Il signor diavolo (2019)

Attratto da critiche tutto sommato incoraggianti ho deciso, dopo qualche tempo e troppi bidoni, di tornare al cinema per vedermi un film italiano. Titolo firmato da un autore, Pupi Avati, celebre per aver maneggiato i generi e in particolare l’horror (diciamo così, perché tutti dicono così, ma ci sarebbe da mettere un paio di distinguo) in un modo quanto meno originale per l’epoca. E mi riferisco agli anni Settanta.

Viceversa quello che mi ha accolto è il solito prodotto sciatto, malscritto, cucito peggio, con contorno di personaggi caricaturali e con la sensazione sgradevole che il tutto sia stato confezionato in fretta e furia. Per giunta anche gli attori “di mestiere” presenti non riescono a sollevare granché.
Ora sarà anche tutto voluto (come ha scritto un critico assai benevolo, o dotato di grande immaginazione, credo), per carità. Ma non basta riprendere – maldestramente – quel che funzionava negli anni Settanta solo per pagare un tributo di sangue (più i miei 9 euro, scusate, non è tirchieria, o non solo) sull’altare dell’autocelebrazione di un maestro sul viale del tramonto. Il problema vero è che oggi, rispetto a quegli anni Settanta chiamati in causa, costa infinitamente meno girare un film, ahinoi. Per questo è possibile produrre un soggetto abbozzato, senza capo né coda, gonfiato all’inverosimile per raggiungere una miserevole durata di ottanta minuti, spacciando il tutto per una novella gotica. Il risultato è un film senza una identità, né la vocazione di interessare e perciò rispettare il pubblico.

Anni Cinquanta. Il film è ambientato in un villaggio ai margini della laguna di Venezia, ma l’unica persona che parla con una imbarazzante cadenza veneta è Chiara Caselli, la quale si presta a tentare di scimmiottare la Marlene di “Testimone d’accusa” (sì, come no). Per il resto anche i bambini nativi della Laguna Nord parlano con un’inflessione di Roma. Tutti gli altri son di Bologna e hinterland, bella lì.
Sullo sfondo c’è la DC, Pio XII, i consensi a rischio per un fatto di sangue mostruoso che riguarda due minori. Fatto che spinge un inetto, anemico e sudatissimo funzionario del ministero di Grazia e giustizia (in verità al servizio del partito di De Gasperi) ad accettare di indagare sul luogo per insabbiare. Insabbiare, sic. Non si capisce bene che cosa debba fare costui per insabbiare l’assassinio, peraltro di dominio pubblico, stando attento a rimanere nell’ombra.
Il suo capo al ministero sostiene che se si insabbia l’omicidio allora la DC ne guadagna in termini di consenso, perché la madre dell’assassinato (Caselli) da sostenitrice è diventata fiera avversaria dei democristiani. Oh, tocca fidarci, tanto poi il dadaismo impera e succedono cose a caso a palle incatenate. Infatti la sceneggiatura è saturata da digressioni, da salti spazio-temporali che conducono a vicoli ciechi disturbanti, da troppi personaggi e da piste false giustapposte per diluire ancora un po’ il brodo. Insomma non c’è alcuna tensione e si arriva, un po’ increduli, a un finale deludente (ammesso che ci fosse qualcosa di altrettanto promettente) e involontariamente comico, tra improbabili ralenti ed effetti digitali dozzinali.

In rapida sintesi. Ho già scritto che la verisimiglianza minima non c’è, a partire da un Veneto senza veneti. Ad esempio siamo nei primi anni Cinquanta, ma nei frequenti documenti maneggiati dai personaggi campeggia ancora lo stemma sabaudo (sono dettagli colti da pochi spettatori, sì, ma il diavolo, il signor diavolo appunto, lì si annida). Le targhe delle quattro auto, su cinque, che girano per il film riportano la sigla Ferrara (poi scopri che il film è girato a Comacchio).
Dal lato narrativo non è pervenuto nemmeno l’elemento onirico (à la Bunuel), e se c’era dormiva. Ad esempio la donna eccessivamente incinta rispetto alla continuità temporale non è un indizio della presenza del diabolico nel mondo (magari!).
Così come il facile ribaltamento tra villain e presunti buoni arriva tardi e male. Dettagli che sembrano alludere ad altro, ma alla fine scopri soltanto che erano cose buttate lì, chissà perché, probabilmente per aggiungere minuti. Ad esempio l’ispettore evocato dal flashback mnemonico del protagonista in viaggio, figura chiave del racconto, si perde per strada senza troppi scrupoli.

Che dire degli aspetti formali? Di solito lì qualcosa rimane, gli artigiani italici ecc… Non è questo il caso.
I pochi soldi spesi si vedono tutti e sono pure sprecati. Aleggia a mezz’aria un perenne filtro bruno tipo Instagram (finanche sulle fiamme libere!), così come l’effetto notte è creato da principianti, con barbagli di un ipotetico plenilunio, fin troppo infuocato, che si riflettono sulle superfici lucide.

Non è nemmeno un prodotto per la TV, è davvero un imbarazzante egoistico divertissement che non diverte nessuno.
No: è una operazione nostalgia, scrivono il paio di critici entusiasti, che sarebbe giustificata da una sorta di omaggio a un genere che però non arriva. Non a me.
L’horror? E’ scritto solo nelle note di lancio del film.

Il signor diavolo (Italia 201) * regia di Pupi Avati

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Tutto Star Wars (1977-2019)

Ultimo aggiornamento: 23 agosto 2019

Attenzione agli spoiler!

Premessa. Finalmente ho visto tutto (chissà?) quel che è stato prodotto in audiovisivo riguardo la saga di Guerre stellari, a distanza di anni mi diverto (con poco, lo so) a misurarmi con l’oggetto del desiderio più complesso e longevo mai praticato in vita mia. Passano le mode, ma SW non passa mai: nessuno è perfetto. Riguardo ai singoli film ho nel tempo cambiato giudizio (e talvolta in positivo), però ammetto che fatico a separare la valutazione sulla trama dalla realizzazione della messinscena, in qualche caso davvero scadente. Per me le due cose vanno assieme, dogma che credo condivida ogni appassionato (o almeno i peggiori tra gli appassionati).
L’immaginazione tolkeniana di Lucas è molto più forte e convincente, mi pare, dei prodotti mediali cui ha dato vita. Confesso che non vedo con pregiudizio la disneyzzazione (sic!) della saga, perché, per me, la disneyzzazione c’era già eccome sin dal 1977, e non poteva essere altrimenti data l’influenza universale nella produzione del Fantastico/Fantasy del colosso delle meraviglie di zio Walt. Da quando ho superato i 39 anni e sono uscito (malconcio) dalla pubertà, la scusa per continuare a immergermi nella dimensione di SW è che a me serve per capire come si evolva in un prodotto così mainstream una sottotraccia potente, ossia la metafora della vicenda più importante accolta nel “secolo breve” occidentale: come cioè la democrazia (“sotto scroscianti applausi” cit. senatrice Amidala) si tramuti in tirannide. E mi stupisce ancora come questa tesi, per niente facile da far digerire a un pubblico così eterogeneo, sia stata una delle chiavi che più ha appassionato il pubblico in quarantuno anni di storia pubblica (lo so, sono un ragazzo semplice).
Altro elemento notevole è tutto l’universo di franchise colossal formato da gadget, giocattoli e minchiate varie di successo, oltre a prodotti culturali più complessi come romanzi, fumetti, videogiochi, eccetera, eccetera, eccetera. Di recente la Disney, notando “qualche” contraddizione nella narrazione più espansa, ha ripensato il canone contingentandolo ulteriormente, ossia ha ricostruito la storia delle storie privandola delle falle e delle contraddizioni, espellendo dall’ufficialità qualche produzione.
Mi adeguo seguendo il tracciato cronologico del “nuovo testamento”, ma fino a un certo punto, infatti inserirò qualche produzione nel frattempo estromessa per incompatibilità, evidenziandola tra parentesi quadre.
I romanzi della saga non li ho letti e ho visto solo qualche fumetto (non ho così tanto tempo a disposizione, ahimè), ma li aggiungo alla lista quale testimonianza della vastità del percorso potenziale.

Legenda per le cinque stelline mereghettiane
* = insufficiente
** = sufficiente
*** = buono
**** = ottimo

[Titoli tra parentesi quadre] = produzioni di Star Wars estromesse dal Canone corrente;

Testi in blu = ultimi aggiornamenti.

Ripeto: per chi non ha visto i film qui gli SPOILER si sprecano, lo dico subito così rimaniamo amici 🙂


Cronologia di Star Wars (1977-2019)

 

Star Wars: Forces of Destiny (2017-2018) ***
Serie televisiva d’animazione tradizionale diretta da Brad Rau.
E’ dedicata perlopiù all’universo femminile della saga (con qualche puntata tutta al maschile nella seconda stagione): dalle tre trilogie a lungometraggio, agli spin-off sino alle serie tv animate in computer grafica.
Produzione per YouTube, il sito di SW e la Tv realizzata creata da Dave Filoni, Carrie Beck e Jennifer Muro. Sono brevi apologhi morali che raccontano singoli momenti di scelte fatte in momenti di grande azione da parte delle eroine della saga: Leia, Rey, Ashoka (Clone Wars), Jyn (Rogue One), Sabine (Rebels). Sono decisioni che decretano effetti benefici futuri. Serie davvero ben realizzata, esteticamente lontana dal freddo rigore metallico della computer grafica, perciò più affine ai prodotti televisivi disneyani per teenagers. Consigliata la prima stagione, ho trovato ripetitiva la seconda e perciò un po’ fiacca. In definitiva sono cartoons che affiancano una nuova linea di giocattoli, fruibili come ripasso o come chiave d’accesso al complesso mondo di SW, specie per le generazioni più giovani.
Star Wars: Forces of Destiny – Prima stagione (2017);
Star Wars: Forces of Destiny – Seconda stagione
(2018).

