The alienist (2018) *

Patinatissimo e modaiolo serial in costume che sfrutta il medesimo soggetto di “Mindhunter”, ricollocandolo nella New York sordida della fine Ottocento.
Davvero nulla di nuovo, anche se le prime puntate promettono almeno un serial poliziesco – con un impianto narrativo basato su detection e piste false – tutto crolla nell’epilogo sprecone e banale.
Unico elemento degno di nota – oltre alla fotografia – è Dakota Fanning che incanta la macchina da presa con una performance ben al di sopra dei suoi colleghi e dell’impianto registico stesso.
(Anche la sigla di testa con le immagini della decostruzione della Statua della liberta’ è spettacolare).
Evitabile, se non sei fan di Dakota Fanning.

(Sì, l’interprete al centro del manifesto l’hai già visto in Goodbye Lenin.)
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Bobby Kennedy for President (2018) ***

Un serial in quattro puntate per raccontare vita, opere, contraddizioni, miracoli di una promessa di cambiamento rimasta tale, ma che ha segnato un’epoca, contraddizioni, lati ambigui, oscuri anche, compresi. In particolare, viene raccontato anche il Bob meno noto: la prima adesione viscerale al maccartismo, poi ricusato con imbarazzo; la diffidenza in odore di razzismo dei leader politici neri; il forte sostegno al giustizialismo (questurino diremmo in Italia) vissuto senza troppe sfumature garantiste.
Infine si giunge all’illuminazione sulla via dei diritti civili delle minoranze etniche delle quali divenne il paladino, ma anche il suo impegno nella lotta alla guerra del Vietnam: insomma il santino di tendenza manichea, che prelude all’icona di sinistra nota in tutto il mondo.

Nel documentario – che intervalla materiali d’archivio d’eccezione alle interviste a testimoni che l’hanno conosciuto da vicino – emerge un minimo comun denominatore, ossia quel sorriso triste, presago, col senno del poi, che ne segna il volto.
E’ il volto assai noto del rampollo di una famiglia americana popolare e impopolare, invidiata e temuta, espressione della minoranza cattolico-irlandese, che diviene nel bene e nel male il simbolo di un’epoca di passaggio, gli anni Sessanta e la guerra fredda, e lo diviene per tutto l’Occidente. Suo malgrado Bob diverrà parte anche di quella teoria di morti eccellenti – martiri e per molti versi venerati come santi – votati ai diritti e all’eguaglianza delle minoranze, da Martin Luther King a Malcom X.

Tra il molto altro, il serial svela la faccia invecchiata anzitempo di Bobby, di sicuro a causa del dolore provocato dall’uccisione di JFK, dal senso di precarietà che ne deriva, ma forse dovuto anche alle titubanze che ne segnano la carriera rampantissima, l’ambizione, l’arrivismo e il cinismo. Contraddizioni che portano il giovane Kennedy a giungere al disegno di un progetto politico di liberazione sociale, l’impegno per fermare una guerra devastante interna (la segregazione) e quella mostruosa in Vietnam. Sappiamo che fermeranno lui, eppure RFK ha seminato e dato il via a un processo irreversibile, nonostante Nixon e le continue resistenze dei poteri vicini alla conservazione.
Buona visione.

https://www.netflix.com/it/title/80174282

 

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Into the Inferno – Dentro l’Inferno (2016) ***

“Into the Inferno” è un oggetto non identificato, potrebbe essere comodamente inserito nel grande insieme chiamato “fuorinorma” cinematografico. E’ di certo un documentario dedicato ai vulcani – dall’Australia all’Indonesia all’Etiopia, dalla Corea del Nord all’Islanda – ma via via diviene anche un trattato di antropologia applicata a singoli luoghi (esotici) che la troupe raggiunge. Ossia è anche un saggio scritto per mezzo di immagini in movimento.

“Dentro l’Inferno” è stato definito poetico da alcuni critici, ma agli occhi di qualcun altro (me compreso) potrebbe risultare anche emblematico della fragile condizione umana. La visione leopardiana della Natura quale matrigna indifferente è anche e soprattutto schiettamente herzoghiana, patrimonio del suo cinema (dalla fiction “Fitzcarraldo” al documentario gemello “Into the Abyss”). Quadro pessimista quanto basta per dar vita a un ritratto nudo dell’umanità, osservata quale effetto collaterale e trascurabile incidente di percorso di Gaia. L’uomo è infatti visto come una creatura che – consapevole anzichenò – cammina sull’orlo della propria estinzione, sempre imminente quanto difficilmente prevedibile. E proprio a causa dei vulcani, in passato, l’umanità (intera) ha rischiato di scomparire dalla faccia della Terra. Perfetto così.

