“Irrational Man” (2015) ***

Allen ritorna su “Delitto e castigo” dieci anni dopo “Match Point” (2005), film, quest’ultimo, che si può ricordare tra i migliori della produzione recente del regista newyorchese, e del quale “Irrational Man” pare essere una variazione, sostanziale, sul tema. Infatti, rispetto al film del 2005, “Irrational Man”, porta il confronto tra Allen e Dostoevskij – ma pure tra Allen e il delitto perfetto, la circonvoluzione degli affetti e la morte (altrui) quale unica via di riscatto e/o di fuga – sul piano del delirio di onnipotenza. Un livello diverso dal Chris di “Match Point” – parente stretto di Barry Lyndon -, per il quale il duplice assassinio dell’amante e dell’innocente vicina di casa, era “necessario” per preservare uno status quo sociale regalatogli dalla “fortuna”. Sempre secondo il pensiero del protagonista.

Dieci anni più tardi, il nuovo protagonista, Abe Lucas, appare dapprima come un alcolista demotivato, eppure perdente di successo. Acclamato professore di filosofia, giunge all’Università di Newport preceduto dalla propria fama di intellettuale esistenzialista. Nonostante la sua immagine di frustrato, sciatto, panciuto, risulta comunque affascinante e raccoglie consensi tra i docenti e gli allievi. Presto è oggetto di corteggiamento serrato da parte di una collega e di una brillante giovane studentessa, che se lo contendono approfittando della sua manifesta vulnerabilità riconoscendovi, al contempo, uno stereotipo “romantico” che pare incarnare, quasi ne fosse l’ultimo esponente esistente.

A causa di un fatto fortuito Lucas studierà un piano perfetto per diventare una sorta di demiurgo ed eroe a un tempo: da depresso incapace di procreare (il piano dell’impotenza è centrale nella prima fase depressiva) si rigenera a spese di un altro essere umano, un giudice, a propria volta ritenuto di essere esponente di un potere assoluto, del quale abusa a scapito dei più deboli. Un riscatto cercato per mezzo di un misfatto.

Raskol’nikov è tornato con una nuova missione, ma stavolta del tutto gratuita: deve riportare giustizia dove non c’è anche se per una causa che non lo riguarda direttamente, almeno in apparenza.
Ma è solo l’inizio di un delirio che, con un meccanismo inarrestabile, porta a normalizzare l’abominio, renderlo immaginabile e infine realizzabile (nonché nuovamente realizzabile), anche se l’epilogo sarà antitetico rispetto a quello riservato al Chris di “Match Point”.

I meccanismi narrativi, se da un lato ricordano direttamente e volutamente il capolavoro di Dostoevskij, con l’aperta citazione del saggio sul caso Eichmann, “La banalità del male” (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, 1963) di Hannah Arendt, dall’altro fa pensare – chissà quanto volutamente – alla lucida follia di Walter White, il fine protagonista del serial TV “Breaking Bad” (2008-13, di Vince Gilligan). Professore anch’egli, disorientato dalla frustrazione e dal delirio di onnipotenza che lo porteranno assai lontano dalla sua vita piccolo-borghese.

Il film risente di una sorta di legnosità data da un racconto lineare, una regia fin troppo timida, discreta, così come la scelta discutibile di una voce fuori campo che alterna quella del protagonista a quella della studentessa-amante. Pur uscendo dalla sala con qualche perplessità, “Irrational Man” è tra i film migliori non solo dell’ultimo Woody Allen, ma spetta a esso un rilievo che altrove è stato negato con insulse etichette di opera “minore” o per giunta “ripetitiva”, quando non lo è affatto. Come se queste patenti potessero scalfire un film che è di gran lunga un’opera qualitativamente al di sopra della media della produzione contemporanea internazionale che fonde commedia e ‘mistery drama’.

“Irrational Man” è un film scritto e diretto da Woody Allen.

29 dicembre 2015

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Il viaggio di Arlo (2015) **

Parte I, per chi non l’ha visto ancora

Ucronia per ucronia, se il cinema fosse nato qualche anno prima del 1895* e Charles Darwin si fosse improvvisato soggettista cinematografico, molto probabilmente avrebbe scritto una storia simile a “Il viaggio di Arlo”. Magari avrebbe contribuito a far comprendere agli ipotetici spettatori, in modo semplice e chiaro, la sua celebre teoria evoluzionista. Così come ha appena tentato di fare chi scrive, cioè sfruttando un “se fosse” della Storia per, viceversa, spiegare l’esistente.