*Periodo pre Guerre dei Cloni* 

Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma (1999) *1/2
Lungometraggio di George Lucas.
Primo prequel, molto criticato dai fan (basti citare il pessimo Jar Jar Bings, su tutto), che getta basi solide sia relative alla grande parabola “politica” in divenire, sia alla nascita del “dolore” di Anakin che diventerà odio dirompente; Amidala/N. Portman qui è davvero unica (spero si colga l’ironia). Si registra un affollamento disorientante di maestri jedi. Il mostruoso Darth Maul è un personaggio che avrà un lungo e non scontato percorso nelle digressioni. Gli elementi cristologici sono insistiti oltremisura (in modo fosse chiaro a tutti); celebre anche la citazione della corsa delle bighe da “Ben Hur”. Messinscena e trucchi notevoli. Ian McDiarmid-Palpatine è perfetto (è il mio attore preferito della saga).

Star Wars: Obi-Wan & Anakin – Fumetto di Charles Soule;

*Periodo delle Guerre dei Cloni* 

Star Wars: Episodio II – L’attacco dei cloni (2002) ***
Lungometraggio di George Lucas.
La figura di Anakin, ormai adolescente, giorno dopo giorno diventa tragica e il legame con le donne della sua vita (la madre e Amidala) lo portano a vacillare e a desiderare la vendetta. Ogni passo falso lo porterà sempre più vicino al lato oscuro. Accanto alle vicende dei jedi (incerti, goffi, vessati dal dubbio e dai sith) corre parallela la love story clandestina di Ani e Amidala. Film di passaggio, ma non di routine.

[Star Wars: Clone Wars] (2003-2005) ****
Serie televisiva d’animazione tradizionale di Dženndi Tartakovskij.
Geniale produzione televisiva realizzata con il tratto unico di Tartakovskij, purtroppo estromesso dal canone a causa di alcune puntate eterodosse, relative all’inizio e all’epilogo della serie. Appaiono per la prima volta personaggi quali Ventress e Grievous. E’ un capolavoro d’arte e di intuizioni visive unici. La serie composta da puntate di pochi minuti (dai 3 ai 15) è stata infine raggruppata in due episodi e si può vedere su YouTube.

Star Wars: The Clone Wars (2008-2014) ***
Film e serie televisiva d’animazione in computer grafica diretti da Dave Filoni.
Frutto di un notevole sforzo produttivo, tetragono e di buona scrittura. E’ rivolto a un pubblico eterogeneo ed è apprezzabile per la delineazione della psicologia dei personaggi e la coerenza delle singole avventure. L’impianto di ogni stagione è a serie con episodi indipendenti e autoconclusi, ma qualche puntata è collegata da continuità narrativa (dalle due alle tre unità). La figura di Anakin, reduce dalla strage di Tatooine, conserva il proprio senso di colpa intervallandolo ad atti di eroismo, all’affetto nei confronti della sua padawan, ai contrasti fraterni con il maestro Kenobi. Sullo sfondo c’è il tormentato matrimonio segreto con Amidala fonte di continue fratture. Ma soprattutto Anakin è insidiato sempre di più dalla ‘stima’ del cancelliere. Computer grafica con qualche legnosità, ma capace di grandi messinscena.
Star Wars: The Clone Wars (2008) – lungometraggio d’animazione. In realtà sono le prime quattro puntate della serie fuse per poter essere proiettate al cinema. Vi appare per la prima volta Ahsoka Tano, l’allieva di Anakin;
Star Wars: The Clone Wars – Prima stagione (2008-2009);
Star Wars: The Clone Wars – Seconda stagione
(2009-2010); 
Star Wars: The Clone Wars – Terza stagione
(2010-2011);
Star Wars: The Clone Wars – Quarta stagione
(2011-2012); 
Star Wars: The Clone Wars – Quinta stagione
(2012-2013);
Star Wars: The Clone Wars – Sesta stagione
(2014).
La serie è disponibile su Netflix, inspiegabilmente il lungometraggio pilota ne è escluso.

L’apprendista del Lato Oscuro – Romanzo di Christie Golden; 
Star Wars: Darth Maul – Figlio di Dathomir – Fumetto di Jeremy Barlow; 
Kanan: Primo Sangue – Fumetto di Greg Weisman;

Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith (2005) ***
Lungometraggio di George Lucas.
Forse l’episodio più intenso per la quantità di eventi capitali che si rincorrono. Il film segna la fine della densa vicenda umana di Anakin e di Amidala che però corrisponde alla nascita di Luke, Leia e Darth Vader (Lord Fener per gli amici italiani). Nel contempo muore la repubblica e nasce l’impero. Le citazioni cinefile e letterarie si sprecano, ma tra tutte rivive il mito di Frankenstein e del suo mostro forgiato dalla frustrazione, dal dolore, dall’odio e dal lato oscuro. La strage di bambini dà alla parabola evangelica di Anakin quel cortocircuito che consente il sorgere di Vader. Oh, qui io mi commuovo.

[Lego Star Wars: Revenge of the Brick] (2005) ***
Cortometraggio di animazione per la Tv di Royce Graham, Pete Bregman, Bill Horvath, Karl Turkel nonché Mark Hamill, della durata di 5 minuti. Per la prima volta i mattoncini e i personaggi Lego sono protagonisti di un audiovisivo parte della saga di SW, e al contempo di un breve quanto divertente esemplare di animazione sperimentale. Per molti versi oggi il film risulta lontano dallo standard stilistico dei più recenti film di animazione Lego, poiché ancora ibrida la tradizionale animazione con effetti di una computer grafica pressoché “primitiva”. La messinscena è sostanzialmente senza dialoghi tranne che per i rumori diegetici e per la colonna sonora. Per il resto si mostrano battaglie e duelli tra il conte Dooku e le sue armate da un lato, dall’altro Yoda OWK, Anakin e Chewbacca, cui si innesta qualche trovata comica tipica della produzione cinematografica Lego tendente a sdrammatizzare le cupe atmosfere della serie prequel.

Kanan: L’Ultimo Padawan – Fumetto di Greg Weisman;

*Periodo Pre Guerra Civile Galattica*

Ahsoka – 
Romanzo di E. K. Johnston;
Star Wars: I signori dei Sith – Romanzo di Paul S. Kemp;
Star Wars: Tarkin – Romanzo di James Luceno;
Star Wars: Una nuova alba – Romanzo di John Jackson Miller;

Solo: A Star Wars Story (2018) *
Lungometraggio di Ron Howard.
Il peggiore soggetto della saga. Rovinato da attori pessimi (Clarke in testa) e attori ottimi (Harelson e Glover), ma completamente fuori ruolo. Un film che ha avuto problemi di produzione – raccolto in corsa dal pur dotato Ron Howard – e si vede benissimo. Da dimenticare, così come l’origine del nome del protagonista (che non conoscevo e stavo bene così senza saperlo, ahimè).

Lost Stars – Romanzo di Claudia Gray;
Battlefront: Compagnia Twilight – Romanzo di Alexander Freed;

Star Wars Rebels (2014-2018) *
Film e serie televisiva d’animazione diretti da Dave Filoni (1-2 stagione) e Justin Ridge (3-4 stagione). Produzione per giovanissimi strapiena di problemi di sceneggiatura. Gli effetti della disneyzzazione probabilmente sono legati al fatto che sono riusciti a mettere insieme i personaggi meno interessanti, spompati, politically correct eroi-disabili-post-finding-Nemo (intendiamoci è la rappresentazione stereotipata il problema, non tanto la presenza dei disabili, questo voglio dire, mi raccomando), dell’intera saga, laddove non ne mancano direi. Il racconto parte stanco, gli esiti sono scontati, c’è una sola morte eccellente, per il resto è soap opera per teenagers (e ci può stare), ma bollita e priva di idee (i metalupi presi da Il trono di spade andavano accuratamente evitati a mio parere). La realizzazione grafica passa dalle vette agli abissi nella stessa puntata, così, in modo sfacciato e insulso. Dopo questa esperienza si parla di un di ritorno a Clone Wars, ancora con Filoni al comando. Vedremo.
Star Wars Rebels: Shorts (2014) – Quattro cortometraggi di presentazione della serie;
Star Wars Rebels: Scintilla di ribellione
(2014) – Film televisivo d’animazione; 
Star Wars Rebels – Prima stagione (2014-2015); 
Star Wars Rebels – Seconda stagione
(2015-2016);
Star Wars Rebels – Terza stagione
(2016-2017);
Star Wars Rebels – Quarta stagione
(2017-2018).

Thrawn – Romanzo di Timothy Zahn;

*Periodo della Guerra Civile Galattica*

Catalyst: A Rogue One Novel – 
Romanzo di James Luceno;

[Star Wars: Droids Adventures] (1985) **
Star Wars: Droids – The Adventures of R2-D2 and C-3PO così in originale, è una serie animata in tredici puntate con protagonisti i droidi R2-D2 e C-3PO. La serie è stata esclusa dal canone ufficiale, ma si inserisce nel contesto come una lunga digressione autonoma e collocabile “storicamente” subito prima del film capostipite. Serie alquanto bistrattata all’epoca, vista oggi e considerando il target cui era rivolta, ossia un pubblico infantile, è molto meno imbarazzante di tanti altri prodotti della saga anche più recenti (vedi: Rebels). La linea comica è marcata e le macchiette si sprecano, così come il celebre rapporto apparentemente conflittuale tra i due protagonisti. I due robot vivono la loro odissea immersi in un immaginario punk (molto “Mad Max”). Sono apologhi morali che evidenziano come l’innocenza di C-3PO e la spregiudicatezza di R2-D2 siano fonte di equilibrio e questa strana coppia assieme ad alleati temporanei sconfiggono il cattivo di turno. Lo stile illustrativo della casa produttrice, la canadese Nelvana, non è molto lontano dalla coeva Filmation (Ghostbuster, He-man and the Masters of the Universe). Con un cameo di Boba Fett e un seguito-prequel.