Tra il molto altro, nel film emerge il forte legame con la montagna di fuoco che talvolta diviene vero culto religioso, anche, per dire, in Corea del Nord. Il legame intrecciato dalle singole comunità che vivono alle pendici del vulcano è un vincolo misto di rispetto e di timore (e di ignoranza) che trattiene questi uomini dal guadagnare la fuga per raggiungere con i loro cari luoghi ritenuti più sicuri, considerando la pericolosità e le potenzialità catastrofiche delle eruzioni. Eventi che, peraltro, ciclicamente tornano esigendo anche un tributo di vite umane.

Per concludere il maestro del cinema tedesco Werner Herzog (che già si era cimentato con il documentario sui vulcani “La soufrière” nel 1977) con la “scusa” dei vulcani miscela scienza, magia, statistiche, religione, ricerca, ignoranza e storia, offrendo una nuova piccola grande occasione per tentare di decrittare il rebus uomo.
Il documentario è presente nella library di Netflix.

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Tickled – L’impero del solletico (2016) ***

Tickled è uno strambo e convincente documentario d’inchiesta, già presentato al Sundance Film Festival nel 2016. E’ disponibile sulla piattaforma Netflix col titolo ammiccante L’impero del solletico.

Ok, ma che cosa c’entra il solletico?
In breve e senza spoiler: un annuncio circola sul web e invita giovani e giovanissimi candidati a partecipare a una gara di resistenza al solletico. La gara è organizzata da un ente chiamato Jane O’Brien Media, con sede negli Stati Uniti.
David Farrier, autore neozelandese interessato alla webcultura più bizzarra, decide di raccontare queste strane gare – anche sessualmente evocative – al proprio pubblico, senza pregiudizi con leggerezza e ironia. Inaspettatamente, dopo i primi contatti con la Jane O’Brien Media, riceve da questi una risposta offensiva, quanto gratuita e minacciosa. Farrier decide dunque di andare a fondo per tentare di risolvere il mistero e, allo stesso tempo, di documentarlo insieme al cameraman Dylan Reeve.

Il documentario accompagna passo passo lo spettatore nell’abisso inquietante di Internet, tra minacce e personaggi dall’identità oscura. Farrier svela un’organizzazione che nasce quando Internet diventa un fenomeno di massa, che nel tempo dà vita a un meccanismo efficace composto di ricatti e molestie nei confronti di vittime molto giovani, abbagliate da promesse e denaro. Consigliato.

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Wild Wild Country (2018) ***

La frontiera dei documentari a puntate prodotti da piattaforme quali Netflix propone titoli sempre più curiosi e stimolanti ed è in espansione. Da una parte non aiuta certo a disintossicarsi dalla dipendenza da prodotti audiovisivi seriali di finzione, d’altro canto interrompono il rischio di confondere personaggi qua e là interpretati dal sempre più stretto giro di interpreti che si incontrano nel sistema produttivo americano.
Tra queste docuseries si può annoverare Wild Wild Country che racconta l’avventura americana del guru indiano Bhagwan Shree Rajneesh, detto Osho (1931-1990), celebre non solo per i tormentoni e memi presenti nell’ambito del Facebook italiano, ma soprattutto per la caterva di pubblicazioni, le comuni e centri di meditazione a tutt’oggi sparse in giro per il mondo.

Il documentario, in particolare, racconta una fase della vita pubblica di Osho, ovvero la nascita di una comune statunitense ospitata in un ranch nell’Oregon. Da lì in poi inizia una storia nera, inaspettata forse, che fa dei seguaci post-hippy di Bhagwan una setta – armata per giunta – con ambizioni non solo indipendentiste, ma pure espansionistiche. La situazione precipita anche a causa della megalomania di alcune personalità vicine a Bhagwan, tra tutte Ma Anand Sheela, che presto divengono figure centrali della vicenda narrata.

