“Quo vado?” (2015) **

Da qualche giorno assistiamo – un po’ sgomenti, un po’ ammirati –  al consenso unanime che raccoglie Zalone e, forse, lo fissa poco prima di diventare il “solito stronzo”, secondo la scansione lapidaria di Arbasino. Chissà se questa scansione vale anche per il comico pugliese e il suo sodale Gennaro Nunziante, visto che siamo già al quarto film in circa sei anni. Staremo a vedere.

Ma veniamo al film. Forse esistono due “Quo vado?” paralleli che si intrecciano, ma non si fondono mai.

Il cumulo esilarante di gag, le impagabili battute, la maschera di Zalone da un lato; dall’altro l’Odissea vissuta in nome del posto fisso che conduce il protagonista dall’impiego in Provincia di fronte a casa, in Puglia, al Polo Nord, di nuovo in Calabria, fino alle foreste africane dove è ambientata la cornice narrativa –  che apre e chiude il lungo flashback -, passando ogni tanto per gli uffici presso il Ministero a Roma. Invece l’epilogo edificante un po’ spiazza perché pare giustapposto,  quasi a titolo di risarcimento morale con relativo messaggio positivo. Forse in previsione della pioggia di meritati miliardi passati e presenti.

Al di là degli sviluppi del racconto, Zalone e Nunziante distillano da par loro alcuni grassi e acquisiti luoghi comuni – soprattutto quelli fabbricati da italiani che odiano la propria italianità – e il background cinematografico in cui possiamo trovare riflessi omaggi e citazioni, anche se adombrate e rivitalizzate dalla presenza carismatica di Zalone.

Ad esempio, lo choc culturale e la fascinazione dell’esotica Norvegia rimanda in parte al Sordi in Svezia (“Il diavolo” diretto da Gian Luigi Polidoro e sceneggiato da Rodolfo Sonego, Italia, 1963), con molta meno pruderie anche se il sesso promiscuo (e gay) dei vichinghi è visibile in filigrana. Oppure quell’autocensura spontanea dell’italiano all’estero – che ogni connazionale rifugge lì per lì, almeno per un po’ desiderando un mimetismo contronatura -. Qualità che si legge in quel pizzetto biondo e che fa pensare a un omaggio ai capelli e baffi ossigenati di Manfredi in Svizzera (“Pane e cioccolata”, Franco Brusati, Italia, 1973), ma senza i travagli dell’emigrazione e della clandestinità. Non mancano i luoghi comuni sugli scandinavi, come i suicidi a causa del buio (scelta non proprio originale); lo stato assistenziale, che lì però si chiama socialdemocrazia, il quale paternalisticamente dà uno stipendio a chi non lavora (anche se il padre di Checco gli fa notare che così era anche in Italia, fino a ieri). Cose che puzzano di superficialità e che non funzionano nemmeno così bene come gag. Quel che si avverte – anche se è meno costante rispetto ai film precedenti – è la certa aria salvifica fatta di ingenuità e surrealtà demenziale che si può riconoscere simbolicamente nella masturbazione dell’orso e dell’elefante da parte di un solerte e innamorato Checco.

“Quo vado?” fotografa il passaggio cruciale tra una Prima Repubblica,  rievocata dal vecchio politico assistenziale (Banfi) ancora in pista, e l’Italia di oggi, alla ricerca di un moto moralizzatore e riformatore, basato sul risparmio e sui tagli. Ciò cozza con una mentalità che vede lo Stato come una gallina dalle uova d’oro: un’Italia dove le leggi sono raggirabili, modificabili a proprio vantaggio, senza badare alle generazioni future. Questo sguardo disincantato, tra le righe, pare emergere e il cinismo alla fine sfuma. Non si sa se il protagonista Checco abbia capito quel che ha accettato, indotto dall’amore di una donna emancipata, padrona della propria vita, che lo pone all’opposto dei “posti fissi” in carne e ossa che popolano l’Italia di ieri e di oggi e dei quali faceva parte.

Nonostante il buon ritmo, le battute, i punti di forza, “Quo vado?” nel complesso è un film replicante, non tanto per la trama prevedibile e funzionale al racconto in divenire, ma per una ripetitività che, arrivata al quarto film, mostra la corda, così come certe espressioni facciali di Zalone stesso, stereotipate, stanche perciò deludenti.

La volgarità questa sconosciuta: se si potesse condensare in una frase le diversità rispetto ai film precedenti sarebbe, probabilmente, “meno parolacce più contenuti”.

Dopo pochi giorni di programmazione, caratterizzati da incassi da capogiro e la presenza di milioni di spettatori paganti a ogni latitudine della nazione, possiamo avanzare timidamente un’ipotesi. Ovvero che gli italiani si riconoscono non solo quando gioca la nazionale di calcio, ma, almeno per ora, anche quando Zalone e Nunziante approdano in sala,  perché sono fondamentalmente una squadra fortissimi.

“Quo vado?” è un film del 2016 diretto da Gennaro Nunziante.

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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