[The Great Heep] (1986) *1/2
Lungometraggio di animazione per la televisione. Si tratta di un prequel inseribile tra la nona e la decima puntata del serial Droids Adventures. I due droidi sono alle prese con un gigantesco e malvagio robot (ennesimo ricalco di Jabba the Hut). Abbiamo visto ben di peggio.

Rogue One: A Star Wars Story (2016) ****
Lungometraggio di Gareth Edwards.
Tra i più belli dell’intera saga, RO è un vero film di guerra cinefilo che cita senza pedanterie l’immaginario hollywoodiano legato al Vietnam, ma anche all’estetica dell’abiezione propria dei filmati delle esecuzioni dell’Isis. C’è il tradizionale rimando alla Riefenstahl della messinscena nazista imperiale, l’omaggio al Kubrick di 2001 e al genere wuxia. E’ un film importante per tutto questo e anche per lo stile (fotografia che omaggia i colori fine anni Settanta del film capostipite, montaggio, trucchi ai massimi livelli), musiche, interpretazione degli attori, che è notevole. Inoltre c’è l’ingresso del perturbante dato dalla resurrezione digitale del grande Peter Cushing, nella finzione il Grand Moff Tarkin, morto nel 1994, e di Carrie Fisher ritratta nella fisionomia del 1977. Film pervaso di una disperata speranza che travalica le cautele della saga.

Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza (1977-1997) ****
Lungometraggio di George Lucas.
Il primo film ruspante e ritoccato più volte, rispetto al quale sono state scritte pagine e pagine. Il meltin’pop visivo è la sua grande forza, l’essere riuscito a rendere credibile un film con pupazzetti e peluche (nonché le spade laser in un mondo di pistole). Altro punto di forza è la convinzione del suo autore che diviene palpabile assieme a quella sensazione che il film stesse raccontando sotto metafora il presente. Per il resto SW ha rappresentato una rivoluzione culturale senza precedenti dando vita a una importante porzione di immaginario collettivo del decennio più lungo della storia, gli anni Ottanta, che a guardare chi oggi siede alla Casa Bianca non so bene se e quando sia terminato.

[The Star Wars Holiday Special] (1978) **
Film per la televisione di Steve Binder, strampalato sequel del capostipite, è trasmesso per la prima e unica volta il 17 novembre 1978 dalla CBS e mai più riproposto. Spettacolo di varietà con una cornice ambientata su Kashyyyk, nella casa Chewbecca, protagonisti sono suo padre Attichitcuk, la moglie Mallatobuck (Malla) e il figlio Lumpawarrump (Lumpy). Lo show è intervallato da interventi dei protagonisti del film (Han Solo, Leia, Luke, Darth Vader), siparietti comici, musicali più o meno imbarazzanti. Tra essi spicca il notevole cartone animato, prodotto dalla Nelvana (cfr. Droids Adventures), nel quale viene introdotto per la prima volta Boba Fett. Dal punto di vista cinematografico (montaggio, fotografia, effetti) è una produzione di rango notevole. Lucas ha ufficialmente rinnegato il film, che oggi si può vedere su YT grazie alle registrazioni dell’epoca.

Star Wars: Battlefront – Videogioco; 
Star Wars: Principessa Leia – Fumetto di Mark Waid; 
Smuggler’s Run: A Han Solo & Chewbacca Adventure – Romanzo di Greg Rucka; 
Star Wars: Chewbacca – Fumetto di Gerry Duggan; 
Star Wars: L’erede dei Jedi – Romanzo di Kevin Hearne; 
The Weapon of a Jedi: A Luke Skywalker Adventure – Romanzo di Jason Fry; 
Skywalker Colpisce – Fumetto di Jason Aaron; 
Vader – Fumetto di Kieron Gillen; 
Resa dei conti sulla Luna dei Contrabbandieri – Fumetto di Jason Aaron; 
Ombre e Segreti – Fumetto di Kieron Gillen; 
Star Wars: Vader colpito – Fumetto di Jason Aaron; 
Prigione Ribelle – Fumetto di Jason Aaron; 
La Guerra di Shu-Torun – Fumetto di Kieron Gillen; 
Fine dei Giochi – Fumetto di Kieron Gillen; 
The Last Flight of the Harbinger – Fumetto di Jason Aaron; 
Star Wars: Dottoressa Aphra – Fumetto di Kieron Gillen; 
Star Wars: Lando – Fumetto di Charles Soule; 
Star Wars: Han Solo – Fumetto di Marjorie Liu;

Star Wars: Episodio V – L’Impero colpisce ancora (1980) ****
Lungometraggio di Irving Kershner.
Molte delle cose che si citano e si ricordano della trilogia classica nascono in questo bel film, tetragono e dall’impianto a capitoli con poche digressioni intersecate alla cornice. Così come è tratteggiata la psicologia dei personaggi, caratteristica di tutti i prodotti futuri – prequel e sequel -, e la loro vicenda personale-familiare, temi che oscurano il cappa e spada e l’estetica del medioevo-futuro caratteristico del film capostipite, in luogo una spinta ben più tecnologica e schiettamente Sci-fi che influenzerà a propria volta il decennio. Merito del regista e di una fotografia che punta sui contrasti e su un bel lavoro sul colore. Appaiono per la prima volta l’imperatore e Yoda (ricalco saggio di Bilbo Baggins, tana hobbit compresa), così come si ode la frase più celebre della saga: “No, I [pausa] am your father”, pronunciata dal mascherone nero all’indirizzo del povero Luke, appena amputato in una sorta di castrazione patriarcale assai simbolica. (P.S. Rivista tutta la saga, R2-D2 – C1-P8 nella versione italiana – dovrebbe ben conoscere Yoda, avendone passate di ogni assieme, invece paiono estranei).

Moving Target: A Princess Leia Adventure – Romanzo di Cecil Castellucci e Jason Fry;

Star Wars: Episodio VI – Il ritorno dello Jedi (1983) **
Lungometraggio di Richard Marquand.
Conclusione assai calante della trilogia storica. Più spettacolo, meno storia del precedente: pellicola zeppa di inseguimenti, pupazzi e pupazzetti (i sovraesposti Ewok, che più disneyani non si può, tanto per dire).
Il film rimane celebre per di bikini di Leia/Leila e per la morte straziante di DV e quella dell’imperatore che finisce in un buco che pare richiamare l’imbuto dell’Inferno dantesco (come Darth Maul e Han Solo). L’episodio rimane dimenticabile per il trattamento riservato ad altri personaggi capitali: Han Solo è abbozzato (e melenso) rispetto ai film precedenti, ma soprattutto Luke è un protagonista mai davvero tale che manca di tridimensionalità.
Il finale che mostra tre fantasmini – DV, Yoda, OWK – riconcilia il pubblico con quel problema annoso chiamato morte dei beniamini, ma spiega gran poco il senso (bisogna guardare il serial animato “Clone Wars” per comprendere il prodigio e perché, ad esempio, Mace e Qui non fanno parte del club). Il significato profondo del film ruota attorno al complesso edipico, ma l’unico vero parricidio messo in scena avviene tra DV che si sbarazza del suo mentore malefico. Ossia la profezia si avvera poiché è proprio Anakin che, sconfiggendo Sidious/Palpatine, riporta infine l’equilibrio nella Forza. Ma il film, distratto dall’action, non pare troppo sottolineare la cosa alludendo a meriti che Luke non ha (se non quello di non aver ceduto all’ira e alla vendetta), tra i tanti – inutili – sbrodolamenti sentimentali. Nonostante le citazioni ispirate all’estetica nazi e ai film di Leni Riefenstahl, stilisticamente il film è deludente. Poco curato nei particolari, al contrario del precedente (il migliore della saga da questo punto di vista). Ad esempio, il cadavere di DV viene posto sulla pira con il costume nero e non con il kimono-saio jedi: scelta che pare dubbia, se non incoerente. Soprattutto perché poi ritroviamo Anakin tra i citati fantasmini, parlo della versione del 1983, invecchiato con una ridicola acconciatura di capelli (DV sotto l’elmo era pelato), perciò il tanto vituperato rimpiazzo della recente versione DVD col giovane Anakin ha ben più senso (o è meno ridicolo se si preferisce). Fumettone decadente e prolisso.

[L’avventura degli Ewoks] (1984) **
Lungometraggio per la televisione diretto da John Korty.
Caravan of Courage: An Ewok Adventure è pressoché un ricalco del plot di Il signore degli anelli di Tolkien (la carovana improvvisata che rimanda alla compagnia dell’anello) e il racconto della caverna di Polifemo dell’Odissea omerica, ma sembra risentire anche di alcune atmosfere che negli stessi anni caratterizzano la letteratura di Stephen King. Film schiettamente favolistico che sfrutta la popolarità degli orsetti guerrieri un po’ hobbit un po’ pellerossa apparsi nel terzo capitolo della serie classica. Da segnalare qualche scena di gusto forte (il mostro ha il suo perché, ma pure il tolkeniano ragno gigante). Effetti speciali e uso di stop motion per animare alcune creature. Con un seguito.