Ucronico è, infatti, il pretesto del film, il quale prevede che l’impatto astronomico col nostro pianeta – causato da un bolide – , non abbia soluzione, ma si limiti a sfiorare l’atmosfera terrestre. Con il risultato di impedire quella serie di effetti concatenati e terribili che, secondo detta ipotesi, ha portato tra l’altro all’estinzione dei dinosauri, stimolando il nuovo corso biologico di altre specie, come i mammiferi, e infine ha portato l’uomo a evolversi, per l’appunto. Invece qui sono i dinosauri che si evolvono: assistiamo a una realtà che vede i grandi rettili erbivori seminare, mentre i carnivori vivono allevando animali. C’è anche l’uomo, ma a uno stadio evolutivo primitivo.

Se il film da una parte è istruttivo e ostenta nozioni didattiche e didascaliche, dall’altra tenta di solleticare il pensiero critico dei giovani spettatori con i menzionati “se”. Eppure se consideriamo un’altra angolazione, quella dei sentimenti, “The Good Dinosaur”, questo il titolo originale del film, è drammaticamente disincantato, in puro stile Disney. Pare di tornare ai bei vecchi tempi  di “Bambi”, “Dumbo”, “Il re leone”, tra gli altri, ma anche al più recente “Alla ricerca di Nemo”. Le tragedie familiari disneyane sono una ‘pars destruens’ primigenia e necessaria per l’evoluzione (ecco di nuovo la parola chiave) del personaggio/società/mondo. E’ certamente una parte minoritaria nell’economia del film – se confrontata a quella narrativa amplissima ed edificante che infine conduce al riscatto – eppure ha il peso specifico del trauma incancellabile.

Parte II. Per i genitori sciagurati (come me)

A proposito di traumi. Al solito, un genitore prima si informa e poi si regola se portare, o meno, in sala un bambino di quattro anni. Ad esempio, lo accompagna a vedere “Madagascar”, ma non “Il re leone”, per quest’ultimo – a mio avviso – vanno bene età, carattere e spalle un po’ più larghe. Scrivo questo perché nei primi trailer di “Il viaggio di Arlo” non si avvertono ‘pericoli’ di sorta, al di là della dimensione avventurosa, che certo comporta qualche incognita. Al contrario, a ragion veduta, mi rendo conto che posso contare soltanto qualche momento di distensione nei cento minuti di proiezione. Questo ben lo sa chi (come me) a cuor leggero ha portato i propri figli piccoli in sala, attratto da una grafica buffa e accattivante, apparentemente innocua.

Le citate tregue di decantazione, e digestione, dei traumi narrativi sono brevi e insufficienti a ridimensionare la tensione, perché la tragedia è sempre dietro l’angolo, mentre le scene di violenza piuttosto gratuite – e talvolta sadiche – si sprecano. Questa volta ho visto il film anche con altri occhi, devo ammetterlo. Occhi importantissimi considerando che l’animazione per quanto strumento di messa in scena cinematografica evoluto – che da tempo interpreta tutti i generi – nella nostra (mia?) mentalità sia comunque da ricondurre alla fruizione infantile, a uno stadio di visione propedeutico, facilitato. Figuriamoci se poi vediamo un buffo bimbetto e un buffo lucertolone verde sul manifesto del film, entrambi cogli occhioni luccicanti, va da sé che detto film, affatto minaccioso, non porti a considerare altro che un pubblico infantile, comprendendo tra esso anche i più piccoli.

Mi servirà di lezione, abbasso la censura sempre, ma un avvertimento, forse, sarebbe prezioso in casi come questo.

Parte III. Zona spoiler (attenzione)

Menzionavo il carattere stilisticamente buffo dei personaggi, ma con ciò non voglio certo dire che non sia un film adatto ai bambini, non è adatto a un bambino di quattro anni, forse non al mio in particolare. Di sicuro è più apprezzato da bimbi più grandi, con più cammino alle spalle, come ho scritto. E’ altrettanto vero che però i fanciulli hanno la capacità di rimuovere e integrare creativamente. Aggiungo che ho sentito la necessità di fare una domanda a mio figlio dopo la proiezione, ovvero gli chiedo che fine avesse fatto il padre di Arlo – un padre dinosauro possente, protettivo, buono e giusto che viene travolto da un violentissimo fiume in piena, al culmine di una scena mozzafiato -, mi sono sentito rispondere: “E’ tornato a casa, ma dopo il film”.
Va be’, anche per questa volta i sensi di colpa sono un po’ accantonati, rimozione & ricostruzione, chi vivrà, forse, ne vedrà i frutti.