Il documentario offre tra l’altro un’ottima speculazione sulla democrazia e sui rischi cui è esposta, ma che evidenzia luci e ombre distribuite equamente, sia nell’ambito della setta che nei risoluti e marziali ambienti governativi. Il focus della questione riguarda la possibilità concreta della scalata alle istituzioni della democrazia americana da parte di un gruppo di potere, ricchissimo, eccentrico e bizzarro, volutamente incompatibile con la realtà americana della provincia conservatrice, ma che conosce seguaci in tutto il mondo.
Questa vicenda ha contribuito a infragilire la percezione di sicurezza negli anni d’oro dell’amministrazione Reagan, impegnata sul fronte della guerra fredda ad coltivare viceversa un’immagine muscolare, obbligandola a reagire di conseguenza.
Molti buchi di sceneggiatura non oscurano il racconto, che punta a evidenziare la banalità e della ridicolaggine del male, supportata da una scelta oculata del found footage. La realtà della comune è fatta di persone che forse fuori da quel contesto irregimentato e gerarchico non avrebbero potuto osare tanto ( …niente spoiler).
E’ spiegato quanto basta per creare una crisi politica e sociale di dimensioni nazionali, facendo luce sull’attività occulta del potere governativo, tesa a difendere quelle stesse istituzioni. I metodi dei federali sono, as usual, discutibili e altrettanto inquietanti, ma si rendono necessari a impedire che la situazione degeneri nella violenza.

C’è da dire che di sette e scalata alla democrazia ce ne intendiamo anche qui da noi, intendo nell’Italia di oggi, dunque la visione di questo documentario può aiutare a comprendere meglio la nostra attualità: così è se vi pare.

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Ready Player One (2018) ***

E’ il 1983, Umberto Eco riflette sull’intertestualità nel cinema di Spielberg visto nella prospettiva del continuo dialogo con i testi e il mondo:

“Interessante, per un’analisi della nuova intertestualità e dialogismo dei media, è l’esempio di ET’, quando la creatura spaziale (invenzione di Spielberg) viene condotta in città durante lo Halloween e incontra un altro personaggio, mascherato da gnomo de ‘L’impero colpisce ancora’. ET ha un sobbalzo e cerca di buttarsi incontro allo gnomo per abbracciarlo, come se si trattasse di un vecchio amico. Qui lo spettatore deve conoscere molte cose: deve certo conoscere l’esistenza di un altro film (conoscenza intertestuale), ma deve anche sapere che entrambi i mostri sono stati progettati da Rambaldi, che i registi dei due film sono collegati per varie ragioni, non ultima quella che sono i due registi più fortunati del decennio, deve insomma possedere non solo una conoscenza dei testi ma anche una conoscenza del mondo ovvero delle circostanze esterne ai testi. Si badi bene che sia conoscenza dei testi che conoscenza del mondo altro non sono che due capitoli della conoscenza enciclopedica e che pertanto, in una certa misura, il testo fa riferimento sempre comunque allo stesso patrimonio culturale. Un fenomeno del genere era tipico un tempo di un’arte sperimentale che presupponeva un lettore modello culturalmente assai sofisticato. Il fatto che simili procedimenti diventino ora sempre più comuni all’universo dei media, ci induce ad alcune considerazioni: i media prendono in carico ‐ presupponendola – informazione già veicolata da altri media. Il testo ET «sa» che il pubblico ha appreso dai giornali o dalla televisione quali rapporti intercorrano tra Rambaldi, Lucas e Spielberg. I media sembrano, nel gioco delle citazioni extratestuali, far riferimento al mondo, ma in effetti fanno riferimento al contenuto di altri messaggi di altri media. La partita si gioca per così dire su di una intertestualità «allargata» rispetto alla quale la conoscenza del mondo (intesa in modo ingenuo come conoscenza derivata da una esperienza extra-testuale) è praticamente vanificata”.

A mio avviso è un’analisi che si presta benissimo a spiegare il fulcro attorno al quale ruota “Ready Player One”, film-monumento di un’epoca (intesa come anni Ottanta, ma in una prospettiva molto espansa e dai confini culturali assai labili) del passato che si fa distopia o forse una sorta di presente deformato, realtà dove il futuro è lo specchio fedele del passato, nella sua forma digitalmente e virtualmente evoluta.

In una possibile decostruzione analitica, RPO sembra essere la visione di uno sterminato mondo virtuale demiurgico ospitato nel mondo reale, infine messa in scena da un’ulteriore sovrastruttura demiurgica.