[Il ritorno degli Ewoks] (1985) *1/2
Lungometraggio per la televisione diretto da Ken Wheat, Jim Wheat.
Al contrario di quello italiano, il titolo originale Ewoks: The Battle for Endor non sfrutta l’ultimo capitolo della serie classica, né tutti i ritorni al futuro cinematografici. Il secondo e ultimo episodio ambientato – in live action – nella luna boscosa di Endor patria degli orsetti guerrieri è debitore del genere Fantasy, molto più del precedente (strega e drago compresi). Film maldestro, frettoloso nella sceneggiatura, superato il tragicissimo prologo entra – però – in una sorta di avventura inaspettata dal ritmo avvincente. Il plot risente molto più delle atmosfere di Il pianeta delle scimmie e soprattutto del coevo Mad Max oltre la sfera del tuono, in particolare la strega (che ricorda Tina Turner) e un nuovo personaggio anziano – scorbutico di cuore – che rimanda a Gandalf, dunque si rientra nel citazionismo tolkeniano. L’incipit – con la strage della famiglia della piccola protagonista – e l’epilogo – con la morte cruenta e dettagliatissima del villain di turno -, non corrispondono propriamente quel che ci si aspetterebbe da un film per bambini popolato di orsetti pucciosi. Tutto sommato è una storiella meno scontata di molti prodotti TV di genere, per quanto sia evidentemente sconnesso a livello produttivo (devono esserci stati grossi problemi nel backstage se, ad esempio, si fa morire il giovane protagonista del precedente episodio, peraltro sosia di Luke Skywalker). Effetti speciali in stop motion atti ad animare dinosauri bipedi con la testa da pesce degli abissi. Il film è presentato in contemporanea alla prima stagione del serial animato Ewoks.

[Star Wars: Ewoks] (1985-1986) *
Serie televisiva d’animazione in due stagioni diretta da Raymond Jafelice, Dale Schott.
Produzione per giovanissimi cui collabora Paul Dini, uomo di fiducia di Lucas che ritroviamo in altre produzioni legate all’universo espanso della saga. Per motivi di sviluppo gli Ewoks parlano una lingua comprensibile allo spettatore, mentre resistono affrontando popoli di orchi e giganti che insidiano il loro villaggio tra gli alberi. Ai rimandi in filigrana ai pellerossa assediati da forze minacciose, si associano possibili evocazioni alle avventure dei galli capeggiati da Asterix, e dunque dei Puffi, grandi successi dell’animazione europea degli stessi anni. Ne sono state prodotte due stagioni (sorprendentemente, se si pensa che il coevo Droids venne sospeso, ma a distanza di trent’anni pare un prodotto molto meno monotono di questo). Verso la fine della seconda stagione si tenta di legare gli orsetti ad alcune vicende appartenenti alla cornice originaria con tanto di truppe imperiali, star destroyer. Inevitabilmente salta la verisimiglianza mantenuta nei tre film e i personaggi finiscono per parlare la stessa lingua degli umanoidi, ma non è questo l’unico problema del serial.
Star Wars: Ewoks 1 (1985);
Star Wars: Ewoks 2
(1986).

Star Wars: Battlefront II – Videogioco; 
Star Wars: L’Impero a pezzi – Fumetto di Greg Rucka; 
Aftermath – Romanzo di Chuck Wendig; 
Aftermath: Life Debt – Romanzo di Chuck Wendig; 
Aftermath: Empire’s End – Romanzo di Chuck Wendig;

*Periodo Post Guerra Civile Galattica* 

Bloodline – 
Romanzo di Claudia Gray; 
Before the Awakening – Romanzo di Greg Rucka; 
Star Wars: C-3PO – Fumetto di James Robinson; 
Poe Dameron – Fumetto di Charles Soule;

Star Wars Resistance (2018-2019)
Serie animata
Star Wars Resistance: Shorts (2018) – Dodici cortometraggi di presentazione della serie;
Star Wars Resistance – Prima stagione (2018-2019);
Star Wars Resistance – Seconda stagione (prossimamente).

Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della Forza – The Force Awakens (2015) ***1/2
Lungometraggio di J. J. Abrams (Lawrence Kasdan e Michael Arndt).
Un remake/reboot che riprende i temi base della trilogia classica giocando volutamente sull’imitazione e sui limiti della Storia che si ripete a tratti come tragica farsa. Abrams riesce nell’impresa di non sprecare l’occasione di riflettere sulla saga di SW e sui meccanismi della stessa giocando con le citazioni e il postmoderno. La familiarità e il senso di smarrimento accompagnano lo spettatore che ha avuto modo di vedere tutti (o quasi) i film al cinema. Ora quell’ipotetico spettatore è posto di fronte ai propri beniamini invecchiati (e di molto) alle prese con la parodia di quell’impero malvagio che fu condotto da Sidious. E’ quest’ultima una finezza narrativa e stilistica che qualcuno non ha voluto o saputo cogliere. A me personalmente pare indovinata a partire dalla scelta quella di (mal) scimmiottare da parte di Ben Solo/Kylo Ren il nonno materno nella sua versione oscura. Soltanto così la Storia si ripete come farsa (marxianamente) con tanto di imitazione della Morte Nera. Messinscena struggente e ottimamente realizzata senza abusare nell’ostentazione della computer grafica, ma sempre vigilata dal punto di vista della tensione e della costruzione della trama. Il sacrificio-parricidio di Han Solo si pone simmetricamente con quello perpetrato da DV nei confronti di Palpatine. Posta questa fine che è un nuovo inizio, i giovani sono inadeguati tanto quanto i vecchi, in mondo privo di punti di riferimento, Forza a parte. Se così vi pare poco, allora c’è poco da aggiungere, meglio uscire dal trip. I personaggi così come il film sono in divenire – l’irrisolto, vecchio, Luke compreso – per fortuna.

Star Wars: Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi – The Last Jedi (2017) ***
Lungometraggio di Rian Johnson.
Ep. VIII è film spettacolare che ho apprezzato molto più nella seconda visione (e ancor di più nella terza, di seguito alle precedenti). La disneyzzazione si sente soprattutto in certe gag insistite, più che nelle odiate volpi di ghiaccio o i porg (ricordo sempre gli ewoks). Per il resto non sono d’accordo con chi contesta le dilatazioni di tempo che, anzi, servono al lento tratteggio-evoluzione dei personaggi che, assieme agli spiegoni necessari, troveranno compimento nel futuro, immagino. E’ un film di passaggio che assieme al precedente andrà valutato solo al termine della trilogia, ossia con l’episodio IX (che segnerà il ritorno di altri importanti personaggi della serie classica). Ho apprezzato i dialoghi (meglio se originali), la rottamazione insistita del passato, la parodizzazione del mito, così come l’ottimo sviluppo di Kylo Ren (la distruzione della maschera-feticcio e tutto quel che ne consegue: il secondo parricidio – Snoke – e il terzo tentato parricidio – Luke – così come l’esitazione dinanzi all’occasione del matricidio) e la convincente Rey, quest’ultimo è uno sviluppo carico di attese, scontato e non scontato, ma soprattutto non definitivo nel gioco di riflessi e interconnessioni tra luce e ombra. Così come è meno scontato del previsto lo sviluppo dei “sacri” personaggi storici come Leia (finalmente si capisce che anche perché lei dispone della forza) e Luke riumanizzati: corrosi dal tempo, dal dubbio, dall’incapacità. Ma finalmente c’è Luke, l’eroe abbozzato; arriva anche il suo momento di verità (e che momento). I cloni/eredi dei giovani ribaldi Han/Luke, ossia Finn e Poe sono l’uno successo del riciclaggio e il fallimento-banalizzazione del riciclaggio, così come il prevedibile (per ora) personaggio interpretato da Del Toro. Buon film, ottimo talvolta, di effetti speciali (la fine spettacolare di Laura Dern, su tutte). Citazioni cinematografiche dal Grande Gatsby, 007 e letterarie: ancora da Tolkien, si riconosce l’assedio di Helm, con omaggi alla versione cinematografica di Jackson, ma pure dall’Iliade, sempre nel medesimo assedio, soprattutto nel duello finale sotto le mura tra maestro e allievo/zio e nipote.

Star Wars: Episodio IX – L’ascesa di Skywalker – The Rise of Skywalker (2019)
Lungometraggio di J. J. Abrams.

***Parodie & citazioni ***

Balle spaziali – Spaceballs (1987)
Parodia diretta e interpretata da Mel Brooks. La commedia prende spunto dai grandi successi fantascientifici quali Star Wars, Alien e Il pianeta delle scimmie e si inserisce nel filone brooksiano comico-metacinematografico preceduto dalle parodie del musical ispirato a Broadway (Per favore non toccate le vecchiette – The Producers, 1968), del western (Mezzogiorno e mezzo di fuoco – Blazing Saddles, 1974), dell’horror classico (Frankenstein Junior – Young Frankenstein, 1974), dell’epopea del muto (L’ultima follia di Mel Brooks – Silent Movie, 1976), del thriller (Alta tensione – High Anxiety, 1977), sino ai pepla e ai film di ambientazione storica (La pazza storia del mondo – History  of the World, Part I, 1981) e che proseguirà nei due decenni seguenti.

I Griffin presentano Ridi pure, ammasso di pelo! – Laugh It Up, Fuzzball! (2007-2010) 
Il primo episodio della sesta stagione del serial animato I Griffin – Family Guy è intitolato I Griffin presentano Blue Harvest (Blue Harvest, 2007) ed è una parodia del lungometraggio Star Wars (1977) e allo stesso tempo corrisponde alla prima parte della trilogia nota come Ridi pure, ammasso di pelo! e dedicata alla saga classica lucasiana. Gli episodi successivi si intitolano I Griffin presentano Something, Something, Something, Dark Side (Something, Something, Something, Dark Side, ventesimo episodio dell’ottava stagione, 2009) parodia di L’impero colpisce ancora e, da ultimo, I Griffin presentano It’s a Trap! (It’s a Trap!, diciottesimo episodio della nona stagione, 2010) parodia di Il ritorno dello Jedi.