Al netto delle critiche, il film è comunque bello, il ritmo serrato, ma il plot pare camminare sul filo del plagio. Le somiglianze con “L’era glaciale” (‘Ice Age’, Usa 2002, di Carlos Saldanha e Chris Wedge) sono tante, come l’ambientazione in quell’interregno tra bestie preistoriche (ancorché mammiferi) estinte da millenni e l’aurora dell’uomo; una natura “leopardiana”; il senso della famiglia; la perdita e il riscatto. La differenza è che qui sono incluse nella dimensione narrativa di quello che – non solo in letteratura – si chiama romanzo di formazione.

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The Good Dinosaur” è diretto da Peter Sohn, 100′.

*Mentre scrivo è il 28 dicembre 2015, e centoventi anni fa esatti, a Parigi, si inaugurava il Cinematografo Lumière con la prima proiezione pubblica a pagamento presso il Salon Indien. A proposito di evoluzioni (e ridagli).

“Piccola patria” (2014) *

Te piaxe i schei?”. Le adolescenti Renata e Luisa lavorano, sfruttate, presso un hotel di lusso nel mezzo nella campagna veneta. Sognano di accumulare denaro per scappare da quel deserto di capannoni e stalle. Per fare ciò, Renata si prostituisce con Rino, perdigiorno attempato che soffre d’impotenza. Ormai esausta, la ragazza ordisce un ricatto per estorcere a Rino una grande somma denaro, perciò coinvolge l’ingenua Luisa. Rino è fotografato a sua insaputa mentre assiste a un amplesso tra Luisa e Bilal, ragazzo albanese che lavora in zona come stalliere, anch’egli ignaro di tutto. Ma mentre il ricatto si compie, Luisa s’innamora, corrisposta, di Bilal e si tira fuori dal piano. Renata, risentita per il voltafaccia, svela al ragazzo il retroscena. Nel contempo, Rino per salvare se stesso, sfrutta il litigio tra i due fidanzati per incastrare a propria volta Bilal, manipolando la mente già provata del padre di Luisa, evasore multato dallo Stato, razzista e ormai disposto a tutto per cieca sete di vendetta.

I dialoghi del film sono in veneto, così i testi delle canzoni tradizionali e contemporanee che accompagnano la vicenda. Il dialetto è lo spirito della “piccola patria”, patria scomoda tra bigottismo e razzismo, rappresentata dalla frequentazione automatica della chiesa; qui il messaggio cristiano convive senza alcuna apparente contraddizione con parole di odio contro “i teroni” o contro “i foresti”. Ma il disagio permanente, a suo modo, pare permettere un equilibrio, per quanto precario.

Il Veneto di Piccola patria è così come lo abbiamo visto rappresentato molte volte, una terra popolata da border line pressoché incolti, avidi o ingenui. Le visioni dal cielo – oltre a rimandare al passato documentaristico di Rossetto – mostrano lo sfregio del territorio e l’ipertrofia costruttiva che ruota attorno all’oasi per privilegiati dell’hotel: un prisma di vetro brunito che pare scomodare inquietanti monoliti. Il tutto retto sulle spalle degli sfruttati indigeni, i quali se la prendono con quei foresti che oggi li sostituiscono nelle mansioni più umili. Quasi tutti i protagonisti della storia si pongono al di fuori della legge, chi in cerca di rivalsa, chi di vendetta, mossi perlopiù da insoddisfazione e tedio senza nome. Appare anche un comizio (reale) a favore dell’indipendenza veneta, grande sogno consolatorio collettivo che sostituisce il venir meno della speranza nel futuro.

Quel che manca al racconto è forse uno sguardo meno categorico – ammesso che il Veneto possa essere rappresentato al di fuori del grottesco cui è sovente confinato –, il rischio latente è che il macchiettismo e il pregiudizio prevalgano sul racconto. Riecheggiano il Mazzacurati più scettico di La giusta distanza e le angosce di Primo amore di Garrone, spettri di una terra malata nel corpo e nell’anima che si preoccupa di salvare le apparenze, nonostante tutto. Mentalità gretta, sorta di veleno cui manca l’antidoto e che, per un paradosso della storia, mantiene in vita l’organismo che sta inquinando.