1) Spielberg ci accompagna dentro un mondo demiurgico che è il grande Game collettivo. Un’architettura di ispirazione filosofico-gnostica e biblica. L’ennesima evocazione del Grande Fratello orwelliano, ma che è anche doppia realtà dickiana, i mondi paralleli, fantasy (tra tutti, Tolkien) e disneyani, la comédie humaine – preadolescenziale – di Stephen King, i drammatici rapporti autore-personaggi di Pirandello, fino alla citazione di tutti i war games cinematografici (produzione sterminata), a Thron a Mad Max, Star Wars, Star Trek, Storia infinita, Goonies sino a Matrix, Avatar e i reprise serial-citazionisti di Black Mirror e di Stranger Things, Paperopoli e Topolinia incluse;

2) la vera posta in gioco è però il destino del mondo reale, che appare quale contenitore squallido per esseri umani ridotti allo stato larvale e proiettati altrove, in una second life popolata di desideri e frustrazioni in forma di avatar. L’incentivo è fuggire nel mondo effimero del gioco per mezzo del quale essere quel che (non) si è. Nel contempo la realtà (e la libertà) rischia di essere messa sotto scacco da un aspirante demiurgo a capo di una organizzazione gerarchica e minacciosa, ma che è di per sé poco credibile. Questo aspirante autocrate, per nulla colto, è mosso da ambizione che però non può permettersi (chissà chi si cela dietro a questo personaggio? Una mezza idea me la sono fatta);

3) Parallelo scorre il mondo dei testi e della conoscenza. Una library fatta di cultura pop e nerd, una religione che vive nel culto della personalità del vero creatore oggi defunto: il cinema, i videogames, i testi, la musica, i divi, le citazioni da cogliere tra le righe e interpretare nei numerosi easter egg disseminati qua e là. Un po’ come in una complessissima puntata citazionista dei Simpson, summa televisiva del post moderno che nasce alla fine – e sulle suggestioni culturali(ste) – degli anni Ottanta.

4) Il tutto è raccontato, formalizzato, visualizzato dalla messinscena, cioè dal film “di” Spielberg: una ulteriore sovrastruttura demiurgica, surrogato di surrogati della realtà.

L’autore-creatore nella finzione – così come il regista tra i più importanti di quel decennio idealizzato – lascia l’eredità a un possibile eletto, un po’ Luke Skywalker (vedi che fine fa la zia), un po’ messia dei suburbi, un po’ Harry Potter abile mago. Morendo il creatore del Game-universo diviene un luminoso dio presente e assente a un tempo, lasciando il proprio avatar a scandire le fasi delle fatiche iniziatiche, fatiche erculee ed enigmistiche, fisiche e mentali a un tempo. La sua creazione consta di un mondo apparentemente indecifrabile, spietato, e senza dubbio positivo, ma che viceversa è decifrabile, potenzialmente governabile e per questo rischia (ma mai per davvero) di cadere nelle mani sbagliate.
Un po’ come, ciclicamente, accade alla democrazia.

Il finale non riserva alcuna sorpresa, anzi gioca con lo spettatore e le sue attese.
Il destino del mondo reale (per almeno due giorni alla settimana) e virtuale, è infine consegnato a destinazione.
La morale è edificante, in stile 1980s, se si vuole liberal & politically correct, ma in linea coerente con le linee narrative (comiche, love story, avventurosa, inseguimenti, detection) del film.
Ribellati, ma fai sempre la cosa giusta, ragazzo / ragazza: ricorda di conservare e custodire quel che di prezioso ti è stato consegnato e ti ha consentito di divenire Parzival e Artemis, ossia di realizzare il tuo sogno (americano).
Insomma, la prossima volta non votare Trump.

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Ore 15:17 – Attacco al treno – The 15:17 to Paris **(*)

 

Attacco al treno è un film che si può leggere su (almeno) tre piani distinti e complementari. Il piano autorale, il piano propagandistico e il piano estetico, quest’ultimo è ben più problematico dei precedenti.