LEGO Star Wars: La ricerca di R2-D2 The Quest for R2-D2 (2009) Cortometraggio (6′) di animazione in computer grafica per la tv diretto da Peder Pederson. Parodia della serie prequel con protagonista Anakin in missione per ritrovare il droide R2-D2. Sostanzialmente muto, è breve uno spot che illustra alcuni giocattoli della linea.

LEGO Star Wars: Bombad Bount (2010)
Cortometraggio (5′) di animazione in computer grafica per la tv diretto da Peder Pederson. Parodia della serie classica i cui protagonisti sono Darth Vader e Jar Jar Bings. Quest’ultimo si ritrova a vivere alcune tra tra le sequenze più note della trilogia anni Ottanta dando vita ad altrettante gag.

LEGO Star Wars: La minaccia Padawan – The Padawan Menace (2011)
Cortometraggio (22’) di animazione in computer grafica per la tv diretto da Peder Pederson. Parodia della serie prequel che narra il primo contatto tra gli jedi e Han Solo, ma fuori dal canone ufficiale voluto dalla Disney. Qua e là qualche siparietto comico metacinematografico mostra George Lucas alle prese con un indisciplinato Darth Vader che tenta di prendersi la scena.

LEGO Star Wars: L’Impero fallisce ancora – The Empire Strikes Out (2012)
Cortometraggio (21’) di animazione in computer grafica per la tv diretto da  Guy Vasilovich. Parodia che mescola fatti della trilogia classica (la ricostruzione della “Morte Nera”) con personaggi simbolo della serie prequel (Darth Maul), giocando su elementi noti – es. la rivelazione della paternità di Darth Vader all’ignaro figlio qui sabotata da fatti futili – smontando in modo corrosivo mitologie e “sacralità” nerd.

LEGO Star Wars: Le cronache di Yoda – The Yoda Chronicles (2013)
Serial TV in tre puntate (rispettivamente di 22’) di animazione in computer grafica diretto da Michael Hegner.
La smaccata parodia dei primi esperimenti LEGO qui lascia spazio a una commedia avventurosa. Gli inserti sarcastici e iconoclasti non mancano, ma sono stemperati rispetto ai precedenti cortometraggi. Le tre puntate, ambientate durante le guerre dei cloni, si intitolano, parafrasando i titoli dei lungometraggi prequel, Il clone fantasma, La minaccia dei Sith, L’attacco dei jedi.

The LEGO Movie (2014)
Film di animazione scritto e diretto da Phil Lord e Christopher Miller, nel mondo di mattoncini compaiono molte delle serie di set Lego. Tra queste, per Lego Star Wars, compaiono il Millennium Falcon, Ian/Han Solo, C-3PO, Chewbacca, Lando e il verme spaziale.


Ralph spacca Internet – Ralph Breaks the Internet 
(2018)

Lungometraggio di animazione in computer grafica di Phil Johnston e Rich Moore.
In una sorta di revisione di quel gran calderone che fu Cartoonia per Chi ha incastrato Roger Rabbit oggi comprensiva delle dimensioni del videogioco e di internet, tra i simboli dell’impero disneyano classico, cui si aggiungono i mondi Marvel e Star Wars, troviamo anche un ironico cameo di C-3PO e la presenza di un piccolo manipolo di Stormtroopers.

Labyrinth (Gb/Usa 1986)

Labyrinth è una commedia musicale, tra le più popolari degli anni Ottanta, diretta da Jim Hensons, padre dei Muppet che anima i numerosi pupazzi che imperversano lungo il film; la sceneggiatura è scritta da Terry Jones (già Monty Python).

Il protagonista è una star musicale del calibro di David Bowie, che negli stessi anni conosce un successo plateale, ma che in realtà vive una grande crisi creativa (bellissimo in questo senso Velvet Goldmine che ne racconta alcune fasi della metamorfosi pop). Bowie, assecondando il suo personaggio divistico, gioca con le ambiguità di genere che lo hanno reso un camaleonte sin dai primi anni Settanta. Qui veste i panni del misterioso e fascinoso Re dei Goblin, Jareth, tirannico sovrano di mostruosi ma goffi gnomi da lui resi schiavi. Egli vive in un castello posto al centro di un labirinto insidioso, e come un ragno rimane in attesa di essere chiamato in aiuto da chicchessia. Ma il suo aiuto non è senza conseguenze e a pagarne le spese è Sarah interpretata dalla sedicenne Jennifer Connelly (che debutta nel 1984 in C’era una volta in America di Sergio Leone). 

La teenager Sarah, dotata di un carattere tosto e di qualche mania di persecuzione, si rifugia in un mondo di fantasia che corrisponde alla propria camera affollatissima di peluche, libri, statuine, oggetti. Al di fuori di essa la ragazza vive il continuo contrasto con la matrigna, che ritiene egoista, e il padre che lei ritiene debole e indifferente. In particolare si ribella al fatto di dover fare da babysitter al fratellastro Toby, bambino che ha poco più di un anno d’età. Sarah, alle prese col fratellino, vive la frustrazione dando sfogo alla propria rabbia; il bimbo, spaventato dalle urla della ragazza, si dispera e diventa inconsolabile. La ragazza allora desidera con tutta se stessa che il Re dei Goblin lo porti via con sé. Cosa che puntualmente avviene, ma che getterà Sarah, di già pentita, nel terrore. Allora lo spietato Jareth la sfida: se entro l’ora stabilita la ragazza riuscirà a raggiungere il castello, il piccolo Toby potrà tornare a casa, viceversa rimarrà nel mondo incantato del Re dei Goblin «diventando parte di loro» per sempre.
C’è un piccolo problema: per raggiungere il castello Sarah dovrà attraversare un insidioso labirinto.

Il film cita esplicitamente Il mago di Oz, mostrando il dettaglio del libro presente nella cameretta di Sarah (tutti i personaggi animati sono presenti sottoforma di peluche, così come il quadro di Escher e altri oggetti vari, nella camera della ragazza). Molti sono gli espedienti narrativi che rimandano ai racconti di Lyman Frank Baum, tanto da far pensare a una sorta di remake libero e arricchito. Ciò avviene sin dal preludio, nel quale si manifesta la natura ostile: Sarah è investita da un acquazzone così come Dorothy viene rapita dall’uragano, compreso il cane di entrambe; il mondo fiabesco cui Sarah deve far fronte da sola è tutto declinato al maschile; i bizzarri tre compagni di avventure caratterizzati da qualità e difetti, richiamano liberamente il leone, lo spaventapasseri e l’uomo di latta; e così il percorso labirintico stesso che deve condurla al cospetto del sovrano-mago; l’epilogo è simile riguardo alla relativa crisi della figura patriarcale, che viene smascherata in tutta la sua inconsistenza dalla ragazza stessa. Manca il corrispettivo della figura della strega dell’Ovest, ma la pesca avvelenata che drogherà Sarah riconduce allo stereotipo della strega di Biancaneve e perciò alla figura ambigua sessualmente di Jareth, visto che questi prepara il frutto avvelenato.

A uno sguardo più attento trama e caratteri dei personaggi sono ibridati da suggestioni appartenenti a Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e soprattutto al sequel Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò. Nella fattispecie riguardano particolari importanti che rafforzano alcuni passaggi simbolici e iterati: il riferimento al tempo che fugge (tredici ore per superare il labirinto) rappresentato dal richiamo agli orologi e al senso di ansietà che generano (ossia la sublimazione del Coniglio Bianco); il superamento degli specchi che diventano passaggi tra una dimensione del sogno a quella dell’incantesimo: qui Sarah infrangendo lo specchio distrugge la propria immagine riflessa, rovinando i paradisi artificiali creati da Jareth a un tempo, e facendola crescere nella consapevolezza di sé: sempre meno bambina sempre più giovane donna cosciente delle proprie potenzialità e forza. 

Visto che il film è prodotto da George Lucas non mancano riferimenti al Signore degli Anelli, tra tutti il nano Hoggle (in italiano Gogol), guida ricattabile, ambigua, avida, paurosa e schizoide che richiama non solo nel suono il nome Sméagol. Hoggle è legato a Sarah dal suo “tesoro”, ossia un sacchetto colmo di preziosi che la ragazza sottrae al nano costringendolo ad a condurla al castello. A proposito: una citazione cinematografica riguarda anche Star Wars e il celebre mostro Wampa, sorta di yeti peloso bianco che vive nel pianeta ghiacciato che compare in L’impero colpisce ancora, esso in particolare ricorda il peloso Ludo, colori a parte, compagno di avventure di Sarah (confronta l’immagine nei commenti).

Riguardo al film le critiche che ho potuto leggere si mantengono sulla superficialità: non ne avvertono alcun senso profondo alternativo, apprezzando perlopiù il gran lavoro di animazione, la qualità delle canzoni, la fotografia e gli effetti speciali (la sequenza delle scale di Escher). Qualcuno apprezza il dadaismo di fondo e la carica comica (la palude dell’eterno fetore, luogo mitico del cinema anni Ottanta entrato nel lessico comune). Ma ad esempio la critica di Mereghetti si limita a snocciolare una serie di dati produttivi.

La mia opinione è che il film contenga almeno tre tracce di lettura, e per niente banali.

La prima è che il labirinto rappresenti la metamorfosi interiore in atto nell’adolescente Sarah, figlia di genitori separati e forse per questo recalcitrante nel voler abbandonare il suo mondo parallelo incosciente e all’apparenza rassicurante. Una metamorfosi che la allontana dalla sua cameretta infantile, tutta bambole e fiabe e sogni a occhi aperti, e grazie a un percorso tortuoso, e con tutte le insidie del caso, raggiunga alla coscienza di essere una giovane donna in grado di emanciparsi da strutture patriarcali vetuste e infide rappresentate da un re cui affidare la risoluzione di suoi problemi (in tal caso il pianto di Toby), simbolo che si rivela effimero, per cominciare a essere finalmente padrona della propria esistenza.