“Piccola patria” è diretto da Alessandro Rossetto, 110’.

[Recensione pubblicata in “Quaderni del CSCI”, n. 11, Barcellona 2015]

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“Mad Max”: una storia probabile (1979-2015)

Si sta concludendo il 2015. Difficile scrivere una recensione su “Mad Max: Fury Road” di George Miller, un film che si è amato moltissimo. Difficile perché si rischia di farne un monumento carico di superlativi assoluti. Prendiamola alla lontanissima, allora.

1979. Prendiamola cioè dal primo “Mad Max” (***), mentre “Interceptor” è il titolo italiano del film ispirato al modello di automobile che cambierà le sorti del film. Miller, poco prima di impazzire come Max Rockatansky, il protagonista interpretato da un giovanissimo Mel Gibson, crea un film ambientato in un’Australia selvaggia senza speranza in balia di squadre di motociclisti vagabondi e violenti, ma è un’ambientazione contemporanea, ovvero non distopica. Vagabondi nichilisti come se ne vedono parecchi nel cinema del Dopoguerra, solo che questi, rispetto ai Marlon Brando, ai James Dean, non hanno né un codice morale-immorale, tantomeno hanno un codice estetico, così come lo possiedono i drughi di “Arancia meccanica” (1971, Kubrick). Forse si può intravedere una vicinanza al nichilismo di “La rabbia giovane” (1973) di Terence Malick, ma in una prospettiva che accantoni tutto il contesto, guardandola dalla parte del proiettile che separa i protagonisti in fuga dal consorzio umano, per intenderci. Un deserto interiore che corrisponde a quello del paesaggio desolato, arido, che fa venire sete di vendetta. Si può fare gran poco a parole contro costoro, in effetti Max per aver causato la morte del loro capo ci rimetterà personalmente quel che ha di più caro: la moglie e il figlio. Da qui in poi impazzisce, smette i panni di poliziotto e indossa quelli di giustiziere, inventandosi una sorta di divisa nera da raddrizzatorti. Va a caccia a bordo di un’auto elaborata – una Ford Falcon chiamata “V8 Interceptor” – è in cerca della propria vendetta, disperato. Pazzo, appunto, al di là del bene e del male. Un film ben fatto, con un protagonista perfetto per quel ruolo, che rivela Miller, autore con grandi possibilità. Certamente il film di primo acchito di tutto poteva suggerire, finanche una carriera per Gibson, ma non suggeriva di certo un sequel. E invece.

1981. Invece, le potenzialità di Miller non sono solo grandi, ma assai brillanti. Arriviamo alla svolta, “Mad Max 2: The Road Warrior” (“Interceptor – Il guerriero della strada”, in Italia ****), ed è un capolavoro inaspettato. Il prologo è cinema puro: il primo “Mad Max” finisce senza “cliffhanger”, senza cioè troppe possibilità di coerente proseguimento – o sequela che dir si voglia – dato l’epilogo, soltanto che nel frattempo la più grande paura erede della guerra fredda, ovvero l’olocausto nucleare, si è manifestata con un grosso botto che ha distrutto tutto, o quasi. E Max è tra i sopravvissuti in questo pianeta desertico, popolato di catorci, dove manca di tutto, ma soprattutto manca il carburante. I pochi pozzi di petrolio, rarissimo, sono difese da tribù come un fortino nel West, come una rocca medievale in Terra Santa, o meglio, come Troia, perché “Mad Max 2″ è sostanzialmente l’”Iliade” ambientata in un’Australia finalmente distopica – con tanto di Achille e Patroclo punk – vista principalmente dalla parte dei troiani. Qui, infatti, Ulisse non sta cogli assedianti, ma anzi sarà fonte di salvezza per le vittime, e guida ancora la sua “V8 Interceptor”. Ah, il cane Argo lo segue nelle sue peripezie, anche perché una casa, Penelope, Telemaco – a Itaca o altrove -, non ci sono più. Tutto intorno si propaga la delinquenza, l’anarchia più sfrenata, barbari primitivi e post-tecnologici a un tempo, tentano di sopprimere il prossimo per una goccia di petrolio o di sopravvivere mantenendo un briciolo di umanità (qui sconfiniamo dalla metafora alla cronaca quotidiana dei vari teatri di guerra sparsi per il mondo, allora come oggi). In questo film si intravede quel che sarà “Fury Road”. Soprattutto nella seconda parte che mostra Max in fuga, alla guida di un camion cisterna. Max riuscirà nel suo intento, ma anche questa volta pagherà caro, perdendo qualcosa di sé. Gli effetti speciali e l’azione furono per l’epoca spettacolari e particolarmente spericolati come sanno bene gli stuntmen finiti in ospedale.

