Birdman (2014) ***

Michael Keaton, rugoso e spelacchiato, è l’attore più indicato per interpretare il ruolo del divo legato indissolubilmente a una maschera cinematografica, che ha varcato la soglia del proprio viale del tramonto e ora ha disperato bisogno di conferme. Per molti, oggi, è chiaro che il rilancio dei film di supereroi dipende più dal suo Batman (Tim Burton, 1989) che dai Superman (1978-87) di Reeve, i quali, viceversa, paiono concludere un approccio cinematografico al fumetto legato al passato, con stilemi superati e lontani dal gusto del pubblico sempre più abituato a effetti speciali digitali spettacolari e votati a una verisimiglianza sorprendente.
Ma è un dato che diviene evidente con la serialità implicita e necessaria, eco di quella fumettistica, rilanciata da Batman il ritorno (1992) in anni – i primi Novanta – peraltro rievocati esplicitamente nel film di Iñárritu.
Birdman come Batman potrebbe stare a significare Birdman come Hollywood affetta da sindrome di Peter Pan che, almeno in apparenza, è condannata alla coazione a ripetere.

Eppure la narrazione si mantiene volutamente vaga e può dare spunti per un moralismo da manuale contrario alla “corruzione del gusto cinematografico”, alla “pornografia” del supereroismo fumettistico-hollywoodiano o allo spettacolo di infimo livello per ragazzini di bocca buona. Oppure può essere apprezzato come uno specchio che racconta senza filtri il successo di un cinema di intrattenimento, spettacolare, senza giudizio di valore, tranne quello espresso di volta in volta dai personaggi e dalla “voce” contraddittoria di Birdman.

Schermata 2016-01-28 alle 13.59.00Chi invece vuole togliersi di dosso penne, piume e stereotipi è proprio la star hollywoodiana che si misura con Broadway per poter dire di esistere. Un modo di vedere se stessi schizoide che mette in contrapposizione consumismo vs. elitarismo, celebrità vs. attoralità, ignoranza vs. arte, dove da una parte c’è la spazzatura dall’altra, invece, la consacrazione che manca.

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“Birdman” è un film sul potere dei media e sulla moltiplicazione degli schermi e dei palcoscenici ancorché spuri (l’imbarazzante video di YouTube dà inaspettata visibilità all’attore, ma pure al suo spettacolo teatrale in cartellone), sui rapporti di forza testosteronici (in particolare Keaton/Norton) e amicali, anche se messi continuamente sotto stress e rilocati, spaesati, in una continua anteprima sempre diversa, che blocca le vite dei personaggi in un mondo di mezzo, rappresentato dal dietro le quinte, sorta di limbo dal quale è impossibile uscire, rinascere, che li rende impotenti e di nuovo sull’orlo del suicidio.
Fallisco? Posso sempre uccidermi.

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Le donne talvolta paiono un coro greco di corredo, ma danno la misura delle cose, o tentano di farlo. L’egotismo del protagonista si distilla nell’indifferenza genuina e nelle gaffes continue contenute nei dialoghi con la figlia ex tossica, e con la ex moglie, ma soprattutto nelle parole dette a quest’ultima subito dopo aver ammesso di amarla e poco prima di tornare sul palco: “Meglio se torni al tuo posto”, ovvero tra il pubblico, come a dire: ammirami ancora una volta mentre mi immolo in nome del mio monumento.Schermata 2016-01-28 alle 14.01.10

O nel confronto aspro e disperato contro i pregiudizi della critica teatrale, donna arcigna, alla quale getta addosso frustrazioni e verità in un goffo tentativo di convincerla a riconsiderare lo stereotipo del divo ignorante, velleitario e arrivista.

 

Il piano sequenza continuo, o meglio, l’illusione che il film non abbia cesure di montaggio ma sia un flusso continuo segna il collegamento tra cinema e teatro, il piano sequenza prevede un tipo di recitazione simile a quella teatrale, pur continuando a essere cinematografica nel gigantismo dei corpi e nella vicinanza con lo spettatore.

Il metacinema, svelando la finzione (a un certo punto appare anche il batterista, quando l’accompagnamento musicale sarebbe dovuto essere extradiegetico) svela le menzogne della messinscena; della realtà rappresentata così come di quella teatrale. Ma persiste un ulteriore livello, quello mentale del protagonista, che costui condivide schizofrenicamente con Birdman. Birdman che, a un certo punto, smette di essere “grillo parlante” e si manifesta in costume di scena al suo Pinocchio in carne e ossa, irrisolto.

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“Birdman” è anche un film sui feticci e sui possibili danni del feticismo (ad esempio il messaggio di complimenti di Carver scritto al protagonista anni prima che questi si porta con sé, sorta di legame alla base dell’adattamento per il palcoscenico di Broadway di “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”), una riflessione estesa al divismo e ai diversi modi di essere eccellenza, al cinema come in teatro. Ma è un film sul disprezzo di sé e sul bisogno di rimettersi continuamente in corsa, nonostante si corra sul filo del rasoio o dirimpetto al precipizio.
Ma si sta pur sempre parlando di Birdman, che può volare.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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