La seconda traccia più profonda affronta un argomento spinoso e doloroso, ma che ancora può riguardare suo malgrado il delicato passaggio di crisalide umana che porta Sarah dall’infanzia all’adolescenza. Insomma, sono persuaso che Labyrinth con tutta la sua carica di simboli e citazioni letterarie e ambiguità sia un film dedicato alle insidie rappresentate dalla pedofilia.

Mi spiego meglio: nel 1986 l’argomento pedofilia non era all’attenzione dell’opinione pubblica con la stessa intensità e coscienza di oggi, al di là dei singoli delitti e la relativa cronaca. Di sicuro esisteva già anche la figura retorica della metafora. Scherzi a parte: avrò cercato male, ma non ho trovato traccia di questo peculiare rilievo interpretativo. Considero presupposto evidente la differenza d’età che intercorre tra Jareth, interpretato da un Bowie allora quarantenne, e la sedicenne Sarah/Jennifer Connelly, nonché la ambigua relazione che si instaura tra i due personaggi sin dal rapimento del piccolo Toby (peraltro dato ulteriormente interpretabile sulla stessa linea).

All’inizio del film, infatti, avviene un primo corteggiamento, per quanto ancora sottile, da parte del re, che però si esplicita nel tentativo di seduzione durante il sogno del ballo in maschera. Sogno per mezzo del quale Jareth tenta di intrappolare Sarah, che per giunta ha drogato usando la pesca adulterata. D’altro canto, nel prologo, la ragazza, raccontando la storia che poi vivrà nella dimensione parallela, dice che «nessuno sapeva che il re dei goblin era innamorato della ragazza», quel «nessuno sapeva» è altrettanto sibillino e dichiara l’humus necessario all’adescamento. Sin dai titoli di testa vediamo Jareth sottoforma di barbagianni mentre spia la ragazza giocare nel parco pubblico, come a studiarne passioni e carattere, altra strategia usata di frequente per l’approccio seduttivo. Al primo incontro in forma umana, invece, segue il primo regalo: è una sfera magica che diviene serpe e poi foulard di seta, che simboleggiano, probabilmente, seduzione, minaccia e ricatto. Le cose si esplicitano nell’epilogo: qui Jareth si dichiara disperatamente alla fanciulla che ormai l’ha in pugno, e snocciola presunti passati favori e generosità a suo dire ignorati da Sarah: «lascia solo che ti domini e potrai avere tutto ciò che vuoi… ti chiedo solo di temermi, amarmi, fare come ti dico… e io sarò il tuo schiavo». Infine, sconfitto, Jareth si trasformerà di nuovo in barbagianni che, simbolo per simbolo, è un rapace notturno con tutto il suo portato simbolico negativo. Allo stesso tempo Sarah riceverà, invece, un vero dono, ossia il valore dell’amicizia disinteressata da parte di Hoggle e compagni di viaggio e grazie a ciò conoscerà la forza della propria volontà.

Aggiungo un’ultima traccia del tutto pretestuosa, forse: mi sono convinto che Labyrinth altro non sia che un film liberamente ispirato alle vicende personali del reverendo Lewis Carroll e alle sue chiacchierate – ma nulla più – amicizie in età adulta con alcune bambine; in particolare quella con Alice Liddel, la bimba di sette anni che ispirò l’omonima eroina del suo romanzo più celebre. Chissà.

Legend (Usa/Gb 1985)

Sin dal suo debutto nelle sale Legend è un film divisivo, sia per pubblico (rimane negli annali il flop, peraltro originato da scelte distributive assai miopi) sia per la critica, che in linea di massima non ne ha apprezzato la scrittura, sovente definita sciatta e manierista. A ben vedere la controversia è una caratteristica che può valere per molti altri film di Ridley Scott, o meglio per le accidentali, ma non infrequenti, ciofeche galattiche che il regista britannico ha firmato lungo la sua ultradecennale carriera. E’ utile ribadire che accanto ai flop, Scott può vantare grandi successi e titoli entrati di diritto nella storia del cinema. E non è cosa da tutti, per dire.

Tentando un distacco dalle opposte tifoserie si può azzardare un’analisi più tiepida del nostro film: Legend rientra nella lista delle opere cinematografiche formalmente visionarie e imperfette. Si presenta come fantasy (privo di draghi, e già qui per i cultori è un problema) ma che nella sostanza mescola miti nordici e greci col teatro shakespeariano (echi di il calibano di La tempesta e Puck di Sogno di una notte di mezza estate), cui si sommano sprazzi di macabro ossianico a propria volta venato di erotismo latente proprio della poesia simbolista (es. l’Après-midi d’un faune di Mallarmé – ok: mi sono lasciato prendere la mano). Ma quel che rimane impresso sulla retina è la ricercata fotografia luministica – al limite di un pittoricismo talvolta stucchevole – che rimanda alle leziosità preraffaellite. Il tutto è (però) appesantito dall’accompagnamento sinfonico magniloquente di Jerry Goldsmith (ciò vale per l’edizione europea, infatti le musiche di quella americana sono curate dai Tangerine Dream).

Cominciamo dai punti deboli: siamo dinanzi a una sceneggiatura che è spesso abbozzata; i dialoghi passano dall’aulico shakespeariano allo scialbo colloquiale, lasciando lo spettatore talvolta stranito dal repentino cambio di registro; l’ingenuità dei personaggi si riflette nella trama, non sempre volontariamente, e tutto sommato non è un problema da poco.

Ma il film, si sa, guadagna dal punto di vista visuale e creativo.
Vediamo come, attraverso alcuni punti di forza.

Ritmo. Il film corre, nonostante alcuni rallentamenti vistosi, verso l’ovvio finale. Il classicismo dell’impianto tripartito (I. ordine iniziale; II. caos; III. ritorno all’ordine) è il sistema narrativo che Hollywood ha fatto proprio nel tempo, ma che riguarda categorie antiche e collaudate e che ben si prestano a una fiaba manichea qual è Legend.

Personaggi. I due divi 80’s acqua & sapone per eccellenza Tom Cruise (Jack) e Mia Sara (Lili) ben si prestano agli adoranti primissimi piani, tutti sopracciglioni-dentoni di lui e sguardi languidi di lei. L’erotismo, qualità non così scontata per un film per ragazzi, è implicito ma costante e si riscontra sia nelle ostentazioni di nudità efebiche, sia nei baci appena accennati tra i due protagonisti..
In Jack/Tom Cruise troviamo fuso il mito di Perseo (lo scudo con l’effigie della Medusa e la decapitazione della creatura femminile mostruosa quale atto iniziatico) e di Teseo (la lotta col minotauro, ossia, il cornuto Signore delle Tenebre, e la liberazione di Arianna-Lili dal labirinto del Male, Inferno che più contorto non si può). Ma c’è spazio anche per il principe azzurro delle fiabe (ancora Jack) che sveglia con un bacio la principessa (ancora Lili) addormentata (nel bosco).

Ambientazioni. Al di là della interminabile tempesta (si fa per dire) di pollini e di bolle di sapone le citazioni si sprecano e contemplano dai menzionati preraffaelliti (l’Ophelia di Millais per Lili svenuta su un letto di fiori) e ai simbolisti (Les licornes di Gustave Moreau per i due unicorni indomiti, stile “carosello” di Pino Silvestre Vidal) si rifrangono in uno spettro coloristico vivido che ancor oggi stupisce: la vivace fotografia di Alex Thomson (L’anno del dragone; Labyrinth; Alien³) è giocata sull’aspetto salvifico della luce (elemento drammatico decisivo) che abbaglia spesso i personaggi (anche attraverso gli specchi ustori di Archimede) con barbagli che continuamente sfidano le tenebre e l’oscuro inverno. Scelta che pare ispirarsi alla potente e altrettanto coloratissima fotografia dei felliniani Roma, Fellini Satyricon, Casanova di Federico Fellini diretta dal grande Giuseppe Rotunno (classe 1923 – vivente).

Costumi (Charles Knode) e trucco (Rob Bottin): l’opera di questi artisti del camuffamento è davvero impressionante. Non solo per quanto riguarda la realizzazione del (pazzesco) Signore delle Tenebre (Tim Curry), iconico e citatissimo (cfr. Darbula in Dragonball; e la serie TV Childhood’s End del 2015), e i suoi mostruosi accoliti. Risultano credibili grazie alla cura maniacale della messinscena e dei particolari. Difficile trovare un esempio a metà anni Ottanta (ma non solo) che si avvicini alla sopraffina qualità visiva/visionaria ostentata in questo iconico film, che forse si può riscontrare in alcuni recenti comics movies (Hellboy sui tanti possibili) o in Il labirinto del fauno di Del Toro.

Dove si può vedere?
– Amazon Prime

Willow (Usa 1988)

Il decennio cinematografico di Lucas termina con un Fantasy, diretto dall’astro nascente Ron Howard, che a tutt’oggi è importante per svelare una volta di più aspetti che si riscontrano spesso nella saga di Star Wars. E, data la ricaduta della serie, si riscontrano nella produzione fantascientifica che conduce ai nostri giorni. Sono stilemi che riguardano la trama, la messinscena, accanto a un’idea di cinema per ragazzi all’epoca originale per sperimentazione di linguaggio ed estetica.

Una neonata di nome Elora Danan è predestinata a sconfiggere il potere tirannico detenuto dalla regina Bavmorda, la quale è pure una strega malefica. Elora pur essendo indifesa riesce a comunicare attraverso le fate e il suo interlocutore prediletto diventa il nano Willow, egli, a propria volta, è destinato a difenderla dai tentativi di rapimento messi in atto dalla strega. Via via Willow ottiene l’aiuto del bizzarro cavaliere Madmartigan (Val Kilmer), di due minuscoli gnomi e di una strega buona, Fin Raziel. Willow e i suoi amici riusciranno, dopo una battaglia cruda che vede in campo anche troll e un ripugnante drago bicefalo, a riportare pace e prosperità nel regno.