1985. Il più “mainstream” (gulp!) e meno riuscito, se confrontato con i primi e con l’ultimo episodio della saga, è “Mad Max Beyond Thunderdome” (“Mad Max – Oltre la sfera del tuono” **). Ma, come dire: ad avercene di film così poco riusciti. Vi confluiscono suggestioni estetiche della fantascienza e del fantasy anni Ottanta, da “Star Wars” a “Conan il barbaro” (1982, John Milius), tra l’altro. Quel che si sente è la presenza ingombrante di Tina Turner in un ruolo tutto sommato abbozzato che lascia perplessi (è davvero cattiva? No, la disegnano così). L’assenza sostanziale di immoralità, di amoralità, di atrocità gratuite e di quel nichilismo sordo che ha caratterizzato i primi due film, allinea la serie ai cliché del genere post-apocalittico, per motivi soprattutto produttivi, pare di intendere. Ma, al contrario dei precedenti – quasi muti, nei quali per il vero rombavano soprattutto i motori -, Miller trasforma il terzo capitolo della saga in un film verboso cui è richiesto di spiegare tutto, troppo, perché il pubblico si è ampiamente allargato a quello più giovane, ai fans più attempati della Turner, alle/ai fans del Gibson ormai acclamato ‘sex symbol’, con la traccia ecologista, finora data per sottintesa, che diviene preponderante, fin troppo stucchevole: un segno dei tempi anche questo. Ma soprattutto è un film che apre alla speranza, elemento sostanzialmente sconosciuto nei primi due film. Prima produzione internazionale Australia/Usa che vede Miller affiancato alla regia da George Ogilvie.

2015. Infine il capolavoro della saga “Mad Max: Fury Road” (****) con protagonisti Tom Hardy, che sostituisce Gibson nell’interpretazione di Max Rockatansky, Charlize Theron, la regina Furiosa, nonché Hugh Keays-Byrne che veste i panni dello straordinario ‘vilain’ Immortan Joe padre-dittatore che governa una copiosa riserva d’acqua nel mezzo del deserto tenendo sotto controllo una schiera di derelitti. Sul film si sono sperticati in tanti, mi accodo volentieri non trovando niente che sia degno di critica. Rilevo che motivi del successo sono antichi, perché il plot è un film di inseguimenti, il più antico tra i soggetti del cinematografo, dalle guardie e ladri, alle comiche, ai cattivi che inseguono i buoni e/o viceversa. Il cinema è immagine in movimento, l’inseguimento valorizza le due qualità principali del cinema. L’altra idea forte è di ambientarlo in un’unica giornata aumentando le potenzialità della corsa. Un film strepitoso, coloratissimo, ricco di citazioni, per quanto vaghe, mai ostentate. Ad esempio il volto già straordinario di Charlize Theron ricorda quello di Falconetti di “La passione di Giovanna d’Arco” di Dreyer, ma queste sono suggestioni per nulla indotte, che il pubblico cinefilo può liberamente riscontrare. Inoltre non essendo un reboot o un remake dei precedenti, ma una rivisitazione, il film non ha bisogno di ripassi ed è immediatamente disponibile per il pubblico di ogni generazione. Si esce dalla sala con un grande senso di gratitudine. Da vedere e rivedere, ma su grande schermo possibilmente.

“Interceptor” (Mad Max, Austalia 1979), “Interceptor – Il guerriero della strada” (Mad Max 2: The Road Warrior, Australia 1981), “Mad Max – Oltre la sfera del tuono” (Mad Max Beyond Thunderdome, Australia, Usa 1985, co-diretto da George Ogilvie) e “Mad Max: Fury Road” (Australia, Usa 2015) sono diretti da da George Miller.

