lì a poco saranno arsi nei forni e sparsi nelle acque di un fiume.

Grande film, grande pugno nello stomaco, che diviene fluido nella fiumana continua di gente che scorre, stipata, in un imbuto che trova corrispondenza nel formato cinematografico che anch’esso restringe (4:3), una scatola senza via di scampi, in cui le vite di sconosciuti s’intrecciano per brevi istanti a quella di Saul.

Premiato quale miglior film straniero agli Oscar 2016.

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