Le cose si complicano ulteriormente se decidiamo di suddividere quest’ultimo ambito in due elementi: da un lato l’analisi – per quanto sintetica come reclama questa sede – legata agli aspetti peculiari della regia (della fotografia, del montaggio e della costruzione della narrazione per immagini) ; dall’altro l’aspetto più importante e curioso della produzione che ovviamente riguarda la scelta dei tre protagonisti. Qui però risiede a mio parere l’asso nella manica del prodotto, che fa di un film sempre sull’orlo del precipizio un testimone importante di quel che sa essere (ancora) il cinema per i nostri smaliziatissimi tempi telematici, così stracolmi di immagini perciò caotici, dando un po’ di fiato a una macchina mitopoietica moribonda, come pare essere il cinematografo ormai da qualche decennio a questa parte.
In sostanza, rievocando uno dei dogmi della stagione remota del cinéma vérité (attori che interpretano loro stessi sullo schermo in un soggetto di finzione), Eastwood scrittura per la parte dei tre eroi americani protagonisti della riduzione cinematografica, i tre eroi medesimi, chiamati a mettere in scena la vicenda che li ha resi celebri.

Nella sostanza il film ricostruisce un fatto di cronaca che ha visto tre giovani americani, allora in vacanza in Europa, sventare coraggiosamente un attentato ordito da un terrorista islamico. Impediscono così la probabile strage dei passeggeri a bordo del treno che collega Amsterdam a Parigi. Eastwood altrettanto coraggiosamente getta il cuore oltre l’ostacolo e osa la costruzione di una parabola della modernità che non si discosta dai valori eterni del patriota americano. Eroe senza macchia, che sa quale scelta sia giusto fare nel momento della prova a costo della propria vita, con generosità e coraggio da vendere. Punto e a capo.

Torniamo quindi alla scelta dell’autore Eastwood. Da par suo, Clint calca forte la sua mano da cow boy stagionato – schermandosi con astuzia dietro l’ingenuità più schietta ch’è fonte di miracoli, così almeno dai tempi di Giovanna d’Arco altri eroi improbabili e incoscienti – dando fondo alla lenta (prolissa e a tratti estenuante) costruzione di un destino che viene da lontano. Dai tempi dell’infanzia, all’incirca. La predestinazione è questione assai familiare per i protestanti (i cosiddetti wasp, due dei tre protagonisti), è scopo, missione, risultato, strumento ed evidenza in terra del divino.
Per il pubblico europeo, magari quello più smaliziato e disincantato, questo gioco (che sa di facile retorica) è fonte di imbarazzi, qualche sbadiglio, qualche risata a denti stretti.
Sforzandosi (condicio sine qua non per superare indenni la prima metà del film) si riesce a cogliere una presenza carismatica che aleggia sul racconto, è la cultura statunitense più profonda e senza mediazione e che Eastwood ha già più volte messo in scena in passato. Cultura incarnata (due volte: nella realtà e nella finzione scenica) dai suoi eroi popolari, uomini apparentemente o realmente inadeguati che si trovano nel posto giusto, al momento giusto e sanno inventarsi di la cosa giusta, goffamente, senza grazia, senza stile, rischiando di morirne. Come gli hobbit ritratti da Tolkien per capirci, perché sono espressione di una cultura carsica che trova riscontro dove meno te lo aspetti.
Epica e gente comune sono un connubio frequente nel Western, tanto per citare un genere familiare al regista. Epica e gente comune si incontrando dando vita a un flusso che porta a compiere l’impresa, anzi l’Impresa. E’ retorica, certamente, ormai estranea alla vecchia Europa smaliziata (nonostante le spinte sovraniste), ma che, nonostante le difficoltà narrative presenti nel film, è il collante che ne tiene insieme i pezzi e che a ogni passo ne impedisce la dissoluzione.
Il vecchio trittico “Dio, patria e famiglia” espresso dai protagonisti del film è forse ai nostri occhi deludente perché troppo elementare, scontato, tronfio, o inquietante visto il candore ostentato, ma è il riflesso del paese più profondo, nell’era di Trump, e che non assomiglia al presidente in carica, non questi tre “eroi” ordinari, c’è un marine d’accordo, ma c’è un civile e il ragazzone con una marcia in meno che si arruola per salvare la gente e poi, puntualmente, la salva. La nazione americana ancorché secolarizzata, fatta di coppie separate e al contempo ancora legata a metodi di insegnamento oscurantisti (la scuola frequentata dai tre si richiama alle crociate, gran presagio nel bouquet di presagi che il film via via mette insieme) sa galleggiare sulle contraddizioni, i numerosi fallimenti, le velleità di ragazzi senza talenti evidenti da vantare, antinerd e nerd a loro modo: tutte qualità che definiscono la persona/interprete elemento che più di altri è raccontato nel film.