24 dicembre 2015

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“Le avventure acquatiche di Steve Zissou” (2004) ****

Più che i sentimenti gli affetti familiari in generale come si legge spesso, i film di Wes Anderson raccontano i rapporti tra padri e figli, soprattutto. In “Rushmore” il padre barbiere è amorevole e fiero del proprio figlio eccentrico e sognatore; in “The Royal Tenenbaum” il padre egoista conosce i propri figli alla fine della vita: figli eccentrici e talentuosi, che sono diventati adulti, corrosi dalla vita e scontenti. In “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” il figlio compare dal passato e prende un posto che non c’era nella vita di un uomo celebre, il famoso naturalista Zissou, ricalco di Jacques Cousteau (citato nei titoli). Zissou, ennesimo peter pan attempato ed egoista, è smisurato, pazzoide, un po’ ignorante e fatalista. Si scopre padre suo malgrado, la cosa non gli di dispiace e quasi quasi ci si abitua pure.

Ma tentare di illustrare questa storia postmoderna, omaggio alla cultura francese e monumento al Fantastico à la Verne, à la Robida, non solo ai documentari di Cousteau, vuol dire rivelare troppo. Bisogna vederlo (e rivederlo, possibilmente).
Notevoli le creature degli abissi animate dal maestro degli effetti speciali Henry Selick (“Nightmare before Christmas”, “James e la pesca gigante”), stranamente poco citato nelle critiche al film.
La colonna sonora è affidata al rifacimento in stile bossa nova dei successi di David Bowie, riarrangiati e cantati dall’addetto alla sicurezza della nave di Zissou, interpretato dal musicista Seu Jorge.

Le avventure acquatiche di Steve Zissou (The Life Aquatic with Steve Zissou) è diretto da Wes Anderson.

24 marzo 2014

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“Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” (2015) **

Ron Howard riesce a mettere in scena un film innocuo, corretto, pur avendo per le mani una storia avventurosa dai risvolti truci, con personaggi votati all’azione. Ma il progetto di per sé insipido è infine salvato da un punto di forza notevole: una fotografia e una regia accurate e sapienti, che aggiungono alla descrizione e ai guizzi della macchina da presa, anche il punto di vista della balena, invenzione squisitamente cinematografica della quale parleremo alla fine.

La cornice, ovvero il pre-testo, mostra un giovane Melville tormentato da un processo di autoindagine psicanalitica che anticipa di mezzo secolo e fa dubitare delle intuizioni di Freud. Inoltre si parla senza arrossire e a sproposito di processi “evolutivi” ben prima di Darwin – ammesso sia una forzatura della traduzione italiana – e in sostanza è il film ad avere grossi problemi di evoluzione, rimanendo fisso sul pelo dell’acqua rischiando di affondare qua e là.

[Da qui in poi, SPOILER]
Ma come spesso accade nei filmoni letterari di Howard le attese, per quanto mai veramente tali, vengono confermate e arrivano a consolare un pubblico raramente disposto a credere che infine si compia un destino crudele e disperato: non che sia obbligatorio, ma c’è da rilevare che gli eventi drammatici non mancano. Le tensioni non sono mai fonte di disagio, emozione; il razzismo – ad esempio – qui non esiste: giusto un po’ di classismo tra bianchi, stemperato e poi dimenticato da uomini probabilmente troppo evoluti (appunto) per il loro rango e il tempo nel quale vivono.

Howard naviga senza troppi disturbi tra una tempesta, un attacco del mostro marino e un naufragio, sino all’inevitabile lieto fine. Nessun lutto, così come nessun dato raccapricciante viene affrontato dai personaggi in prima persona, ma è elaborato dalla voce fuori campo dell’ultimo testimone oculare, ormai anziano, che nasconde un terribile segreto. Che poi – lasciando perdere proprio “Moby Dick” – è un segreto solo per chi non ha mai letto alcuna storia che abbia a che fare con i superstiti di un naufragio, senza cibo o acqua potabile o non conosca la storia che sintetizza il gran telero “La zattera della Medusa” (1819) di Géricault – peraltro coevo ai fatti narrati – : ovvero che i naufraghi, per sopravvivere, se capita, mangiano i propri compagni morti.

Il filo narrativo pone tutti e tre i personaggi protagonisti (il capitano, il primo ufficiale, il mozzo ragazzino/poi anziano ultimo testimone supersite) più il grande capodoglio bianco sullo stesso piano.
Ed è proprio una soggettiva – oltre che il comportamento ‘umanizzato’ – del cetaceo a definire i contorni del fenomeno. Ma il punto di vista della balena è una citazione da “Jaws”? La risposta è scivolosa, non solo per l’ambientazione: nel corso del tempo lo spettatore ne ha viste talmente tante attraverso gli occhi di mammiferi, dinosauri e pesci, che questa non è nemmeno più una citazione o un omaggio ai precedenti, o a un precedente peculiare, ma tradizione cinematografica acquisita e quindi rientra nello stile patinato, estetizzante e rassicurante di Howard.

