Amici miei (1975) *** 

Un gruppo di cinquantenni in cerca di avventure adolescenziali, negli anni di piombo.

Un film culto che definisce macchiettisticamente degli amici, al di là dei loro problemi di tutti i giorni, i fallimenti, in cerca di “zingarate”, come le chiamano le loro spedizioni, cercando di imbrogliare o irritare, con scioglilingua memorabili o schiaffeggiamenti a chi parte dalla stazione, il prossimo ignaro.

Il ritmo è diviso a compartimenti ben delineati: la parte ambientata nell’ospedale nel quale i quattro ceffi fanno conoscenza del primario (interpretato da un grande Adolfo Celi) delinea caratteri e difetti dei personaggi, ma anche la tristezza che traspare da storie di vita, che riemergono dal passato e subito minimizzate. Il nobile decaduto che tiene moglie e figlia in situazione di indigenza, mentre lui ha addirittura un’amante diciottenne; lo scapolone incline a cotte romantiche da adolescente; il barista con la moglie ninfomane che languono sul loro figlio morto e infine la voce narrante del giornalista, che ha un famiglia che non lo accetta, e che, come si scoprirà alla fine, lo considerà “niente”.
Probabilmente il film è stato talmente saccheggiato nei trent’anni successivi, che alcune gag sembrano già viste.

E’ da un progetto di Pietro Germi, grande analista della società italiana del dopoguerra, nonché moralista, che dopo la morte di quest’ultimo Monicelli trae uno dei suoi migliori film di sempre, nel quale può sbizzarrire il proprio cinismo e l’allegria agrodolce che lo contraddistingue, ma che infine è un mezzo che fa emergere l’umanità di tutti i personaggi, in anni in cui l’Italia versa in condizioni sociali pietose, e sempre più vittima del terrore.

Amici miei (Italia, 1975) di Mario Monicelli – con Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Adolfo Celi.

20 giugno 2005

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Autore: Cinex

Recensioni per nulla obiettive: una risposta sbagliata ai Dizionari (stelline comprese) da un vecchio blog più volte caduto in oblio, ma mai abbastanza.

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