Al centro della narrazione c’è un viaggio dagli esiti incogniti, di per sé non innovativa, che rimanda al romanzo di formazione: siamo negli anni Ottanta! Il percorso di emancipazione non riguarda però un adolescente, ma un giovane uomo, già padre, il quale deve imparare a credere nelle proprie capacità. Si tratta del protagonista Willow, aspirante stregone, spesso dileggiato nel villaggio di origine per la propria goffaggine, frustrazione che genera sfiducia e inevitabile fallimento. Durante il viaggio dovrà lottare contro molte insidie esterne, ma soprattutto dovrà vincere quelle interne, per riuscire a portare a termine la propria impresa con successo.

Lucas è reduce da tentativi controversi legati ai due film per la Tv ispirati a Guerre stellari e dedicati agli Ewoks (L’avventura degli Ewoks 1984; Il ritorno degli Ewoks 1985), peraltro vicini all’immaginario di Willow. Ma dal punto di vista semiologico il plot di quest’ultimo mette assieme elementi molto cari all’autore: innanzitutto soggetti di derivazione biblica (la saga di Mosè) e cristologica (l’elemento messianico-salvifico, la strage degli innocenti) con altri temi tolkieniani tratti da Lo hobbit (in particolare la figura Bilbo Baggins per Willow), Il Signore degli Anelli (la bizzarra compagnia che deve scortare Willow nella sua impresa disperata; lo scontro finale nella torre tra la strega cattiva e quella buona che ricorda quello tra Saruman e Gandalf; i due gnomi che ricordano Merry e Pipino) con i preludi di fiabe dei Grimm come Biancaneve e le versioni di Perrault e ancora dei Grimm di La bella addormentata (la predestinazione ossia la “profezia” della sostituzione generazionale, del nuovo che scalza il vecchio), c’è anche un omaggio al gotico cinematografico, in particolare al Frankenstein della Universal (il laboratorio della strega prevede che la bambina sia sottoposta a un esperimento con tanto di fulmini).

Visti oggi molti tra gli aspetti formali, soprattutto gli effetti speciali (es. il morphing digitale usato per la prima volta in un lungometraggio), risultano inevitabilmente datati, ma ciò che rimane intatta, a mio avviso, è una visione d’insieme che anticipa temi al centro di un cinema che vuole divertire, dando qualche indirizzo didattico di valore etico.

Il protagonista del film è realmente affetto da nanismo, ma nel contesto del villaggio dove sono tutti nani egli sconta un limite ben più vistoso che è la mancanza di autostima. Quest’ultima gli impedisce di realizzare se stesso attraverso il proprio sogno stregonesco. Accanto a questo problema interiore nel momento in cui Willow si misura nel mondo sconfinato con uomini dalla statura ben più alta della sua allora sconta anche la diversità fisica.
Non c’è però ricatto morale né compassione lacrimosa, anzi Willow si batte con coraggio prendendosi cura di una creatura più indifesa di lui, sia contro le insidie esterne, ma soprattutto si batte contro i propri fantasmi interiori, risultando decisivo per il lieto fine.

Willow ***

The Romanoffs (epp: 1-3)

La serie antologica – composta da otto episodi a lungometraggio autoconclusi – mette in scena storie ambientate nel presente riguardanti alcuni discendenti dalla famiglia imperiale russa (o presunti tali), oggi sparsi nei diversi continenti. La serie prende quale pretesto i Romanoff, il loro antico lignaggio nonché la particolare condizione di rifugiati (seppure VIP), obbligati dalla diaspora, oggi vittime più o meno coscienti di uno sradicamento culturale, di ruolo e di identità. Simboli di un passato che continua a perpetuarsi nonostante tutto. La serie sonda questioni universali quali: i rapporti tra le generazioni, le frustrazioni dovute dal fallimento, l’apparente crisi delle caste e il persistere del classismo, il razzismo, i pregiudizi, la paura di un mondo multiculturale e multiconfessionale. Così come è messa sotto la lente di ingrandimento l’idea di nazionalità, rimessa in discussione – talvolta involontariamente – dalla presenza di figli di immigrati nati in Occidente, nonostante i rigurgiti nazionalisti. Tra le altre questioni emerge il confronto tra la ricchezza e la povertà, meschinità e nobiltà (nel senso lato del termine, non solo di casta), in Europa così come in America.
Ogni episodio è aperto da una raffinata messinscena in costume ambientata in un palazzo riccamente arredato. In rapida sequenza vediamo la cruenta esecuzione dello zar Nicola e della sua famiglia, biancovestiti, passati per le armi da un plotone di rivoluzionari. Nel mentre si odono le eloquenti parole del brano di sottofondo, Refugee di Tom Petty. Allora dai cadaveri degli antenati giustiziati sgorga una scia di sangue che conduce lo spettatore tra fotografie di volti ignoti, probabilmente discendenti più o meno diretti degli zar, vissuti nei diversi decenni precedenti o successivi alla Rivoluzione d’Ottobre.
La serie è prodotta, scritta e diretta da Mattheu Weiner, il celebrato autore di Mad Man, già membro della crew di I Soprano.

1. L’ora viola. Voto 7/10. Parigi, oggi. Anushka (Marthe Keller) ricca nobildonna di origini russe ormai anziana, sola e ipocondriaca, tenta continuamente di attirare l’attenzione di Greg (Aaron Eckhart), prestante e tollerante nipote, suo unico erede di origini statunitensi. Costui è fidanzato con Sophie (Louise Bourgoin), già divorziata, la quale spera a propria volta di poter mettere le mani sul patrimonio della vecchia principessa. Mentre le due donne si disprezzano apertamente generando continue difficoltà a Greg, ecco che entra nelle loro vite la giovane Hajar (Ines Melab) studentessa parigina di origini magrebine, la quale per pagarsi gli studi lavora come badante. Nella fattispecie assiste Anushka, bisognosa di aiuto dopo l’ennesimo collasso. La nobildonna apparentemente capricciosa e volubile in realtà coltiva un secondo fine che molto dice di una mentalità dinastica antica, la quale più che al domani pensa ai secoli a venire. Ed ecco che l’ancien régime e la modernità – nella sua manifestazione più complessa e apparentemente contraddittoria – operano più o meno inconsapevolmente insieme per giungere infine al medesimo risultato. L’apologo (morale) lavora bene sui contrasti, sui singoli caratteri, sui rapporti di forza, sulle micro espressioni e gli sguardi, sui tempi comici e drammatici quasi teatrali, così come molta importanza hanno i silenzi. Il lavoro più complesso compiuto da Weiner riguarda l’ibridazione dei registri (omaggio soprattutto alla commedia borghese sofisticata di parola, sino all’irrompere del comico, del grottesco e del fiabesco), aiutato da un cast che pare ben assortito. Non manca il gioco degli equivoci, ma qui la parabola già discende rendendo prevedibile il finale che vorrebbe essere a sorpresa. Forse l’epilogo così apertamente trasognato, fiabesco, “teatrale”, omaggio più o meno disincantato al mito di Cenerentola, non rende giustizia al processo sfaccettato che la messinscena era riuscita a creare per la prima metà abbondante del film. Peccato. Vale comunque la pena di vederlo per godere di una performance attorica (e registica) di gran livello.
Durata: 1 e 24 minuti.

2. Noi reali. 4/10. Stati Uniti. Michael Romanoff (Corey Stoll) e Shelly (Kerry Bishé), coppia in crisi senza figli, si rivolgono a una terapeuta matrimoniale per cercare di venire a capo di alcune incomprensioni, ma soprattutto per risolvere l’accondiscendenza arrendevole da parte di Michael nei confronti della moglie, che sfocia nell’indifferenza. Michael si rifugia nella posa di un cinismo protettivo e anche nell’ambito del lavoro: arriva a dispensare consigli manipolatori ai propri clienti carichi di sussiego che mascherano una sostanziale insoddisfazione personale. Un giorno viene sorteggiato quale giudice popolare in un processo per omicidio e in quell’occasione conosce l’avvenente Michelle (Janet Montgomery) che cattura l’attenzione dell’apparentemente apatico Michael. Questi, grazie a una macchinazione, spedisce la moglie in crociera da sola, e nel frattempo tenta di conquistare Michelle.
Un montaggio alternato mette a parte lo spettatore dell’avventura di Michael con Michelle in uno chalet in mezzo al bosco, e del tentativo di approccio galante subito da Shelly, che infine rifiuta le avances, durante la crociera dedicata ai fasti dell’ex famiglia reale russa.
Tornati alla routine, Michelle scarica Michael che, disperato, medita così di cambiare drasticamente la propria condizione.
Episodio che omaggia la dramedy, la quale a propria volta richiama l’opera di Woody Allen: attenzione ai dettagli e nel contempo al mimetismo di costumi e ambienti che mai distraggono l’azione; grande cura dei dialoghi, spesso brillanti; sul lato della performance attorica, attenzione all’intonazione della voce, alle microespressioni, alla gestualità fortemente evocativa. Altro richiamo ad Allen è il rimando a fattori psicologici, se non propriamente psicoanalitici, ai tormenti esistenziali che sfociano in egoismo e superficialità e di nuovo al tentativo della manipolazione del prossimo, fino alla negazione della realtà e alla preparazione del delitto, nel quale si sente l’influsso di Dostoevskij, compreso il castigo espresso che toglie totalmente la dignità all’aspirante assassino.
Nonostante le sapide premesse e la maestria registica, si giunge, come il precedente episodio, a un epilogo deludente che sa di stravisto. Ci ritroviamo infine in zona Black Mirror in quanto a superficialità della chiosa, e forse Weiner cercava una leggerezza che però non trova. La storia di insoddisfazione personale e tradimento che si veste di grottesco non è di per sé originale, ma il passaggio meccanico dalla tragedia alla farsa pare creato per arrivare a una conclusione tirata via che vanifica le premesse del film (con tanto di canzone didascalica di sottofondo).