Dicevamo che “Heart of the Sea” è superficiale come l’ambientazione, che si mantiene a stento a pelo d’acqua: accelera e decelera seguendo il moto ondoso, ma conduce in porto il pubblico, il lungo flash-back, e la cornice con sentimentalismi incrociati (ci sono due coppie che si ritrovano dopo tempo, allora come oggi), ma che paiono giustapposti per completare una sorta di canone cinematografico classico nel quale vi sia oltre all’azione, all’amicizia virile, al valore, alla giustizia, anche la dimensione sentimentale che completa l’uomo vero e lo salva dal naufragio dei ricordi e dei sensi di colpa.

Ultimo appunto: sul grande schermo la finzione della computer grafica sia nelle ricostruzioni del porto, sia degli interni non funziona, mentre l’animazione dei cetacei è spettacolare, così come il grande mostro marino dal cuore umano. Finalmente rappresentato coerentemente come capodoglio, nome omen, produttore di quell’olio di balena che è all’origine di una odissea drammatica ed è al contempo fonte di ispirazione per uno dei più grandi romanzi di sempre.

“Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” (In the Heart of the Sea) è diretto da Ron Howard.

foto di Cinex - onanismo cinefilo.

“Suburra” (Italia 2015) ***

Oltre alle sbavature e alle esagerazioni (peraltro, volute), ho visto in “Suburra” di Sollima Jr. il meglio del cinema italiano degli ultimi vent’anni. Questa frase va temperata e non vuole essere una sentenza per forza trionfale, per molti versi è una misura delle cose, non sempre positiva, riguarda più scelte tecniche e la fotografia che il film nel suo complesso.

L’ambientazione nel ventre cupo di Roma, notturno, battuto da un monsone incessante, che risale sin nei Palazzi del potere politico e vaticano, mette in connessione ex-nar e nuovi boss, giovani abbagliati dalla cupidigia, cardinali o zingari in cerca di riscatto sociale attraverso la violenza, illustrando quel formicaio lercio emerso di recente e che ha preso il nome romanzato di mafia capitale. Sollima pare servirsi degli ambienti moralmente molli del “Satyricon” di Petronio, il primo romanzo della storia, ancorché non ambientato nella Capitale, ma quintessenza della decadenza romana. Romanzo, l’etimo per quanto incerto risuona, perché Roma è Roma, Città bifronte: caput mundi e cloaca massima, da millenni edificata sulle incrostazioni del sangue di chi soccombe nella quotidiana guerra di potere e denaro.

Un film dichiaratamente simbolico che vuole astrarsi dalla verisimiglianza, che non ha bisogno di far arrivare la polizia a sedare una sparatoria nel centro commerciale, perché il suo scopo non è renderla credibile. Il patto col pubblico è semmai quello della spettacolarizzazione: un patto di credulità.

“Suburra” si salva nella costruzione narrativa non sofisticata dove l’intreccio strapaesano tra Roma-Ostia-Vaticano dove tutti si conoscono trova infine una soluzione che si diluisce nel sangue e nell’epilogo di un sistema che al termine del 2011 si ritrova dimissionario (finanche il papa, chi l’avrebbe mai immaginato solo dieci anni fa?) su ogni fronte: criminale, politico, chiesastico.

I problemi del film si annidano soprattutto nella recitazione di alcuni attori che si limitano a imitare uno stereotipo (Favino che sforna un inutile birignao, il personaggio ambiguo di Germano e la solita drammatizzazione adenoidale, ormai inevitabile, a quanto pare). Mentre è elevato e salvato dal boss zingaro Manfredi Anacleti (Adamo Dionisi) e dal più giovane fratello Spadino Anacleti (Giacomo Ferrara) e il suo carnefice il boss di Ostia “Numero 8″ (Alessandro Borghi), oltreché da un Amendola nel ruolo di Samurai – boss, ex nar – cui appartiene una interpretazione sottrattiva che rende credibile il suo personaggio spietato quanto gelido. Due ruoli apparentemente minori appartengono altrettante donne: Viola, la fidanzata di Numero 8 che emerge nel corso del film sino a diventarne il fulcro nell’epilogo, e la prostituta Sabrina, al centro dell’affaire che mette nei guai il politico postfascista coinvolto negli accordi che dovrebbero trasformare Ostia in una sorta di Las Vegas.