La propaganda. Ultimo step riguarda il lato propagandistico del film, che ritroviamo in American Sniper o Sully: eroe militare nel primo caso, eroe civile nel secondo. E questa volta gli eroi sono militari e civili.
Soffermandoci sulle ultime tre produzioni del grande regista americano, Clint parla ai suoi sostenitori e all’anima di un paese in guerra perenne. Ma riesce a parlare anche a noi, provocando le nostre contraddizioni senza voler essere corrosivo, offensivo, giudicante. Mostra la sua versione di verità e la propone anche a chi è di orientamento liberal (qui diremmo di sinistra, ormai parola vuota di senso, ma intendiamoci…) che di queste faccende scabrose non vuole sentir parlare, non in termini eroici, fino a negarle trincerandosi dietro al più comodo “not in my name”. Eppure, senza troppi sforzi di memoria, sappiamo bene che la nostra epoca ci ha messo di fronte ogni giorno a queste giovani anime – idealiste, forse invasate, forse incoscienti, forse generose, o tutte queste cose assieme – che sacrificano la loro unica vita per un senso del dovere che ci è pressoché ignoto. Dopo anni di pace tutto questo diviene per noi europei (italiani) un totem inconcepibile, superato, con il mito dell’eroe foriero di tragedie e spettri fascisti senz’appello. La realtà ha il vizio di essere ben più complessa delle nostre convinzioni, ragioni o dogmi e questo film pare voglia ricordarcelo una volta di più.

Proprio da questo soggetto fragile e ambiguo dovremmo dedurre che l’America è molto più complessa di come ce la raccontiamo. A partire dai nostri miti strambi, ad esempio sui Repubblicani – cui Eastwood appartiene – spesso confusi con i loro leader, così come per i Democratici ritratti come uomini di pace e amici per definizione. Basti rilevare che tradizionalmente quel che si ritiene il baluardo del conservatorismo più sfrenato (confondendolo con i teocon) e, magari, indistintamente razzista, è tradizionalmente il partito di riferimento degli afroamericani sin dai tempi di Abramo Lincoln, per evidenti motivi storici. Che cosa vuol dire quest’ultima osservazione (un po’ tirata per i capelli, lo ammetto)? Forse che le nostre convinzioni di qua dell’oceano sono spesso condizionate da una stampa deludente e stereotipata e dalla nostra politica, dalle nostre categorie valoriali, non sempre utili a giudicare e comprendere quel che avviene negli Usa. Per dire che questi insiemi non aiutano a comprendere il senso profondo dell’ultimo castello di carte cinematografico costruito da Eastwood, castello pericolante, ma che inevitabilmente cresce sotto i nostri occhi sino a raggiungere la vetta prefissata.

Il film rimarrà negli annali, perché è utile agli studiosi soprattutto a chi si occupa di teoria dell’attore cinematografico. Importante è la questione del mise en abyme dei tre protagonisti e del cortocircuito tra realtà e finzione del quale sono testimonianza vivente.
Il terzo asterisco tra parentesi è per questa scelta coraggiosa che rende prezioso e raro il film.

P.S. Poche parole su didascalismi cinematografici e analfabetismo funzionale.
Negli ultimi tempi tre grandi maestri del cinema del calibro di Woody Allen, Steven Spielberg e, appunto, Eastwood hanno utilizzato per i loro film didascalismi senza parsimonia ed espedienti non proprio amati dal pubblico più esigente, quali la voce narrante. Sono elementi che vengono avvertiti superflui soprattutto quando spiegano il lapalissiano. Ma ciò che riteniamo lapalissiano è spesso un dato soggettivo. Io me la sono spiegata così, si fa di necessità virtù: i film (americani) non sono rivolti soltanto all’ego dei cinefili scafati, agli orgogliosi amanti della letteratura tutta digressioni o ellissi, agli abili risolutori di trame intricatissime, questi sono film che scelgono di essere didascalici per arrivare anche agli ultimi, a quelli con meno strumenti interpretativi a disposizione. Un grande problema del nostro tempo è il dilagante analfabetismo funzionale che è la causa delle nostre più grandi inquietudini sociali e “social”. Basta solo sfogliare la home di Facebook per rendersene conto.

 

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