3. Casa dei bisogni speciali. 4/10. Austria, oggi. Metaracconto: una troupe cinematografica sta girando un serial dedicato allo zar Nicola e alle vicende sua famiglia poco prima della rivoluzione intitolato The Romanovs (con la v). La produzione è diretta Jacqueline (Isabelle Huppert) ex attrice ormai matura che dice di essere discendente degli zar. Dal suo arrivo sul set la protagonista Olivia (Christina Hendricks), sostituta di una collega fuggita per motivi misteriosi, si scontra con l’ostilità o l’indifferenza della regista, mentre si innamora del protagonista che interpreta Rasputin (e pare essere posseduto dallo spirito del monaco). In seguito occorrono fatti strani, inspiegabili, o apparentemente sovrannaturali che inquietano l’attrice attorno alla quale ruota la vicenda. Il finale la realtà si fonde con la finzione in un connubio tragico. Se dal punto di vista della rappresentazione formale il lavoro è estremamente pregevole, da quello del racconto è sorprendentemente deludente, quando non incomprensibile. Nonostante un cast di rango, a partire da Isabelle Huppert, si assiste a tempi recitativi degni di un teatro filmato, a dialoghi piuttosto legnosi, a una lentezza estenuante e all’ennesimo epilogo che vorrebbe essere d’effetto, viceversa risulta estremamente freddo e slegato. La falsariga del luogo maledetto e infestato da fantasmi più che altro mentali pare rimandare a “Shining”, dal punto di vista dei dialoghi e dell’azione ricorda ancora molto cinema d’interni di Woody Allen (con il duplice significato della parola interiors, non a caso titolo di un film alleniano).

Gomorra – IV stagione (2019)

[SPOILER]

E’ molto difficile trarre conclusioni degne di questo nome nel merito di una stagione di transizione, la IV, che tenta di reinventare un personaggio arcinoto e stereotipato (Gennaro Savastano) attraverso una lunga parabola che comunque lo vede protagonista. Genny è protagonista seppure appena discosto rispetto a Patrizia. Infatti quest’ultima è il fulcro (apparente) attorno al quale si muovono i Levante, Sangue Blu e i suoi ‘frati’, i Capaccio e alcuni comprimari strumentali che via via si incontrano e, sempre, cadono. Andiamo per punti, un po’ confusi, ma tant’è.

a) All’improvviso succede l’inevitabile (ma malamente)
Difficile elaborare conclusioni proprio perché la stagione frana in modo assai deludente sulla puntata numero dodici che chiude un capitolo e ne apre uno (o più) come è da tradizione nella serialità (vedi alla voce cliffhanger). Se da un lato è normale puntare sul colpo di scena finale (per quanto atteso e inevitabile, visto il destino di molti personaggi), dall’altro gli autori hanno disperso gran parte di quella tensione che la stagione mantiene lungo le prime dieci puntate (almeno).

b) Lirismo a strafottere
I dialoghisti abusano di lirismo: sarebbero codesti dialoghi credibili pronunciati da rudi semianalfabeti? Ai posteri ecc…, di sicuro mi sbaglio, ma intanto sbadiglio. E’ vero che come nelle stagioni precedenti si mescolano termini ricercati o degni di testi neomelodici col grezzo slang di o’ vascio e della camorra, ma la sensazione è che si siano fatti prendere la mano con i termini estetizzanti, le metafore fiorite, i voli pindarici, per quanto estratti dal napoletano colto (appunto). Anche per questo molti tra i personaggi storici sembrano sempre più imborghesiti, e tra uno sfaccimm e un altro ci si dà dentro coll’arcaismo poetico, pure a Forcella, e pure troppo a mio avviso.

c) Lezioni di style
Questa lingua ‘mista’ ma salmistrata pare rispondere a scelte di stile ponderate, o così pare. Scelte che si aggiungono ad altre problematiche che caratterizzano la serie e delle quali accenneremo dopo. L’origine letteraria della produzione si sente sempre troppo e pesa nel complesso disturbando un sistema narrativo composto da paragrafi chiusi all’apparenza. Come fosse un saggio di antropologia (e un po’ lo è), spesso pare di assistere a compartimenti stagni, un paragrafo = un tema = un cadavere eccellente, quasi che la struttura sia ispirata alle puntate della “Signora in giallo”: a ogni morto ammazzato si ricomincia sempre daccapo.

d) Quale passato? (no, non la pummarola)
Spesso non si percepisce il passato prossimo, solo il passato remoto è all’orizzonte: a rendere tutto sospeso tra un paragrafo e un altro è che ai numerosi cadaveri sparsi qua e là non corrisponde alcuna conseguenza “vera”. Perciò non si percepisce nessuna reale paura (ed è così anche per il pubblico, che non vive alcuna tensione oltre a prendere atto degli eventi e poi farsi travolgere dai successivi). Ad esempio non c’è alcuna strategia da parte dell’unico magistrato in circolazione che vorrebbe incastrare Genny. Un giudice che batte binari sterili, che pota rami secchi, e se gli ammazzano un possibile testimone (il povero prestanome dell’aeroporto, ad esempio) ‘va be’ ci rifaremo’, sembra dire. Oh, pazienza, avrà di meglio da fare questo magistrato. Certo lo ritroveremo più avanti magari, anche se speriamo cambi mestiere.
Insomma chi è morto è morto e chi si è visto si è visto, avanti i prossimi candidati cadaveri.
Non pretendo certo il neorealismo da “Gomorra – La serie”, che è ambientata nell’unica New York che ci possiamo permettere in Italia per carisma, miti e mitologie, ma un po’ di rispetto (minimo eh) per la verisimiglianza aiuterebbe la tensione. Se non altro per non far scadere nella fantascienza marvelliana un mondo di per sé sempre troppo circoscritto che pare assemblare fatti di cronaca realmente accaduti come se fossero orchestrati da pochissime persone a noi arcinote. Fino a che non entra in gioco un nuovo antagonista che ci distrae ancora un po’. Però c’è da dire che è dai tempi degli esordi di Sangue Blu che non entra più nessuno di interessante o di carismatico così come può segnare sul suo ipotetico taccuino lo spettatore-critico più esigente, e che forse corrisponde all’identitkit dello spettatore che ha scelto di vedere l’unico serial italiano degno di interesse in circolazione. In breve: i Levante non si possono lontanamente paragonare alla saga di Sangue Blu vista nella scorsa stagione.

e) Canzoni e musiche
Vogliamo parlare delle musiche? No, non me ne intendo. Ma posso dire che oltre al gran lavoro fatto sull’uso del neomelodico, assai presente nelle scorse stagioni, utilizzato strumentalmente in modo proficuo, questa volta sembra di assistere a mera routine. E’ vero che è una saga, che i personaggi non sono più adolescenti, però manca la “veracità” che si percepiva agli esordi anche grazie alla mappa dei gusti e dei miti estemporanei (che per me sono puro esotismo).
Altro problema è la colonna sonora. La piaga delle musiche di commento che spoilerano e/o preparano all’omicidio di turno è inevitabile e non riguarda solo Gomorra, ma non si capisce perché aumentare l’intensità di temi ricorrenti (e arcinoti, e pallosi, e di nuovo tanto pallosi) quando non servono a nulla e, anzi, contrastano con dialoghi, rumori di fondo e tensione, disturbando la visione. Abbassa quella musica, cribbio. Fosse utile, peraltro.

f) Attori
Questo “elemento”, così come per la fotografia e per la regia (tra alti e bassi) sono i punti di forza del serial. Bravissimi attori, tra i migliori in Italia, si deve alla loro performance il valore più alto della serie.
Cristiana Dell’Anna è stata davvero brava, ha donato alla figura tragica e infelice di Patrizia uno spessore e una credibilità che hanno fatto bene al tutto. Quell’unico sorriso che la cognata le strappa nel giorno del suo matrimonio arriva inaspettato e colpisce nel segno.

Per concludere, le prime dieci puntate della stagione appassionano lo spettatore reinventando personaggi storici, per poi, ahimè, nell’epilogo, sgrezzare frettolosamente molto di quel che si era creato con un sapiente cesello.
Il destino di Gennaro torna ad assomigliare sempre più a quello del padre, forse l’unico modo per far sì che la sua vicenda si compia nel prossimo ciclo di puntate (chissà, oso dire: speriamo). La sensazione dominante è che la stagione sia stata chiusa in fretta nelle ultime due puntate, in contraddizione con alcune questioni importanti, ma senza che questa scelta venga spiegata con dovizia e convinca.
Ad esempio mi ha spiazzato alquanto il ruolo contraddittorio della moglie di Genny (che talvolta mi pare somigliare alla Mangano, che il dio delle diottrie mi preservi) la quale dapprima gli chiede di farsi da parte rispetto al giro delle piazze della droga, poi lo istiga all’omicidio e a riprendersi “quel che è suo”, e infine viene dimenticata senza darci alcun riscontro sull’affaire. Forse ne capiremo di più la prossima volta.
L’inversione a U del finale per quanto prevedibile (e involontariamente caricaturale, soprattutto quel ‘sono tornato’ ripetuto troppe volte) per ora ci conduce di fronte a un deludente e banale déjà vu. Pare, insomma, essere mancata all’ultimo l’inventiva che ha caratterizzato gran parte della serie. Nel nostro piccolo concediamo il beneficio del dubbio, vedremo in futuro.

Gomorra – La serie IV Stagione (2019) *(*)