“Suburra” è stato definito moralista da più parti, soprattutto da critici che Roma ci vivono, e ci tengono a dichiararlo come fosse un motivo di merito, rispetto a chi invece è forestiero e magari rischia di credere che Roma sia davvero così come appare nel film. Pare un’assurdità o una fantasia, ma immagino sia difficile per i romani schiodarsi dal racconto verisimile e godersi una storia che può risultare sopra le righe sino a sfociare nell’inverosimile, in un ipertrofico film di inseguimenti e sparatorie, alla base cioè dello spettacolo cinematografico di cent’anni fa dove il gioco delle guardie e dei ladri, dei cow boys e degli indiani, della guerra tra bande di malviventi e relative pistolettate e morti erano visti come il massimo dell’intrattenimento da un pubblico – certo di bocca buonissima – che normalmente non li avrebbe mai incontrati sul proprio cammino e non si poneva certo il valore del realismo quale discrimine per giudicare un film di ‘evasione’.

“Suburra” vuole essere uno spettacolo impressionante (non sempre ci riesce) con licenza di uccidere il realismo, non è “Gomorra”, non è nemmeno una promozione in un senso o nell’altro della città eterna come invece è “La Grande Bellezza”. Anche se con il film di Sorrentino “Suburra” ha qualche punto di invevitabile contatto, forse un contraltare complementare, raccontando il mondo delle feste, delle terrazze, della politica, della mafia, della droga, dei soldi.

Il moralismo in questo caso, probabilmente, riempie gli occhi di chi guarda. Ma il film nella sua imperfezione pare voler volare oltre la categoria manichea, moralistica appunto, ogni personaggio persegue la propria etica marcia e personalissima sia esso un mafioso attempato, un politico corrotto e corruttore, o una tossica romantica dall’ottima mira.
Non c’è il cittadino romano ordinario, il popolo si intravede al centro commerciale e, alla fine, mentre incalza con cori da stadio Berlusconi (solo evocato) che in automobile esce da Palazzo Chigi e va a dimettersi, ma pare un volgo senza nome (altro che popolo grillino), un popolo di illusi (grillino in questo senso, semmai), paiono fantocci vittime del gioco delle parti, che vengono addirittura maltrattati e trapassati da un politico sbracciante che – mentre vive l’ansia di finire in galera per la morte di una minorenne – non per questo abbassa la cresta, anzi, ribatte a tono ai manifestanti che lo riempiono di contumelie.

Invece ci sono le tribù, c’è una società primitiva, c’è una guerra e c’è la necessità che questa guerra latente non scoppi. Ma tutti sanno che l’apocalisse arriverà per ognuno di loro e nelle stesse ore.
Lo spettacolo, dicevamo, si misura nelle sparatorie, lì la cifra paradossale torna a dialogare dal basso verso l’alto con i film americani che ci piacciono tanto. Quei film hollywoodiani che ogni volta decidiamo di tornare a guardare, anche se avvertiamo il brivido dato da quell’”americanata” che spesso fingiamo di disprezzare, ma che ci diverte di un voyeurismo che preferiamo credere non ci appartenga. L’omaggio di Sollima jr. al cinema del padre e agli eroi sporchi, irregolari e cattivi del cinema di genere anni Settanta è evidente e lì si esaurisce: nessun messaggio accessorio, nessun modello edificante, i cattivi sono cattivi, non sono santi né lo diventeranno, nessuna ipocrisia a buon mercato nessun cattivo che si schifa del troppo sangue versato, anzi ricorda una volta di più che l’occasione rende l’uomo brutale (vedi il personaggio interpretato da Germano). La narrazione di una storia cupa, volutamente alterata e liberamente ispirata alla cronaca (e forse superata da essa! vedi il funerale del signor Casamonica), che magari fa acqua da qualche parte, ma galleggia quel che basta per mantenersi a distanza di sicurezza da quell’eterno neo-neo-neorealismo che il critico si ostina a cercare anche in film come “Suburra” – mentre è un film che annuncia un’Apocalisse a ogni piè sospinto – rimanendo ovviamente deluso e frustrato di non ritrovare quel reale che già c’è fuori dal cinema, ma che evidentemente non gli basta.

Suburra è diretto da Stefano Sollima.

26 ottobre 2015

SuburraFilm